Google penalizzerà i siti che bloccano il tasto indietro
Google renderà esplicita la proibizione del back button hijacking dal 15 giugno 2026, penalizzando i siti che impediscono agli utenti di tornare indietro nella navigazione, anche se la pratica è involontaria.
La pratica, nota come back button hijacking, sfrutta l’HTML5 History API per manipolare la navigazione e sarà esplicitamente vietata.
Immagina di stare sfogliando un sito, magari stai confrontando prezzi o leggendo un articolo, e a un certo punto clicchi il tasto “indietro” del browser. Invece di tornare dov’eri, ti ritrovi su una pagina diversa, oppure il browser sembra girare su se stesso in un loop, riportandoti sempre nello stesso posto. È una sensazione fastidiosa, quasi di trappola. Ebbene, secondo il blog ufficiale per gli sviluppatori di Google, questa pratica ha persino un nome — back button hijacking — e nei giorni scorsi il motore di ricerca ha annunciato che, a partire dal 15 giugno 2026, diventerà una violazione esplicita delle sue politiche contro le pratiche malevole. Due mesi di preavviso, un conto alla rovescia già partito.
Il disagio quotidiano: quando il tasto “indietro” tradisce
Il back button hijacking si verifica quando un sito interferisce con la navigazione del browser impedendo all’utente di tornare immediatamente alla pagina da cui era arrivato. Non è un bug accidentale: è una tecnica che sfrutta strumenti legittimi del web per scopi manipolativi. In particolare, Google ha precisato che questa pratica è possibile fin dal 2011-2012 attraverso un abuso dell’HTML5 History API, un meccanismo nato con uno scopo nobile — consentire alle applicazioni web di gestire in modo più fluido la navigazione tra le pagine — e poi piegato a usi scorretti.
Google ammette di aver osservato un aumento di questo tipo di comportamento, e sottolinea che inserire pagine ingannevoli o manipolative nella cronologia del browser di un utente è sempre stato contro le Google Search Essentials. Il punto è che fino ad oggi questa proibizione era implicita, sepolta tra le righe delle linee guida generali. Adesso diventa una regola nominata, scritta nero su bianco. E quando Google nomina esplicitamente qualcosa, di solito le conseguenze sono concrete.
L’impatto oltre le intenzioni: siti innocenti e colpevoli
Qui arriva la parte interessante — e un po’ preoccupante — per chi gestisce siti web. Il problema non riguarda soltanto chi costruisce portali palesemente truffaldini o siti progettati per intrappolare gli utenti. Google ha chiarito che l’impatto di questa pratica si estende ben oltre i siti intenzionalmente malevoli, fino a includere siti web che usano inconsapevolmente librerie di terze parti o stack pubblicitari che causano il back button hijacking. In altre parole: puoi avere un sito pulito, costruito in buona fede, ma se hai integrato una libreria JavaScript di dubbia provenienza o una piattaforma pubblicitaria poco scrupolosa, potresti essere coinvolto senza saperlo.
Pensa a quante piccole e medie realtà editoriali, negozi online, blog professionali si affidano ciecamente a reti pubblicitarie terze per monetizzare i propri contenuti. Quelle reti, a volte, includono script che fanno cose che il proprietario del sito non ha mai richiesto né approvato esplicitamente. È un po’ come affittare uno spazio nel tuo negozio a un venditore ambulante e scoprire, troppo tardi, che quel venditore usa pratiche scorrette con i tuoi clienti. La responsabilità, almeno agli occhi di Google, ricade comunque su di te.
Questo contrasto tra colpa intenzionale e colpa inconsapevole è forse il nodo più delicato dell’intera vicenda. Un operatore di un sito di nicchia, magari con poche risorse tecniche, difficilmente ha gli strumenti per controllare il comportamento di ogni singolo script che gira sulle proprie pagine. La nuova politica di Google non distingue tra chi lo fa di proposito e chi subisce il problema per negligenza o per mancanza di controllo. E questo apre scenari potenzialmente complicati.
Sguardo al futuro: l’applicazione e le sfide
Google ha deciso di pubblicare questa nuova politica con due mesi di anticipo rispetto all’applicazione effettiva, fissata al 15 giugno 2026. È un gesto che ha una sua logica: dare tempo ai webmaster di adeguarsi, verificare il comportamento dei propri siti, e magari fare pulizia tra le librerie e le piattaforme pubblicitarie che utilizzano. Non è la prima volta che il motore di ricerca cerca di mettere ordine su questo fronte: gli avvertimenti su pratiche ingannevoli simili risalgono almeno al 2013, più di dieci anni fa. Il fatto che si arrivi a una politica esplicita solo nel 2026 dice molto su quanto sia difficile combattere questo tipo di comportamento senza uno strumento normativo chiaro.
Per i proprietari di siti, il consiglio pratico è abbastanza diretto: controllare cosa succede quando un visitatore clicca il tasto indietro. Esistono strumenti di analisi e di debug del browser — Chrome DevTools è il più accessibile — che permettono di ispezionare le modifiche alla cronologia di navigazione prodotte dagli script in esecuzione. Se qualcosa non torna, vale la pena investigare quali librerie o reti pubblicitarie potrebbero essere responsabili, e valutare se sostituirle prima che Google inizi a penalizzare.
Mentre il 15 giugno 2026 si avvicina, la nuova politica di Google segna un passo verso un’esperienza web più fluida e rispettosa degli utenti. Per chi naviga, significa che il tasto indietro tornerà a fare quello che deve fare. Per chi gestisce un sito, è un’occasione — forse più che un obbligo — per fare un po’ di ordine in casa, controllare con più attenzione i componenti di terze parti e non lasciare che altri decidano silenziosamente cosa succede sulle proprie pagine. La domanda che rimane aperta è se una penalizzazione nelle ricerche sarà davvero sufficiente a sradicare una pratica radicata da oltre un decennio. La risposta, probabilmente, la vedremo solo dopo giugno.