Venuelabs lancia PR strategiche per la visibilità AI: essere parte della risposta.
Venuelabs lancia l'AI media visibility, un nuovo framework PR per influenzare le raccomandazioni degli assistenti virtuali, sollevando dubbi sull'autenticità.
Le aziende stanno cercando di assicurarsi che i loro brand compaiano nelle risposte generate dall’intelligenza artificiale, dando vita a un nuovo campo di battaglia per la visibilità digitale.
Se il vostro assistente virtuale vi consiglia un ristorante, un hotel o un prodotto, chi ha deciso che fosse la scelta giusta?
E, soprattutto, chi ha pagato per farvelo sapere?
Queste domande, che fino a pochi anni fa sembravano appannaggio di teorie complottiste, oggi sono al centro di un nuovo e fiorente mercato.
Il 16 febbraio 2026, l’agenzia di marketing digitale Venuelabs.com ha annunciato ufficialmente il suo framework strategico di PR per conquistare quella che definisce «AI Media Visibility»: la visibilità sui media guidata dall’intelligenza artificiale. L’obiettivo dichiarato è «aiutare le aziende a ottenere visibilità sia per il pubblico umano che per le piattaforme alimentate dall’IA».
In sostanza, si tratta di assicurarsi che, quando un utente chiede a ChatGPT, Gemini o Claude un consiglio, un’analisi o un confronto tra prodotti, un determinato brand compaia nella risposta.
Non si tratta più di essere in cima ai risultati di Google, ma di infiltrarsi nella conversazione stessa dell’IA.
Un salto concettuale che trasforma le pubbliche relazioni da arte della persuasione umana a scienza dell’addestramento algoritmico.
Il fondatore di Venuelabs, Jitendra Vaswani, presentato come esperto di SEO e IA, spiega che la visibilità nell’IA è ormai un «terzo livello di scopribilità», dopo SEO e pubblicità a pagamento. Qui le aziende non competono per i clic, ma per essere raccomandate. Il metodo si articola in una serie di azioni apparentemente tradizionali: piazzare articoli su pubblicazioni autorevoli, creare contenuti di thought leadership per i fondatori, costruire narrazioni che definiscano una categoria di prodotto.
La differenza sta nel destinatario finale. Questi contenuti non sono scritti solo per essere letti dalle persone, ma per essere ingeriti, elaborati e citati dai Large Language Models (LLM). Quando più fonti «credibili» descrivono un brand in un certo modo, l’IA inizia ad associare quell’azienda a quella categoria, includendola organicamente nelle sue risposte. È un tentativo di costruire autorità contestuale direttamente nel cervello delle macchine.
L’ascesa del «generative Engine Optimization» e il nuovo campo di battaglia
Il contesto in cui opera Venuelabs non è una nicchia, ma la nuova frontiera del marketing digitale. Con il 70 per cento delle ricerche che si risolve senza una visita a un sito web, essere visibili significa essere nominati, citati o riassunti all’interno di una risposta generativa.
Melanie Klausner, dirigente di Havas Red, ha sintetizzato la svolta: «Nel 2026, la reputazione di un brand sarà sempre più plasmata non da ciò che le persone cercano, ma da ciò che l’IA risposta». È la fine dell’era del «ten page» dei risultati di ricerca e l’inizio dell’era della singola, onnisciente risposta in linguaggio naturale. In questo panorama, fiorisce il cosiddetto Generative Engine Optimization (GEO), l’insieme di tecniche per ottimizzare la presenza nelle risposte dell’IA.
Aziende come Venuelabs si propongono come guide in questo territorio inesplorato, promettendo di far «apparire startup alle prime armi insieme a competitor più grandi nelle risposte generate dall’IA».
Il modello di business si basa su una promessa di democratizzazione. Poiché i sistemi di raccomandazione dell’IA farebbero più affidamento sulla credibilità contestuale che sulla forza complessiva di un sito web, una piccola startup con una narrazione ben costruita e citazioni editoriali mirate potrebbe competere con un colosso consolidato.
Ma è davvero così semplice?
