Google ha tolto due funzioni dall'API senza preavviso

Google ha tolto due funzioni dall’API senza preavviso

Google ha rimosso due risorse dall'Ads API senza preavviso, costringendo gli sviluppatori a riscrivere il codice immediatamente.

La rimozione senza preavviso impone riscritture immediate del codice a sviluppatori terzi

Zero. È il numero di giorni che Google ha concesso agli sviluppatori per prepararsi alla rimozione di due risorse dalla sua Ads API. Mercoledì scorso, il 22 luglio, Google ha annunciato la versione 25 della sua interfaccia di programmazione per la pubblicità online, e insieme all’annuncio è arrivata una doccia fredda per chi quelle funzionalità le aveva integrate nei propri sistemi: sparite, non deprecate. Cancellate senza finestra di transizione.

Le vittime si chiamano CustomerLifecycleGoal e CampaignLifecycleGoal, due risorse che permettevano di gestire obiettivi legati al ciclo di vita del cliente all’interno delle campagne pubblicitarie. Secondo quanto riportato, Google ha rimosso le risorse CustomerLifecycleGoal e CampaignLifecycleGoal «outright», cioè del tutto, non gradualmente. Nel gergo tecnico esiste una differenza enorme tra “deprecare” e “rimuovere”: la prima parola implica un periodo di grazia, un tempo per adattarsi, magari un avviso ripetuto per mesi. La seconda significa che la funzionalità semplicemente non c’è più, e chi la usava deve riscrivere il codice ora, subito, prima che qualcosa si rompa in produzione. Ed è esattamente quello che è successo: la rimozione è arrivata «con no transition window», nessuna finestra di transizione, come confermano le stesse fonti tecniche che hanno analizzato l’aggiornamento.

Chi si ritrova a dover riscrivere pezzi di infrastruttura software da un giorno all’altro, ovviamente, sono gli sviluppatori terzi che costruiscono strumenti sopra le API di Google Ads: agenzie di marketing, software house che vendono piattaforme di gestione campagne, team interni di aziende che fanno pubblicità programmatica. Google, dal canto suo, non ci rimette nulla. Anzi. Ogni rimozione forzata è un modo elegante per liberarsi di codice legacy senza doverne più garantire il supporto, scaricando il costo dell’aggiornamento su chi sta dall’altra parte dell’interfaccia. La domanda, a questo punto, è inevitabile: cosa spinge un’azienda che genera miliardi dalla pubblicità a questa fretta improvvisa, proprio ora, proprio su queste due risorse?

Il laboratorio perpetuo: la strategia del rilascio continuo

Dietro il gesto brutale di luglio si intravede una filosofia ben radicata, che con la sorpresa ha poco a che fare. Google Ads API segue infatti quello che gli osservatori del settore definiscono un «rapid release cadence of major versions every 2-3 months» — un ritmo di rilascio rapido di versioni major ogni due o tre mesi. Non è la prima volta, e non sarà l’ultima. La versione precedente, la v24, annunciata lo scorso aprile, già introduceva «updates to existing features that require code changes when upgrading»: aggiornamenti che imponevano modifiche al codice per chi voleva restare compatibile. In altre parole, il copione si ripete a ogni ciclo: prima si promette innovazione, poi si scarica il conto tecnico su chi ha costruito qualcosa sopra quella promessa.

C’è qualcosa di quasi comico, se non fosse per chi ci lavora davvero, nel modo in cui ogni major release viene presentata come un passo avanti — nuove funzionalità, maggiore efficienza, integrazioni più sofisticate — mentre nel dettaglio tecnico si nasconde sempre una lista di cose che smettono di funzionare. Un laboratorio perpetuo dove il prodotto non è mai finito, e dove la manutenzione permanente diventa un costo strutturale per l’intero settore che vive sopra quelle API. Ma Google non è certo l’unico gigante a giocare questa partita.

Anche Meta accelera: la corsa al ribasso dei developer

Lo scorso 18 febbraio, Meta ha rilasciato le sue Graph API v25.0 e Marketing API v25.0, confermando che il ritmo serrato di aggiornamenti non è un incidente isolato di Google ma una scelta di mercato condivisa dai grandi player della pubblicità digitale. Anche qui, versioni major che si susseguono a distanza ravvicinata, anche qui sviluppatori chiamati a rincorrere. Il fenomeno, insomma, è sistemico: due dei principali attori dell’advertising online impongono ai propri ecosistemi di sviluppatori terzi un ritmo di adattamento che ha poco di volontario.

E qui si apre la domanda che nessuno, per ora, sembra voler porre ad alta voce: cosa succederebbe se un regolatore iniziasse a esaminare questi aggiornamenti forzati come una possibile forma di abuso di posizione dominante? Rimuovere funzionalità senza preavviso, imporre riscritture di codice a cadenza trimestrale, scaricare sistematicamente il costo della manutenzione su terze parti che dipendono da quelle piattaforme per lavorare: sono pratiche che, in altri settori regolati, farebbero scattare più di un campanello d’allarme. Nel caso della pubblicità digitale, dove Google e Meta controllano gran parte del mercato, la questione della dipendenza tecnica degli sviluppatori dovrebbe forse entrare più stabilmente nel radar di chi si occupa di concorrenza e protezione dei dati, non solo di prestazioni tecniche.

Per ora, però, non ci sono segnali che qualcuno stia guardando in quella direzione. E così, la prossima volta che Google annuncierà un aggiornamento della sua Ads API, agli sviluppatori non resterà che farsi la stessa domanda, con la stessa rassegnazione: cosa mi toglieranno questa volta?

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