OpenAI ha aperto ChatGPT alla pubblicità
OpenAI ha introdotto pubblicità in ChatGPT, testandola in vari paesi, per far fronte a perdite miliardarie previste entro il 2026.
OpenAI prevede perdite per 14 miliardi entro il 2026 e cerca nuove entrate
Il primo assaggio di pubblicità
Ecco cosa è successo finora: gli annunci compaiono nell’interfaccia, ma OpenAI garantisce che non influenzano le risposte del modello e che le conversazioni restano private rispetto agli inserzionisti. In altre parole, la pubblicità sarebbe decorativa — un banner a lato, non un pollice sulla bilancia. Chi preferisce un’esperienza pulita ha due strade: passare a un piano a pagamento (Plus o Pro) oppure rinunciare a una parte dei messaggi giornalieri gratuiti in cambio di un’interfaccia senza annunci. Nelle settimane successive, il test si è espanso oltre i confini americani, con nuovi pilota avviati in Canada, Australia e Nuova Zelanda. Piccoli passi, ma in una direzione precisa. Ma perché un’azienda che aveva giurato di non fare mai pubblicità sta cambiando rotta?
Il peso dei miliardi
La risposta sta nei numeri: OpenAI prevede perdite che raggiungeranno circa 14 miliardi di dollari entro il 2026, secondo le proiezioni finanziarie di Forbes. E non finisce qui — si stima che l’azienda brucerà complessivamente 115 miliardi di dollari cumulativi fino al 2029, prima di poter essere potenzialmente cash flow positiva tra il 2029 e il 2030. Per capire la scala: è come finanziare il PIL di un paese di medie dimensioni per cinque anni di fila, sperando che qualcosa cambi.
In questo contesto, il voltafaccia di Sam Altman è eloquente. Già nel 2024, il CEO di OpenAI aveva definito la pubblicità come “ultima risorsa” per ChatGPT. Poi, qualcosa è cambiato. Come riporta analisi sulla svolta di Altman pubblicata da Search Engine Land, entro il 2025 Altman aveva già ammorbidito la posizione, arrivando a dire che “forse gli annunci non fanno sempre schifo.” Una frase che, letta oggi, suona quasi come un preludio. Per rassicurare gli utenti, OpenAI ha anche pubblicato un documento con sei principi fondamentali che guidano il suo approccio alla pubblicità: allineamento alla missione, indipendenza delle risposte, privacy delle conversazioni, scelta e controllo dell’utente, e valore a lungo termine. Principi nobili — ma che restano da verificare nella pratica. Con queste perdite, la pubblicità diventa un male necessario, ma a che prezzo per la missione originale?
E chi la pensa diversamente?
Intanto, nel settore le reazioni sono nette. Anthropic — la società che sviluppa Claude, principale concorrente di ChatGPT — ha preso una posizione molto chiara: secondo il comunicato ufficiale di Anthropic, gli utenti non dovrebbero mai doversi chiedere se un’intelligenza artificiale stia orientando le conversazioni verso risultati monetizzabili. È una frecciata sottile, ma diretta. Claude si propone come spazio neutro, senza secondi fini commerciali. Un posizionamento che diventa sempre più prezioso man mano che gli altri player esplorano la monetizzazione.
Google, dal canto suo, ha scelto la via della smentita. Già a inizio 2025, un articolo aveva sostenuto che la società avrebbe portato la pubblicità su Gemini nel 2026. La risposta fu immediata: la dichiarazione di Dan Taylor, VP of Global Ads di Google, definì il rapporto inaccurato, precisando che l’azienda non aveva piani concreti per monetizzare l’app Gemini. Ufficialmente, Google non ci pensa. Ma è difficile immaginare che un’azienda il cui modello di business si basa sulla pubblicità rinunci per sempre a integrarla nel suo chatbot più ambizioso.
Qui si apre la domanda che vale la pena porre apertamente: un’intelligenza artificiale che deve fare i conti con gli inserzionisti può ancora essere davvero imparziale? OpenAI dice sì, e per ora i meccanismi tecnici sembrano supportare questa promessa — gli annunci non toccano le risposte. Ma la fiducia degli utenti è una cosa fragile. Non si erode necessariamente quando qualcosa va storto, ma spesso quando si inizia anche solo a dubitare che potrebbe andarci. L’esperimento pubblicitario di OpenAI è ancora in fase beta, eppure già ridisegna il rapporto tra chi usa questi strumenti e chi li finanzia. Nei prossimi mesi, la risposta degli utenti e le mosse di Anthropic e Google ci diranno se questa strada è sostenibile — o se la fiducia, una volta messa in discussione, è molto più difficile da riconquistare di quanto sembri.