Mueller ha passato mezz'ora a litigare con l'AI

Mueller ha passato mezz’ora a litigare con l’AI

John Mueller ha provato a creare un sito web con AI Studio, ma ha impiegato mezz'ora per far eseguire le istruzioni all'intelligenza artificiale.

Il responsabile della search Google ha faticato mezz’ora per un sito con l’AI

John Mueller, il volto pubblico del team Search di Google, ha pubblicato un video in cui prova a usare AI Studio per creare un sito web. Niente codice scritto a mano, solo istruzioni in linguaggio naturale. Il risultato? Mezz’ora di tentativi per convincere l’intelligenza artificiale a obbedire a un semplice comando. Se il più alto evangelista della ricerca deve litigare con la macchina per mezz’ora, cosa possono aspettarsi gli utenti comuni? E, soprattutto, quanti siti di bassa qualità stanno nascendo in silenzio?

Mueller ha raccontato che l’AI ha generato codice simile a una standard Next.js application, un framework pesante e ormai prevedibile. Lui ha chiesto di usare qualcos’altro, ma l’AI ha insistito, creando un loop in cui l’AI insisteva a usare una libreria nonostante le sue richieste contrarie. Alla fine, dopo mezz’ora per far sì che l’AI eseguisse le sue istruzioni, è riuscito a ottenere un sito funzionante. E, a suo dire, ha creato molti siti web per sé usando il vibe coding. Il cosiddetto vibe coding, per definizione, non richiede conoscenze di JavaScript o altri linguaggi. È il sogno del costruttore di pagine automatico. Ma se il costruttore è sordo, il sogno diventa un incubo di pattern ripetitivi e logiche buggate.

Quando l’AI non ascolta neppure il suo creatore

Mueller non è un hobbista. È il dipendente che per anni ha spiegato come Google valuta la qualità dei contenuti. Eppure, nel suo esperimento, è rimasto bloccato in un dialogo da manicomio con il proprio strumento. Questo non è un aneddoto: è un segnale che gli attuali modelli generativi, lasciati senza supervisione, producono codice standardizzato – esattamente il tipo di pagine che i sistemi di ranking dovrebbero penalizzare. Se il web si riempie di siti generati con gli stessi template AI, Google finirà per indicizzare e posizionare migliaia di pagine indistinguibili, con codebase gonfie e logiche opache. La promessa di democratizzare la pubblicazione si scontra con la realtà di un oceano di contenuti omologati, difficili da valutare anche per un motore di ricerca.

Intanto Google stessa sta sperimentando l’AI anche nei propri strumenti per i webmaster. Una sessione di office hours di Google Search in Giappone ha rivelato che Search Console ha aggiunto una funzionalità sperimentale basata su AI che consente di descrivere l’analisi desiderata in linguaggio naturale. In pratica, si chiede alla console cosa analizzare e lei risponde. Utile? Forse. Ma la stessa logica – chiedere all’AI di interpretare dati che l’AI stessa ha aiutato a generare – rischia di creare un sistema chiuso dove qualità e rilevanza diventano concetti negoziabili.

E sugli annunci, il quadro si fa ancora più ambiguo: gli annunci di ricerca guidati dall’AI che generano acquisti senza clic mostrano come le impressioni possano valere più dei click. Il che significa che contenuti generati automaticamente, anche se di bassa qualità, possono comunque monetizzare attraverso esposizioni, incentivando ulteriormente la produzione di pagine-fantasma.

Chi ci guadagna davvero?

Ogni volta che un’azienda annuncia uno strumento AI per «semplificare» la creazione di siti, bisogna chiedersi: perché proprio ora? Per Google, il vibe coding non è solo un esperimento di un ingegnere curioso. È una direzione strategica che abbassa le barriere d’ingresso al web – ma al prezzo di un’omogeneizzazione dei contenuti. Chi ci guadagna? Le piattaforme pubblicitarie, certo. Ma anche Google stessa, perché più pagine generate significano più domande di indicizzazione, più dati, più possibilità di vendere spazi. I regolatori, intanto, restano indietro: il GDPR impone trasparenza sugli algoritmi decisionali, ma se un contenuto è generato dall’AI senza controllo umano, chi è responsabile per eventuali violazioni? Chi risponde se il sito genera informazioni errate o dannose? L’AI non è un editore, e i modelli attuali non offrono garanzie di tracciabilità. Su questo, le norme europee tacciono.

Mueller ha dimostrato che, se anche un insider fatica a imporre la propria volontà a un generatore AI, l’idea che «chiunque può creare un sito» è vera solo a metà. Chiunque può premere un bottone. Ma il risultato sarà un clone di un clone, con gli stessi errori, le stesse librerie, le stesse vulnerabilità. In un’epoca in cui la fiducia nel web è già ai minimi storici, il vibe coding di Google rischia di trasformare la rete in un gigantesco specchio deformante.

E allora la domanda vera non è se l’AI possa produrre siti. È se siamo pronti a vivere in un web dove nessuno – neppure chi lo costruisce – sa veramente cosa sta pubblicando.

🍪 Impostazioni Cookie