Nebius Group: boom in borsa e rischi per la privacy
Dietro l’impennata del titolo Nebius si nasconde un intricato intreccio di infrastrutture AI, gestione dei dati e interrogativi sulla reale protezione della nostra privacy.
Se c’è una cosa che la storia della tecnologia recente ci ha insegnato, è che quando vedete un grafico azionario impennarsi verticalmente come un razzo di Elon Musk, dovreste istintivamente mettere una mano sul portafoglio e l’altra sui vostri dati personali.
Il 22 dicembre 2025 verrà ricordato probabilmente come il giorno in cui Wall Street ha deciso di innamorarsi perdutamente di Nebius Group, facendo schizzare il titolo a quasi 90 dollari per azione.
Ma dietro l’euforia dei trader e i brindisi a champagne nei grattacieli olandesi (dove ora ha sede l’azienda), c’è una storia molto più complessa di infrastrutture, potere computazionale e, come sempre, della nostra privacy svenduta al miglior offerente.
Non stiamo parlando di una startup nata in un garage della Silicon Valley, ma di un’entità che ha fondato le sue radici originariamente come parte dell’ecosistema Yandex, il gigante tecnologico russo spesso definito il “Google di Mosca”. Certo, il rebranding è stato impeccabile, la sede è ad Amsterdam e la narrazione ufficiale parla di un taglio netto con il passato.
Ma nel mondo della sorveglianza digitale e dei Big Data, le radici contano.
E quando un’azienda con questo DNA firma contratti plurimiliardari con Microsoft e Meta per gestire la loro infrastruttura AI, la domanda non dovrebbe essere “quanto guadagneranno?”, ma “cosa stanno costruendo esattamente con i nostri dati?”.
La mossa è stata magistrale: posizionarsi come il fornitore di picconi e pale durante la corsa all’oro dell’Intelligenza Artificiale. Mentre tutti si preoccupano di cosa risponderà ChatGPT, Nebius si preoccupa di possedere i server su cui quelle risposte vengono calcolate.
È un cambio di paradigma che sposta il potere dal software all’hardware, creando colli di bottiglia fisici dove i dati devono necessariamente passare.
E dove passano i dati, qualcuno, inevitabilmente, guarda.
Il costo nascosto dell’infrastruttura
L’annuncio che ha fatto tremare i polsi agli scettici e brillare gli occhi agli speculatori riguarda accordi per oltre 20 miliardi di dollari. Parliamo di 17,4 miliardi con Microsoft e quasi 3 miliardi con Meta.
Cifre che farebbero girare la testa a chiunque, ma che rivelano una disperazione di fondo delle Big Tech: la fame insaziabile di potenza di calcolo.
Nebius fornisce cluster di GPU, l’ossigeno che permette ai modelli linguistici di respirare (e allucinare). Ma affidare l’infrastruttura critica a terzi non è mai un’operazione neutra.
Quando Meta affitta capacità di calcolo da Nebius, sta essenzialmente spostando i “vostri” post, le vostre foto e le vostre interazioni su macchine gestite da un’altra entità. Certo, i contratti saranno blindati da clausole di riservatezza spesse come elenchi telefonici, ma la storia ci insegna che la catena di custodia dei dati è forte solo quanto il suo anello più debole.
In un contesto in cui il GDPR impone requisiti stringenti sulla sicurezza del trattamento (Articolo 32), l’aggiunta di un intermediario infrastrutturale così massiccio introduce nuovi vettori di rischio.
Chi controlla fisicamente l’accesso a quei server? Chi garantisce che non ci siano backdoor o accessi privilegiati per la manutenzione che potrebbero trasformarsi in finestre di sorveglianza?
L’ironia è palpabile: le aziende che ci promettono la privacy by design stanno esternalizzando il motore stesso della loro tecnologia a un attore che fino a poco tempo fa operava in un contesto geopolitico e normativo diametralmente opposto a quello occidentale.
È come affidare le chiavi della cassaforte al fabbro che ha appena cambiato nome all’insegna del negozio, sperando che le vecchie abitudini siano svanite con la vecchia vernice.
Ma c’è un altro aspetto inquietante che sfugge ai comunicati stampa trionfalistici.
L’addestramento umano e il paradosso della privacy
Nebius non è solo “ferro”. Nel suo portafoglio c’è Toloka AI, una piattaforma dedicata all’annotazione dei dati e al perfezionamento dei modelli generativi. Qui entriamo nel territorio scivoloso del Reinforcement Learning from Human Feedback (RLHF).
Per far sì che l’AI non sputi insulti razzisti o istruzioni per costruire bombe, serve che esseri umani in carne ed ossa leggano, etichettino e correggano milioni di dati.
