Samsung e l’invasione dell’Ai: La privacy è il prezzo da pagare?
Samsung punta a mettere l’intelligenza artificiale in 800 milioni di dispositivi entro il 2026: un’espansione che solleva interrogativi sulla privacy e sul controllo dei dati degli utenti
Ottocento milioni di dispositivi.
Non stiamo parlando di una semplice statistica di vendita, ma del numero di “orecchie” e “occhi” digitali che Samsung intende piazzare nelle tasche, sui polsi e nelle case dei consumatori entro la fine del 2026.
L’annuncio, arrivato come un colpo di cannone in questo inizio anno, non è solo una dichiarazione di intenti commerciale: è la certificazione che la nostra privacy è diventata ufficialmente la valuta di scambio per funzionalità di cui, forse, non sapevamo nemmeno di aver bisogno.
Se pensavate che l’integrazione dell’intelligenza artificiale negli smartphone fosse solo una moda passeggera o un modo per ritoccare meglio le foto delle vacanze, è il momento di ricredersi.
La strategia è molto più invasiva e capillare. T.M. Roh, Co-CEO di Samsung Electronics, non ha usato mezzi termini nel delineare un futuro in cui l’AI non sarà un’opzione, ma l’impalcatura stessa su cui si regge ogni interazione digitale.
Applicheremo l’intelligenza artificiale a tutti i prodotti, tutte le funzioni e tutti i servizi il più rapidamente possibile.
— T.M. Roh, Co-CEO di Samsung Electronics
Notate l’urgenza? “Il più rapidamente possibile”.
Non “con la dovuta cautela”, non “rispettando i principi di minimizzazione dei dati sanciti dal GDPR”.
La fretta è cattiva consigliera, si diceva un tempo, ma nel capitalismo della sorveglianza la fretta è l’unico modo per occupare il territorio prima che gli utenti (o i regolatori) si sveglino.
Samsung punta a raddoppiare i dispositivi mobili alimentati da Gemini di Google fino a 800 milioni entro la fine di quest’anno, un balzo gigantesco rispetto ai 400 milioni raggiunti nel 2025.
Ma cosa significa davvero mettere Gemini, il cervello digitale di Google, dentro quasi un miliardo di dispositivi hardware coreani?
Un matrimonio di interesse (e di dati)
La narrazione ufficiale è quella dell’innovazione: Samsung ha bisogno di differenziarsi in un mercato saturo dove l’hardware ha raggiunto un plateau evolutivo. Non potendo più stupire con i megapixel o i display pieghevoli, l’azienda sudcoreana si è gettata tra le braccia di Mountain View.
Google fornisce il software (Gemini), Samsung fornisce l’hardware (la serie Galaxy).
Sulla carta, una vittoria per entrambi.
Tuttavia, bisogna grattare sotto la superficie dorata del marketing. Quando utilizziamo le funzioni “Galaxy AI” – dalla traduzione in tempo reale al riassunto delle note, fino alla manipolazione delle immagini – stiamo attivando un flusso di dati che spesso esce dal dispositivo.
Certo, ci parlano di Gemini Nano per le operazioni on-device, lodando la privacy del calcolo locale. Ma le funzioni veramente “wow”, quelle generative complesse che richiedono potenza di calcolo, si appoggiano a Gemini Pro o versioni cloud.
In questo scenario, il vostro telefono da 1.200 euro diventa un terminale di raccolta dati per addestrare i modelli di Google.
E la domanda che nessuno fa ad alta voce durante le conferenze stampa è: chi è il vero titolare del trattamento di questi dati? Quando l’AI analizza una mia conversazione privata per farne un riassunto, quel testo entra nel grande calderone dell’apprendimento automatico?
Le policy sono spesso scritte in “legalese” impenetrabile, piene di clausole che permettono “il miglioramento dei servizi”. Una dicitura che, per chi mastica privacy, suona sempre come un campanello d’allarme.
La spinta è talmente forte che Samsung mira a riconquistare la leadership di mercato attraverso l’integrazione dell’AI, cercando di scavalcare una Apple che, ironicamente, è stata più lenta (o forse solo più cauta) nell’implementare l’intelligenza artificiale generativa sui propri dispositivi.
