Le agenzie che usano l’AI crescono più delle altre
Le agenzie che integrano l'AI nei flussi di lavoro crescono più velocemente, secondo un benchmark di Ad Age.
L’87% dei marketer usa già l’AI generativa, ma il vero vantaggio è nell’integrazione profonda nei processi
Sono le 8:30 di un lunedì qualunque a Milano. Elena, digital strategist in un’agenzia media, apre la sua dashboard con il caffè ancora fumante. In pochi secondi, un assistente AI le propone tre varianti di copy per la campagna di un cliente, costruite sui risultati della settimana precedente. Non è fantascienza, non è un prototipo mostrato a una fiera di settore: è semplicemente il lavoro quotidiano nel 2026. Elena sceglie, aggiusta il tono, manda in produzione. Le è costato dieci minuti quello che fino a poco tempo fa richiedeva un’ora di brainstorming con il team creativo.
Una mattina in agenzia, 2026
Quello che colpisce, raccontando la giornata di Elena, non è la tecnologia in sé — copy generato da un modello linguistico, ormai, lo sa fare chiunque abbia un abbonamento a un chatbot. Quello che colpisce è quanto sia diventato invisibile, integrato, dato per scontato. L’AI non è più la app in più da aprire quando si ha tempo: è dentro il flusso di lavoro, agganciata ai dati della campagna, pronta a suggerire la mossa successiva prima ancora che qualcuno la chieda. Ma questa adozione di massa sta davvero facendo la differenza per le agenzie che la praticano? I numeri, quelli veri, dicono di sì — e in modo piuttosto netto.
La corsa a due velocità
Elena non è un caso isolato. Secondo dati raccolti da Salesforce, l’87% dei marketer usa oggi l’intelligenza artificiale generativa in almeno un flusso di lavoro ricorrente. Non un esperimento sporadico, non un test per curiosità: un’abitudine strutturale, integrata nella routine di lavoro. E se guardiamo alla velocità con cui ci siamo arrivati, il dato fa ancora più impressione: l’adozione tra i marketer è passata dal 51% nel primo trimestre del 2024 al 76% nello stesso periodo del 2025, sempre secondo Salesforce. In poco più di un anno, la maggioranza silenziosa si è trasformata in quasi totalità.
Ma qui arriva il punto che dovrebbe far drizzare le orecchie a chi lavora in un’agenzia, piccola o grande che sia. Non basta usare l’AI: conta come la si usa, quanto in profondità è cucita nei processi. Il primo benchmark della Small Agency Network di Ad Age lo dice senza giri di parole: le agenzie che hanno integrato l’AI nei loro flussi di lavoro in modo più maturo stanno crescendo il fatturato più velocemente rispetto ai colleghi che non lo hanno fatto. Non è una differenza cosmetica o una sfumatura statistica: è un divario di crescita reale, misurabile, che separa chi ha fatto dell’AI un’infrastruttura da chi la usa ancora come un accessorio.
Pensateci come a due biciclette che partono dallo stesso punto: una ha solo il cambio di serie, l’altra ha un motore elettrico ben calibrato che assiste ogni pedalata. All’inizio la differenza sembra minima, un vantaggio marginale. Ma dopo qualche chilometro — o qualche trimestre di fatturato — il distacco si allarga, e chi è rimasto sulla bici tradizionale fatica a tenere il passo. Questo è esattamente ciò che sta succedendo nel settore delle agenzie pubblicitarie: non una gara a chi ha adottato l’AI per primo, ma a chi l’ha integrata meglio, più a fondo, in modo più sistemico nei processi creativi e operativi. Se il divario è già visibile oggi, cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi?
Oltre l’automazione: cosa tenere d’occhio
Per capire la velocità di questa trasformazione, basta guardare indietro. Nel lontano 2017 — un’era geologica fa, in termini di tecnologia — solo il 20% delle imprese aveva adottato forme di intelligenza artificiale, secondo dati di G2. Da lì a oggi il salto è stato enorme, e nel mondo specifico delle agenzie pubblicitarie il cambiamento è arrivato con una precisione quasi chirurgica: secondo il report di Campaign sulla performance delle agenzie nel 2025, l’AI è passata dalla fase sperimentale a quella pienamente operativa, diventando parte fondamentale del lavoro quotidiano. Quello che un tempo era un esperimento da mostrare al cliente per stupirlo è diventato, semplicemente, il modo in cui si lavora.
E qui la domanda che vale la pena farsi non è più “se” integrare l’AI, ma “quanto in profondità”. Le agenzie che si limitano a usarla per generare qualche variante di copy stanno già perdendo terreno rispetto a chi l’ha resa parte del proprio modo di pensare la strategia, i dati, la relazione col cliente. Non è un dettaglio da addetti ai lavori: è la differenza tra crescere e restare fermi mentre il mercato si muove attorno a te.
L’intelligenza artificiale non è più un’opzione da valutare con calma, un progetto pilota da testare tra un anno o due. È diventata lo standard con cui si misura chi sta davvero correndo e chi sta solo camminando. Le agenzie che lo hanno capito per prime — quelle che hanno trasformato l’AI da strumento a infrastruttura — sono quelle che, con ogni probabilità, guideranno il mercato pubblicitario nei prossimi anni. Le altre, come Elena sa bene ogni lunedì mattina, rischiano di restare a guardare mentre il cambio elettrico fa il suo lavoro.