L'intelligenza artificiale ha preso il telecomando

L’intelligenza artificiale ha preso il telecomando

Tubi integra ChatGPT per raccomandazioni. Netflix testa IA emotiva. Il 76% degli utenti vuole suggerimenti personalizzati, ma il 49% teme contenuti peggiori.

L’integrazione nativa in ChatGPT di Tubi segna un cambio di paradigma per lo streaming

Il telecomando parla con l’AI

Il caso più concreto arriva da Tubi, la piattaforma di streaming gratuita sostenuta dalla pubblicità. Già all’inizio di quest’anno, Tubi è stata la prima piattaforma di streaming a integrare la propria app direttamente dentro ChatGPT, trasformando un chatbot generalista in una specie di amico esperto di cinema sempre disponibile, che conosce i tuoi gusti e non si offende se cambi idea dieci volte. Non un semplice collegamento esterno, ma un’esperienza dedicata costruita direttamente dentro ChatGPT, come ha raccontato TechCrunch lo scorso aprile: il primo grande servizio streaming a fare una mossa del genere. In pratica, invece di aprire l’app e perdersi tra le categorie, basta scrivere una frase in linguaggio naturale e lasciare che sia l’IA a fare da filtro tra migliaia di titoli.

È un cambiamento che vale la pena osservare da vicino perché non riguarda solo Tubi: è il segnale di dove sta andando tutto il settore. E il mercato ci crede parecchio: secondo una proiezione di PwC, le entrate pubblicitarie globali dello streaming video raggiungeranno quasi 69 miliardi di dollari entro il 2030, un dato che dice molto su quanto le piattaforme stiano scommettendo su modelli sostenuti dalla pubblicità e resi più efficaci proprio grazie all’intelligenza artificiale. Ma se l’IA può suggerire cosa guardare, quanto siamo disposti davvero a fidarci di lei?

Tra entusiasmo e diffidenza

Dietro la comodità di questi strumenti si nasconde un paradosso che vale la pena raccontare per intero. Da un lato, secondo un sondaggio di Hub Entertainment Research il 76% degli intervistati si è detto interessato all’uso dell’intelligenza artificiale per analizzare le proprie abitudini di visione su più piattaforme e ricevere raccomandazioni più azzeccate. Non solo: il 77% ha mostrato interesse anche per un’IA capace di suggerire programmi adatti a situazioni specifiche, come una serata da guardare in compagnia, quando magari serve qualcosa di leggero, o un titolo diverso da quello che si sceglierebbe da soli. Sono numeri che raccontano una voglia diffusa di essere accompagnati, guidati, capiti — un po’ come quando un amico ti consiglia un film sapendo esattamente cosa ti farebbe piacere in quel momento, senza che tu debba spiegargli nulla.

Dall’altro lato, però, c’è una diffidenza che non si può ignorare. Secondo Gartner, il 49% dei consumatori statunitensi afferma che l’intelligenza artificiale generativa ha peggiorato la qualità dei contenuti. Quasi la metà del pubblico, insomma, guarda con sospetto proprio quella tecnologia che dall’altra parte sembra promettere raccomandazioni più intelligenti. È il cuore del paradosso: vogliamo che l’IA ci capisca meglio, ma temiamo che la stessa IA stia anche riempiendo gli schermi di contenuti fatti più in fretta e con meno cura. Due sentimenti che convivono nella stessa persona, spesso nello stesso momento in cui si tiene in mano il telecomando.

C’è poi un altro tassello, più pragmatico, che aiuta a capire perché le piattaforme stiano correndo così velocemente su questo fronte. Quasi il 70% degli intervistati in un recente sondaggio di Hub Entertainment Research ha detto di essere disposto a vedere pubblicità pur di pagare meno per lo streaming. È il combustibile economico di tutta l’operazione: più l’IA riesce a capire cosa vogliamo vedere, più la pubblicità che ci viene proposta può essere pertinente, e più le piattaforme possono giustificare abbonamenti scontati o gratuiti sostenuti dagli inserzionisti. Mentre noi spettatori oscilliamo tra entusiasmo e scetticismo, i giganti dello streaming hanno già scelto da che parte stare, e non hanno intenzione di aspettare che il pubblico si convinca del tutto.

La gara è appena iniziata

Netflix, per esempio, non sta certo a guardare. La piattaforma sta già integrando intelligenza artificiale generativa e tecnologie di elaborazione del linguaggio naturale per offrire raccomandazioni personalizzate basate sull’umore dello spettatore: capire, cioè, non solo cosa piace in generale, ma cosa si ha voglia di vedere in quel preciso momento, magari dopo una giornata pesante o durante un weekend di pioggia. Lo scorso giugno è emerso che Netflix sta anche testando un’interfaccia vocale e altri esperimenti che combinano lo storico e le preferenze di visione con fattori esterni, come le tendenze del momento, per arrivare a suggerimenti sempre più su misura. Un’evoluzione naturale, se ci si pensa: prima i menu a scorrimento, poi gli algoritmi silenziosi dietro le quinte, ora conversazioni vere e proprie con il proprio televisore.

La domanda che resta aperta è chi guiderà davvero questa trasformazione nei prossimi mesi: le piattaforme storiche come Netflix, che hanno dati e budget enormi da investire, o outsider agili come Tubi, che hanno già dimostrato di saper muoversi più in fretta integrandosi in strumenti come ChatGPT prima di chiunque altro. Probabilmente sarà una corsa a due velocità, con tutti gli attori del settore costretti a inseguire lo stesso obiettivo: farci perdere meno tempo a scegliere e più tempo a guardare.

La prossima volta che accenderete la TV, ricordate: dietro a quel suggerimento potrebbe esserci un’intelligenza artificiale che ha analizzato il vostro umore, i vostri orari, persino le serate passate a guardare qualcosa in compagnia. E non è detto che sia una cosa negativa.

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