Ma questa corsa all’oro nasconde un rischio sistemico: la normalizzazione della sorveglianza algoritmica.
L’illusione della scelta e il costo nascosto
C’è un aspetto psicologico fondamentale su cui le Big Tech stanno scommettendo: l’abitudine. Roh è convinto che lo scetticismo iniziale svanirà di fronte alla comodità.
E probabilmente ha ragione, il che è la parte più inquietante.
Sebbene la tecnologia dell’intelligenza artificiale possa generare dei dubbi per ora, entro sei mesi o un anno queste tecnologie diventeranno più diffuse.
— T.M. Roh, Co-CEO di Samsung Electronics
“Più diffuse” significa ineludibili. Se ogni funzione del telefono, dalla tastiera alla galleria fotografica, è potenziata dall’AI, diventa impossibile per l’utente medio fare opt-out senza trasformare il proprio smartphone all’avanguardia in un fermacarte costoso.
Stiamo assistendo alla creazione di un’architettura di dipendenza tecnologica dove l’autonomia dell’utente viene erosa in nome dell’efficienza.
Inoltre, chi paga per tutta questa potenza di calcolo?
I server che fanno girare i modelli LLM consumano quantità pantagrueliche di energia e acqua. Per ora, il costo è assorbito dal prezzo del dispositivo e dalla “cessione” dei nostri dati. Ma non dimentichiamo che Samsung aveva già accennato in passato alla possibilità di rendere a pagamento alcune funzioni AI avanzate dopo un periodo iniziale gratuito.
Siamo di fronte al classico schema “dealer”: la prima dose è gratis.
Una volta che avremo integrato questi assistenti nel nostro flusso di lavoro e nella nostra vita privata, quando non saremo più capaci di scrivere una mail senza farcela correggere o di cercare una foto senza descriverla a voce, il tassametro inizierà a correre. E a quel punto, con 800 milioni di dispositivi già distribuiti, il potere negoziale del consumatore sarà nullo.
È interessante notare come l’azienda avesse già pianificato l’obiettivo di integrare l’intelligenza artificiale in 400 milioni di dispositivi entro il 2025, una tappa intermedia che è servita solo a testare le acque.
Ora che l’acqua è tiepida e gli utenti non sono scappati urlando, si apre il rubinetto al massimo.
Tra GDPR e realtà: il vuoto normativo
In Europa ci piace pensare che il GDPR e il recente AI Act siano scudi impenetrabili. La realtà è più sfumata.
Le normative regolano l’uso dei dati, ma faticano a tenere il passo con l’evoluzione tecnica dei modelli multimodali (che processano testo, video e audio insieme). Quando un’AI “vede” e “sente” attraverso il vostro telefono per fornirvi contesto, sta processando dati biometrici e comportamentali di una granularità mai vista prima.
Se questi processi avvengono in parte sul dispositivo e in parte sul cloud, la catena di custodia del dato diventa nebulosa. E se c’è una cosa che la storia della Silicon Valley ci ha insegnato, è che dove c’è ambiguità, c’è profitto.
L’idea di avere un assistente onnisciente in tasca è seducente, ma stiamo di fatto installando una microspia glabra e luccicante che riferisce a due padroni: Samsung per l’hardware e Google per l’intelligenza.
L’espansione a 800 milioni di unità non è solo una mossa di mercato, è un cambiamento infrastrutturale della società digitale. Stiamo accettando che l’intermediazione tra noi e la realtà sia gestita da algoritmi opachi, i cui obiettivi di ottimizzazione (profitto, engagement) potrebbero non coincidere con i nostri interessi (privacy, benessere mentale).
La domanda da porsi, mentre osserviamo i nuovi Galaxy luccicare sugli scaffali nel 2026, non è se “funzionano bene”.
Certo che funzionano bene.
La domanda è: a chi giova davvero che funzionino così bene?
Se la risposta include azionisti a Seul e Mountain View ma lascia a noi solo la comodità di un riassunto automatico in cambio della nostra intimità digitale, forse il prezzo del biglietto è, ancora una volta, troppo alto.