Google ha promesso di smettere di spiarci nel 2019
Google e OpenAI analizzano le conversazioni con AI per mostrare annunci personalizzati, trasformando le parole private in target pubblicitario e sfidando le promesse di privacy del 2019.
La promessa di trasparenza del 2019 è stata superata dall’uso delle conversazioni personali per gli annunci mirati.
Stai chiedendo a un’intelligenza artificiale consigli su un problema di salute delicato, o forse stai confidando a un chatbot i dettagli della tua prossata vacanza dei sogni. In quel flusso di messaggi, tra una domanda e l’altra, compare un banner: un’offerta per un integratore specifico, o un volo last minute proprio per quella destinazione di cui parlavi. Non è un caso. È il nuovo normale.
La promessa del 2019: un baluardo contro l’invisibile
Non molto tempo fa, il grande nemico da sconfiggere per la privacy aveva un nome tecnico: fingerprinting. Una pratica subdola che, invece di usare i cookie, costruiva un identikit unico del tuo browser per seguirti ovunque. Nel maggio 2019, Google promiseva di smettere di spiarci annunciando che Chrome avrebbe limitato “più aggressivamente” questa pratica. Lo faceva dopo aver ricevuto, a suo dire, feedback coerenti su trasparenza e controllo. L’obiettivo dichiarato era chiaro: dare agli utenti maggiore visibilità sui dati per gli annunci.
Questa mossa non arrivava nel vuoto. Solo pochi mesi prima, il 21 gennaio 2019, la CNIL infliggeva una sanzione da 50 milioni a Google. I motivi? Mancanza di trasparenza, informazioni inadeguate e, soprattutto, assenza di consenso valido per la personalizzazione degli annunci. La promessa di Google sembrava una risposta diretta a quella sanzione, un giuramento di fare meglio, di metterci in controllo.
2026: l’IA che ascolta e monetizza
Saltiamo al presente, o meglio, a un futuro molto prossimo come il marzo 2026. Google ha espanso la sua Personal Intelligence, portandola nella Ricerca, in Chrome e nell’app Gemini. Si presenta come un assistente personale più profondo, che ti conosce per aiutarti meglio. Ma il confine tra “assistente personale” e “profiler onnipresente” diventa labilissimo.
Non è solo Google. OpenAI ha chiarito senza mezzi termini che ChatGPT mostra annunci basati sulle tue conversazioni, se l’opzione è attiva. E prevede di avviare test pubblicitari per i piani gratuiti negli Stati Uniti. L’ironia (amara) è che un competitor come Anthropic ha colto al volo il malumore, pubblicando una pubblicità che prende in giro questa scelta.
Il paradosso è plateale. Ieri combattevamo il fingerprinting, una sorveglianza tecnica e impersonale. Oggi accogliamo nelle nostre vite AI che analizzano il contenuto più intimo – le nostre parole, le nostre richieste, le nostre confidenze – per trasformarlo in target pubblicitario. Il controllo promesso sette anni fa su quali “dati” fossero usati, svanisce quando il dato non è più un identificativo di browser, ma il senso stesso di una conversazione privata.
Tra assistente e pubblicitario: dove tracciamo la linea?
La domanda quindi non è più solo tecnica, è filosofica e profondamente pratica. Cosa consideriamo “consenso valido” quando interagiamo con un’IA conversazionale? Leggere un cookie banner era già complicato. Ora dovremmo immaginare che ogni parola digitata in una chat, in un contesto che simula una conversazione umana, possa diventare carburante per un annuncio?
Le aziende parleranno di “personalizzazione utile” e di un modello di business necessario per servizi gratuiti. È un argomento che conosciamo bene. Ma il salto di qualità è enorme. L’impatto pratico per te è che lo spazio digitale per pensieri liberi, domande sperimentali o confidenze si restringe. Devi sempre chiederti: questo mio input verrà ricordato, analizzato e usato per vendermi qualcosa?
Lo sguardo va ora a come evolverà questa tensione. La prossima frontiera della regolamentazione non potrà limitarsi ai cookie o agli identificativi di dispositivo. Dovrà entrare nell’ambiguità delle conversazioni con le macchine.
Dovremo pretendere che le promesse di ieri sulla trasparenza e il controllo non vengano semplicemente archiviate, ma aggiornate per un’era in cui i dati non sono più soltanto tracce che lasciamo, ma il contenuto stesso dei nostri dialoghi. La partita tra privacy e personalizzazione si gioca ora su un campo completamente nuovo, e dobbiamo essere pronti a chiedere, di nuovo, di avere un posto al tavolo.