Google ha aperto a tutti la scelta delle fonti
Google ha reso disponibile a livello globale la funzione Preferred Sources, che permette di selezionare siti preferiti per le notizie.
La funzione era stata testata in India e Stati Uniti prima del rilascio globale
Immagina di aprire Google e trovare subito in prima fila le notizie dal sito di cronaca locale che segui da anni, dal blog di tecnologia che ti ha sempre dato le dritte giuste, dalla testata sportiva che conosci a memoria. Niente più scorrere tra risultati generici sperando di incrociare qualcosa di rilevante. Secondo l’annuncio di Google su Preferred Sources, questa possibilità è oggi realtà per tutti: la funzione è disponibile da oggi a livello globale, in tutte le lingue supportate da Google Search. Non più solo per gli anglofoni, non più solo negli Stati Uniti o in India. Per tutti.
Finalmente Google ti ascolta
Il meccanismo è semplice quanto efficace. Quando cerchi notizie su Google, nella sezione Top Stories puoi ora contrassegnare un sito come “Fonte Preferita”: da quel momento in poi, quel sito avrà più spazio nei tuoi risultati. È come mettere una stellina ai contatti del telefono: non elimini gli altri, ma dici al sistema chi vuoi sentire per primo. Il contrasto con il prima è netto — fino ad oggi Google decideva in modo del tutto autonomo cosa mostrarti, basandosi su segnali di rilevanza generali che non tenevano conto delle tue preferenze personali. Ora quella scelta, almeno in parte, è tua.
La funzione non è nata dal nulla. Già a giugno 2025, Google aveva avviato un esperimento in Google Labs, accessibile in inglese solo per gli utenti di Stati Uniti e India: si chiamava già “Preferred Sources” e permetteva di selezionare i siti preferiti per vedere più risultati da quelle fonti in Top Stories. Era un test, un opt-in per curiosi e appassionati. Oggi quel test è diventato uno standard globale. I numeri, del resto, non mentono.
Numeri che parlano
I dati che Google ha condiviso insieme all’annuncio sono piuttosto eloquenti. Gli utenti hanno già selezionato oltre 200.000 siti unici come Fonti Preferite — un numero che, considerando che fino a poco fa la funzione era ristretta a due soli mercati anglofoni, fa capire quanto fosse attesa. Ma il dato più interessante è un altro: i lettori hanno il doppio delle probabilità di cliccare su un sito dopo averlo contrassegnato come Fonte Preferita. Il che sembra ovvio, ma non lo è. Significa che la semplice azione di “mettere una spunta” crea un legame più forte tra lettore e testata — quasi un atto di fiducia esplicita che si traduce poi in comportamento concreto.
In pratica: non è solo che Google ti mostra di più quel sito, è che tu stesso diventi più propenso a cliccarci sopra. Un effetto che si autoalimenta. E se per i lettori è una conquista, per gli editori si apre una nuova sfida.
La nuova frontiera dell’informazione
Ma se il lettore vota con il click, gli editori devono ripensare la loro strategia. Google non si è limitata ad attivare una funzione e augurarsi buona fortuna: ha messo a disposizione degli editori strumenti specifici per incoraggiare i propri lettori ad aggiungere il loro sito come Fonte Preferita, tra cui deeplink diretti e pulsanti scaricabili da inserire nelle pagine web. È un segnale chiaro: questa funzione non funziona se gli editori restano passivi. Chi saprà comunicare ai propri lettori l’esistenza di Preferred Sources e spingerli ad attivarla avrà un vantaggio reale in termini di visibilità. Chi non lo farà, resterà nel mucchio.
Per i lettori, il cambiamento è più sottile ma forse più profondo. Finora ci siamo affidati a Google come a un arbitro neutrale, convinti che ci mostrasse “il meglio” in base a criteri oggettivi. Ora quell’arbitro ci chiede di partecipare attivamente alla partita. È un passo verso più controllo personale, sì — ma porta con sé anche una responsabilità. Quali siti scegliamo? Scegliamo solo quelli che già conosciamo, confermando le nostre posizioni? Oppure usiamo questa funzione anche per espandere il nostro orizzonte, aggiungendo testate che non avremmo mai incrociato da soli?
C’è anche la questione della bolla informativa, che con uno strumento del genere diventa ancora più concreta. Se personalizziamo troppo, rischiamo di leggere solo ciò che già sappiamo di voler leggere, circondandoci di voci che confermano le nostre idee. Il punto non è smettere di usare Preferred Sources, ma usarla con un po’ di consapevolezza: magari aggiungendo anche una fonte che di solito non frecuentiamo, solo per tenerci in esercizio. La domanda finale è: siamo pronti a fidarci di un algoritmo per le nostre notizie — anche quando quell’algoritmo siamo, in parte, noi stessi?
Preferred Sources non è solo una funzione: è un tentativo di restituirci il controllo sulla nostra informazione. Sta a noi usarlo con consapevolezza, senza chiuderci in una bolla.