Google ha deciso quali feature web far morire

Google ha deciso quali feature web far morire

Il 15 maggio 2026 Google lancia annunci AI mentre tace sulla rimozione delle feature di Chrome, sollevando dubbi sul potere unilaterale.

Il silenzio di Google sulla rimozione delle funzionalità di Chrome mentre l’AI avanza

Il 15 maggio 2026 Google pubblica due annunci: una risorsa per ottimizzare per l’AI generativa in Google Search e un video sugli aggiornamenti AI Max per Ads. Nello stesso giorno, nessuna comunicazione ufficiale su un processo che tocca ogni sviluppatore web: la rimozione delle funzionalità di Chrome. Un silenzio che dura da anni, mentre l’azienda che controlla il browser più usato al mondo decide – senza vincoli reali – cosa vive e cosa muore sul web.

Il doppio binario di Google: AI sotto i riflettori, feature nell’ombra

La strategia è chiara: spingere l’AI in ogni prodotto, e intanto rendere opaco il destino delle funzionalità che hanno costruito il web. Il blog per sviluppatori di Search annuncia strumenti per «ottimizzare i contenuti per l’AI generativa», mentre il canale YouTube di Google Ads sforna aggiornamenti su «AI Max». Due iniziative pubbliche, celebrate. Ma mentre la macchina del consenso gira, il canale Chrome for Developers pubblica, quasi in sordina, una serie di video che spiegano come e perché alcune feature vengono eliminate. Il primo, il 5 maggio: “What is browser feature removal”. Il 7 maggio: “What is Chrome’s feature removal process”. L’11 maggio: “Deprecation: what it means for web features” con intervento di Sam Dutton. Tutti fanno riferimento al prodotto Chrome. Nessuno, però, dice chi decide i criteri di sopravvivenza.

C’è un dettaglio che stride: i video arrivano a ridosso del lancio delle novità AI. Perché proprio ora? Forse per arginare le critiche di un ecosistema sviluppatori sempre più in allarme, o forse per normalizzare un processo che, di fatto, concentra il potere decisionale in una sola azienda. Il punto non è se alcune feature vadano ritirate – è come e da chi viene presa la decisione. E qui si apre il buco nero.

Il processo di deprecazione: una scatola nera firmata Google

I video di Chrome spiegano la procedura tecnica, ma evitano di rispondere alla domanda politica: chi stabilisce la soglia di utilizzo che rende una feature «obsoleta»? La risposta ufficiale è «la comunità degli sviluppatori e gli standard aperti». Peccato che il browser con la maggiore quota di mercato – Chrome, appunto – possa unilateralmente decidere di rimuovere il supporto a una API, costringendo tutti gli altri a seguirne l’esempio o a perdere compatibilità.

Non è un caso che il canale stesso si chiami Chrome for Developers: il messaggio è chiaro, il riferimento è il prodotto, non il consorzio W3C.

Intanto, mentre Google spinge l’AI nei suoi prodotti, la deprecazione colpisce funzionalità che potrebbero competere con i nuovi servizi. Un pattern già visto: nel 2024 la cronologia di navigazione veniva ridisegnata per favorire i suggerimenti AI; nel 2025 alcune API per il tracciamento indipendente venivano ritirate senza alternative valide. Oggi i video di maggio 2026 normalizzano il linguaggio della «rimozione graduale», ma la sostanza è che Google detiene un potere di veto che nessun ente regolatore ha ancora sanzionato.

Chi vigila sul web? L’antitrust guarda altrove

Le implicazioni normative sono enormi. Se un browser decide cosa muore, e quel browser è anche il principale motore di ricerca e il maggiore venditore di pubblicità online, ogni rimozione diventa una scelta di mercato. L’AI generativa, integrata in Search e Ads, diventa il nuovo cavallo di Troia per giustificare la fine di funzionalità aperte. Eppure, a Bruxelles e Washington, i regolatori si concentrano ancora su casi di abuso di posizione dominante nell’advertising, trascurando il controllo sull’infrastruttura del web. Il Digital Markets Act europeo ha imposto a Google di offrire una scelta di browser su Android, ma non ha toccato il potere di deprecazione di Chrome. Un vuoto normativo che permette a un’azienda di decidere, in sostanza, quale parte del web debba esistere.

E allora la domanda resta, sospesa: se l’AI diventa la giustificazione per rimuovere feature «non performanti», chi controllerà il controllore? O, più brutalmente: quando un’API non serve più a Google, ha ancora diritto di esistere nel web che usiamo tutti i giorni? Il silenzio del 15 maggio 2026 è la risposta più eloquente.

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