Alphabet ha alzato la scommessa sui data center
Alphabet investe miliardi in data center, con Google Cloud in forte crescita ma costi elevati. Il backlog raggiunge 462 miliardi.
Il backlog da 462 miliardi è una promessa, non una certezza di ricavi
Un backlog da 462 miliardi di dollari. Una crescita del 63%. Per la prima volta nella sua storia, Google Cloud ha superato i 20 miliardi di dollari di fatturato trimestrale — più del doppio del tasso di crescita di AWS, che si è fermato a un modesto 28%. Sembra una vittoria schiacciante, e in parte lo è. Ma proprio mentre i numeri del primo trimestre 2026 mostrano un’accelerazione impressionante, Alphabet ha anche aggiornato la sua guidance per le spese in conto capitale 2026 a una forchetta tra 180 e 190 miliardi di dollari. E ha già avvertito che nel 2027 spenderà ancora di più. Benvenuti al paradosso del cloud: più cresci, più bruci.
Il paradosso del cloud
I numeri del Q1 2026 di Alphabet sono oggettivamente notevoli. Il fatturato consolidato ha raggiunto 109,9 miliardi di dollari, in crescita del 22% su base annua. Google Cloud ha trascinato la corsa, con ricavi saliti del 63% rispetto all’anno precedente. Il backlog — cioè i contratti firmati ma non ancora fatturati — è quasi raddoppiato rispetto al trimestre precedente, toccando quota 462 miliardi. Sono ordini che le aziende hanno già impegnato, soldi che teoricamente arriveranno. Eppure il CEO Sundar Pichai, nella chiamata con gli analisti, ha pronunciato una frase che vale la pena rileggere: “We are compute constrained in the near term”. Siamo vincolati dalla capacità di calcolo nel breve termine. Traduzione: anche con tutto questo successo, Alphabet non riesce a soddisfare la domanda abbastanza in fretta. E la soluzione, ovviamente, è spendere ancora di più.
La guidance aggiornata parla chiaro: se già a febbraio la stima per il 2026 si collocava tra 175 e 185 miliardi di dollari, quella cifra è già stata rivista al rialzo — 180-190 miliardi — dopo appena un trimestre. E per il 2027 si prevede un aumento significativo ulteriore. Viene da chiedersi: a che punto una strategia di investimento smette di essere audace e comincia a sembrare una scommessa senza rete?
Chi paga il conto?
Per capire chi sta davvero guadagnando da questa corsa, conviene guardare l’intero settore. Non è solo Alphabet ad aprire il portafoglio. Secondo il resoconto CNBC su Meta, il social network di Zuckerberg ha alzato la propria previsione di spese in conto capitale per il 2026 a una forchetta tra 125 e 145 miliardi di dollari, rispetto ai precedenti 115-135 miliardi. La motivazione ufficiale? “Prezzi più alti dei componenti e costi aggiuntivi per i data center.” I produttori di chip, i costruttori di data center, i fornitori di energia: sono loro i veri beneficiari di questa escalation. Ogni volta che un gigante tech rivede al rialzo il proprio CapEx, c’è una filiera intera che incassa.
Sul fronte della concorrenza, il confronto è impietoso per gli avversari di Google. Stando all’analisi CNBC su Amazon, AWS ha registrato una crescita del 28% su base annua nel Q1 2026, raggiungendo 37,59 miliardi di dollari di ricavi. Un risultato solido in assoluto, ma che impallidisce di fronte al +63% di Google Cloud. Microsoft Azure, secondo i dati Microsoft su Azure, ha segnato una crescita del 40% nel suo terzo trimestre fiscale 2026. Google, insomma, sta guadagnando quote di mercato a una velocità che i suoi concorrenti non riescono a eguagliare. Ma la domanda da porsi non è chi vince la gara oggi — è chi riesce a sostenere il ritmo domani.
La scommessa infinita
C’è una logica circolare in tutto questo che dovrebbe far riflettere. Le aziende tech investono miliardi in infrastrutture perché la domanda di AI è in forte crescita. Quella domanda, però, è in parte alimentata dagli stessi modelli AI che queste aziende sviluppano e promuovono. È un volano potente, finché gira. Ma cosa succede se la domanda si raffredda? Se le imprese che oggi firmano contratti pluriennali con Google Cloud decidono che i ritorni sull’investimento in AI non sono quelli attesi? Il backlog da 462 miliardi è una promessa, non una certezza. I contratti possono essere rinegoziati, le priorità delle aziende cambiano, e la storia della tecnologia è piena di infrastrutture costruite in anticipo rispetto ai bisogni reali.
C’è poi una dimensione normativa che è quasi assente dal dibattito pubblico, ma che potrebbe diventare decisiva. Una concentrazione così massiccia di capacità di calcolo nelle mani di tre o quattro aziende — Google, Amazon, Microsoft, Meta — solleva domande legittime per i regolatori antitrust, sia in Europa che negli Stati Uniti. Chi controlla i chip, controlla l’AI. Chi controlla l’AI, controlla sempre di più l’accesso al mercato digitale per le imprese di ogni dimensione. La Commissione Europea ha già dimostrato di non avere paura di intervenire su Google in altri ambiti; sarebbe ingenuo pensare che l’espansione di Google Cloud avvenga in un vuoto normativo.
Vale la pena notare anche un dettaglio: Waymo, la divisione di guida autonoma di Alphabet, ha superato 500.000 corse completamente autonome a settimana, raddoppiando in meno di un anno. Un’altra scommessa miliardaria che inizia a mostrare risultati concreti. Ma anche qui, scala e infrastruttura costano. Tutto, in Alphabet, sembra convergere verso la stessa direzione: spendere di più, sperando che la domanda tenga il passo.
Mentre Alphabet brucia miliardi per non perdere la corsa all’AI, la domanda che nessuno negli earnings call si è preso la briga di fare è la più ovvia: chi sarà il primo a battere in ritirata? E quando lo farà, chi resterà con data center vuoti e debiti pieni?