I risultati finanziari mostrano che questo business tira. Infatti, l’azienda ha riportato un fatturato del terzo trimestre 2025 di 146,1 milioni di dollari, segnando una crescita del 355% rispetto all’anno precedente.
Questa esplosione di ricavi non deriva solo dall’affitto di server, ma dalla mercificazione del processo di addestramento. Il problema è che l’annotazione dei dati richiede accesso ai dati stessi.
Se Toloka viene usata per “raffinare” modelli addestrati su dati sensibili (magari dati sanitari o finanziari, settori in cui l’AI sta spingendo forte), chi sono le persone che vedono questi dati?
Spesso sono lavoratori della gig-economy sparsi per il mondo, pagati a cottimo, con protezioni contrattuali e standard di sicurezza informatica che definire “variabili” è un eufemismo.
Il GDPR, all’articolo 28, è chiaro sulle responsabilità del responsabile del trattamento, ma la filiera dell’AI sta diventando così opaca che “unire i puntini” diventa un’impresa titanica anche per i regolatori più agguerriti.
Stiamo costruendo un’architettura in cui la nostra privacy viene frammentata, impacchettata e spedita a server gestiti da ex-giganti russi o analizzata da lavoratori precari in qualche angolo remoto del globo, tutto per permettere a un chatbot di scriverci una poesia in rima baciata.
Eppure, il mercato sembra non curarsene. L’ottimismo è tale che istituzioni finanziarie come Citizens JMP hanno deciso di iniziare la copertura con un rating ‘market outperform’ e un target price di 175 dollari, ignorando o minimizzando i rischi strutturali.
È la classica febbre dell’oro dove l’etica viene sacrificata sull’altare della crescita esponenziale.
Una bolla di silicio e debiti
Se guardiamo i fondamentali con l’occhio clinico di chi non si lascia abbagliare dai neon, la situazione appare grottesca. Nebius ha un rapporto Prezzo/Utili (P/E) di -116,18.
In termini poveri: stanno perdendo una montagna di soldi per ogni dollaro che incassano. La capitalizzazione di mercato di oltre 22 miliardi di dollari si regge interamente sulla promessa futura che l’AI continuerà a crescere all’infinito e che loro saranno gli unici a poter fornire l’infrastruttura necessaria.
È lo schema classico della Silicon Valley (anche se ora traslato in Europa): “cresci ora, preoccupati dei profitti (e delle regole) dopo”.
Ma quando un’azienda brucia cassa a questa velocità per costruire data center, la pressione per monetizzare diventa feroce. E nel mondo digitale, la monetizzazione aggressiva finisce quasi sempre per colpire l’utente finale.
Come? Attraverso l’estrazione di più dati, la vendita di insight comportamentali derivati dall’uso dell’infrastruttura, o l’abbassamento degli standard di sicurezza per tagliare i costi.
Gli analisti di Wall Street Zen, non a caso, hanno recentemente abbassato il rating a “sell”. Qualcuno, evidentemente, inizia a sentire puzza di bruciato.
Non è solo una questione di bolla finanziaria che potrebbe scoppiare lasciando gli investitori retail con un pugno di mosche; è il rischio sistemico di aver creato un gigante infrastrutturale che è “too big to fail” ma anche “too opaque to trust”.
Se Microsoft e Meta dipendono così pesantemente da Nebius, cosa succede se Nebius decide di cambiare le regole del gioco?
O se, in un futuro non troppo distopico, le tensioni geopolitiche dovessero riemergere e l’azienda si trovasse costretta a scegliere a quale padrone obbedire?
Siamo di fronte all’ennesimo capitolo della centralizzazione di Internet. Credevamo che l’AI avrebbe democratizzato la conoscenza, invece sta concentrando il potere computazionale nelle mani di pochissimi attori, con Nebius che si candida a diventare il portiere di questo club esclusivo.
E noi utenti?
Noi siamo solo il combustibile fossile che alimenta questi enormi cluster di GPU: i nostri dati, le nostre abitudini, le nostre vite digitali vengono bruciate per tenere accese le luci nei data center.
La domanda che dovremmo porci, mentre leggiamo di questi contratti miliardari, non è se comprare le azioni, ma se possiamo permetterci il prezzo sociale di questa infrastruttura.
Perché quando la bolla scoppierà, o quando i nodi della privacy verranno al pettine, non saranno certo i dirigenti con i loro bonus milionari a pagarne le conseguenze.
Saremo noi, ancora una volta, a scoprire di aver firmato un patto faustiano senza nemmeno aver letto le clausole scritte in piccolo.