L’audit iniziale di «scoperta e insight» che Venuelabs promette per ogni cliente, volto a analizzare l’impronta digitale e il panorama competitivo, sembra suggerire una strategia su misura. Tuttavia, la domanda che sorge spontanea è: se tutti iniziano a ottimizzarsi per essere raccomandati dall’IA, cosa distingue una raccomandazione genuina da una costruita a tavolino?
Il rischio è di innescare una corsa agli armamenti in cui l’autenticità diventa il primo sacrificio sull’altare della visibilità.
I giganti del settore e le ombre della manipolazione algoritmica
Venuelabs non è solo in questo campo. Il mercato globale degli strumenti di media monitoring alimentati dall’IA è destinato a raggiungere i 38 miliardi di dollari entro il 2035. Player consolidati come Cision, Muck Rack e Meltwater stanno integrando funzionalità di IA generative nelle loro piattaforme.
Muck Rack, ad esempio, ha lanciato uno strumento «Generative Pulse» per aiutare i brand a capire come appaiono nelle ricerche delle IA generative, e un suo report indica che l’82 per cento delle citazioni nelle IA proviene da media earned e che il giornalismo rappresenta il 20-30 per cento di tutte le citazioni.
La differenza sta forse nel focus: mentre questi grandi nomi offrono suite complete di monitoraggio e analisi, Venuelabs punta tutto sulla creazione attiva di quella visibilità, posizionandosi come un’agenzia operativa più che come un fornitore di software.
È proprio qui che si addensano le nubi più scure. L’intero modello della «AI Media Visibility» poggia su un presupposto delicatissimo: che le IA siano in grado di discernere l’autorità reale dalla sua simulazione. Se l’obiettivo è sistematicamente piazzare articoli in pubblicazioni autorevoli e costruire narrazioni per influenzare i segnali che le piattaforme IA privilegiano, non stiamo forse insegnando alle aziende a manipolare le fonti stesse della conoscenza algoritmica?
Il confine tra PR sofisticata e inquinamento dell’ecosistema informativo digitale diventa labile.
Cosa succede quando le risposte degli assistenti virtuali, che molti utenti percepiscono come oggettive, sono in realtà il risultato di campagne studiate per «garantire che un brand diventi parte della risposta»?
La trasparenza è il grande assente in questa equazione. Se un brand compare nella risposta di un’IA perché ha pagato un’agenzia per costruire una narrativa persuasiva, l’utente finale ne è al corrente? L’Interactive Advertising Bureau (IAB) ha lanciato un framework per la trasparenza e la disclosure dell’IA, che chiede di rivelare quando l’IA influisce materialmente sull’autenticità in modi che potrebbero trarre in inganno i consumatori.
Ma è difficile immaginare come questa disclosure potrebbe applicarsi a un contenuto editoriale «genuino» poi ripreso da un LLM.
Il pericolo di una deriva è concreto: un mondo in cui la nostra percezione della realtà commerciale, e forse non solo, è plasmata da narrazioni ingegnerizzate per sfruttare i punti ciechi degli algoritmi.
Venuelabs, dal canto suo, sottolinea il suo approccio data-driven e il rifiuto delle campagne «cookie cutter», standardizzate, puntando su strategie personalizzate che si avvalgono di dati in tempo reale e machine learning. Ma anche l’automazione più sofisticata non risolve il dilemma etico di fondo.
Alla fine, la partita si gioca sulla fiducia. Le aziende come Venuelabs vendono la capacità di costruirla agli occhi delle macchine, che a loro volta la trasferiscono agli utenti umani. Ma in un ecosistema dove l’engagement e le metriche chiave vengono ottimizzate attraverso strategie personalizzate, la fiducia rischia di diventare una merce di scambio, un parametro di performance da massimizzare più che un valore da meritare.
Mentre ci affidiamo sempre più agli assistenti virtuali per scegliere un libro, prenotare un viaggio o formarci un’opinione, chi controllerà coloro che hanno imparato a sussurrare all’orecchio degli oracoli digitali?
La risposta, forse, non la troveremo chiedendolo a un’IA.