Apple ha alzato un muro contro i tracker pubblicitari
Apple con Safari 27 blocca tracker a livello di rete, rendendo inefficaci i proxy CNAME. Google abbandona Privacy Sandbox e Dark Web Report.
La nuova protezione di Safari blocca gli indirizzi IP dei server pubblicitari prima della connessione
Cosa succede quando il tuo browser decide che un intero dominio non merita di ricevere i tuoi dati, e lo fa senza dirtelo? Con Safari 27, attualmente disponibile solo come developer beta, Apple ha tracciato una linea di demarcazione che nessun trucco tecnico può più aggirare. Secondo quanto riportato dal giornalista Mariusz Brucki, la nuova versione del browser introduce un meccanismo di blocco a livello di rete che interrompe la connessione tra il browser e un server pubblicitario prima ancora che qualsiasi dato di tracciamento possa lasciare il dispositivo. Non si tratta di un aggiustamento cosmetico. È un cambio di piano, letteralmente: dal codice della pagina al livello di trasporto della rete.
Il blocco che non ti aspetti
Fino a ieri, per così dire, il blocco dei tracker avveniva dentro il browser: si intercettavano script, si ripulivano URL, si filtravano cookie. Con Safari 27 cambia il terreno di gioco: parte del blocco si sposta al livello di trasporto della rete, quello che sta sotto qualunque cosa accada sulla pagina. In pratica, secondo l’analisi di RelevantAudience, il blocco è a livello di connessione: lo script può anche caricarsi regolarmente, ma i dati non arrivano mai al server.
È la differenza tra chiudere una porta e murare l’intero corridoio.
Gli endpoint colpiti non sono ipotetici. Il tag LinkedIn Insight (snap.licdn.com) è finito nella lista degli script di fingerprinting: perde l’accesso ai parametri di query, quindi nessun click ID può più essere letto, e perde i dati referrer, quindi salta l’attribuzione della fonte di traffico. Stessa sorte per l’endpoint UET di Bing. E qui arriva il dettaglio che dovrebbe far riflettere chi si occupa di advertising da anni: secondo quanto riportato da PPC Land, i proxy CNAME di prima parte e le soluzioni basate su sottodomini — gli stratagemmi tecnici che per anni hanno aggirato i blocchi dei tracker facendo credere al browser che il tracciamento provenisse dal sito stesso — non funzionano più. Bloccando l’indirizzo IP di destinazione, Apple ha reso irrilevante il travestimento del dominio. Non importa più come ti chiami, importa dove vai davvero. È un’escalation, non un aggiornamento. E mentre Apple rafforza le difese, il resto del mondo pubblicitario sembra arretrare.
L’abbandono di Google
Se Safari 27 chiude porte, Google sembra averle spalancate. Già lo scorso ottobre 2025, secondo quanto ricostruito da Proton, Google aveva abbandonato completamente l’iniziativa Privacy Sandbox, il progetto che per anni era stato presentato come l’alternativa “etica” ai cookie di terze parti. E non finisce qui: l’azienda ha annunciato che chiuderà la funzionalità Dark Web Report all’inizio del 2026. Due mosse che, messe una accanto all’altra, raccontano una traiettoria opposta a quella di Cupertino. Mentre Apple sposta il blocco dei tracker a livello di infrastruttura di rete, Google fa marcia indietro proprio sugli strumenti pensati per proteggere gli utenti. Viene da chiedersi se sia una coincidenza di calendario o una scelta di priorità aziendali dettata da altro — dagli interessi pubblicitari di Google stessa, per esempio, che di dati di tracciamento vive. Ma la vera domanda non è cosa blocca Apple, non solo. È come Apple decide cosa bloccare.
Il fantasma della blacklist
La risposta, per ora, è racchiusa in una libreria di sistema che si aggiorna in silenzio. Le regole di privacy di Safari non sono cucite nel binario del browser: quali click ID vengono rimossi, quali script vengono limitati, quali indirizzi IP vengono bloccati — tutto questo Apple lo conserva in una libreria di sistema separata che si aggiorna indipendentemente da Safari stesso. Detto in altri termini: Apple può ampliare la blocklist — aggiungendo nuovi click ID, script o intervalli IP — senza distribuire un aggiornamento del browser e senza pubblicare alcuna nota di rilascio. Nessun changelog, nessuna trasparenza pubblica, nessun momento in cui l’utente o lo sviluppatore possano dire “ecco cosa è cambiato oggi”.
E qui il quadro tecnico apparentemente virtuoso — meno tracciamento, più protezione — si complica. Chi decide cosa è “fingerprinting” e cosa no? Interessante notare che, secondo la ricostruzione di TAGGRS, Apple utilizza le liste di rilevamento pubblicitario open-source di Chromium per costruire i propri filtri: un dettaglio che mostra quanto anche i giganti rivali si appoggino a infrastrutture condivise, ma che non risponde alla domanda di fondo. La classificazione di un dominio come “tracciante” resta una decisione unilaterale di Apple, aggiornata fuori dai radar, senza processo di revisione pubblica, senza obbligo di notifica agli inserzionisti o alle piattaforme colpite. Per un’azienda che controlla anche il sistema operativo, il browser e l’App Store, questo significa poter ridefinire silenziosamente le regole del gioco pubblicitario su miliardi di dispositivi, con effetti su chi fa attribuzione delle conversioni, su chi vende spazi pubblicitari, su chi misura il ritorno delle campagne — senza che nessun regolatore abbia mai formalmente valutato il meccanismo. Non è un tema da poco per chi si occupa di concorrenza digitale, o per chi in Europa applica il GDPR e il Digital Markets Act: un potere di classificazione così ampio, esercitato senza trasparenza né supervisione esterna, è esattamente il tipo di leva che le authority antitrust dovrebbero voler ispezionare, prima che diventi normalità accettata.
Va detto, per completezza, che alcune di queste protezioni non sono nuove nel loro impianto concettuale: già dal 2023, con l’annuncio della Link Tracking Protection al WWDC, Apple rimuoveva le informazioni di tracciamento dagli URL condivisi in Messaggi, Mail e nella navigazione privata di Safari. E ancora lo scorso settembre, con Safari 26, quella stessa funzione non era abilitata di default nella navigazione normale — un segnale che la strategia di Apple procede per gradi, testando prima nei contesti più marginali e poi estendendo, silenziosamente, alla navigazione quotidiana. Safari 27 sembra il passo successivo di questa progressione: dal singolo URW ripulito al blocco strutturale di interi endpoint di rete.
Il blocco IP è la nuova frontiera della privacy digitale, questo è innegabile. Ma nessuno ha eletto Apple a guardiano della rete pubblicitaria mondiale, e la libreria di sistema che decide silenziosamente chi tracciare e chi no resta, per ora, una scatola chiusa. La prossima mossa — chiedere trasparenza, imporre controlli, o semplicemente accettare che un’azienda privata regoli il traffico dati di miliardi di persone — spetta agli utenti, ai regolatori, o a nessuno.