Google ha preso una multa da 460 milioni

Google ha preso una multa da 460 milioni

La Commissione europea infligge a Google una multa di 460 milioni per favoritismi ai propri servizi, in base al Digital Markets Act.

La Commissione europea ha inflitto la sanzione per trattamento preferenziale dei propri servizi

Quanto vale un risultato di ricerca? Per la Commissione europea, che ha inflitto a Google una multa di 460 milioni di euro lo scorso 23 luglio, il prezzo di un ordinamento scorretto tra link e servizi si misura in centinaia di milioni. Per gli europei che ogni giorno usano quel motore di ricerca, il conto potrebbe essere ben più salato — e pagato in una moneta diversa: la qualità del prodotto che usano.

La sanzione, imposta ai sensi del Digital Markets Act, colpisce Google per aver riservato un trattamento preferenziale ai propri servizi — shopping, hotel, trasporti, risultati sportivi — rispetto a quelli di terze parti all’interno del motore di ricerca. Un secondo filone della stessa decisione riguarda Google Play: secondo la Commissione, l’azienda avrebbe impedito agli sviluppatori di app di comunicare liberamente e promuovere offerte più vantaggiose su canali di distribuzione alternativi, bloccando di fatto la concorrenza sui prezzi. Bruxelles ha ordinato a Google di porre fine immediatamente a queste pratiche.

Qui però la storia si biforca, e la biforcazione è il punto. Perché Google, attraverso il suo presidente per gli affari globali Kent Walker, ha risposto sostenendo che la conformità al DMA lo costringe a degradare funzionalità di ricerca che gli europei trovano utili. Non è una difesa da poco: se fosse vera anche solo in parte, significherebbe che il rimedio regolatorio — pensato per proteggere la concorrenza — finisce per peggiorare l’esperienza di chi quella concorrenza dovrebbe beneficiarne. Un risultato di ricerca più “equo” ma meno pertinente è davvero un progresso? La Commissione, va detto, non offre nel provvedimento una risposta a questa obiezione: punisce il comportamento, non discute il suo effetto collaterale. Ma è solo una multa o l’inizio di una trasformazione forzata del modo in cui milioni di persone cercano informazioni online?

Dodici miliardi di motivi per chiedersi se le multe funzionino

Non è la prima volta, e non sarà l’ultima. Google porta sulle spalle una storia giudiziaria con Bruxelles che si allunga da quasi un decennio: tra il 2017 e il 2019 l’Unione Europea aveva già comminato all’azienda multe per un totale di 8,2 miliardi di euro, relative a pratiche anticoncorrenziali su shopping comparativo, sistema operativo Android e pubblicità AdSense. Lo scorso 2 luglio, poi, Google ha perso in via definitiva l’appello contro la multa antitrust Android da 4,1 miliardi di euro — imposta originariamente nel 2018 — davanti alla Corte di Giustizia Europea, chiudendo un contenzioso lungo otto anni con una sconfitta totale.

Sommando la sanzione da 460 milioni di fine luglio a quella per l’ad-tech del 2025, il totale delle multe europee a carico di Google supera ormai i 12 miliardi di euro, rendendola l’azienda tecnologica più penalizzata in Europa in assoluto. È una cifra che a prima vista suona come una vittoria della regolazione. Ma dopo anni di sanzioni miliardarie, Google resta l’azienda dominante nella ricerca online in Europa come ovunque altrove. Se lo scopo delle multe era correggere comportamenti strutturali, il pattern che emerge — sanzione, ricorso, nuova sanzione — assomiglia più a un costo operativo ricorrente che a un deterrente reale. Cosa cambia davvero ora, con l’arrivo del DMA e dei suoi obblighi di condotta anziché delle semplici multe ex post?

Alphabet, Apple, Meta: la stretta simultanea che riscrive le regole del gioco

La multa a Google non è un caso isolato: è il segnale di una stretta senza precedenti che coinvolge l’intero vertice del settore tecnologico. Già il 25 marzo 2024 la Commissione europea aveva aperto indagini per inosservanza del DMA contro Alphabet, Apple e Meta, tutte e tre avviate contemporaneamente lo stesso giorno. Non un’indagine alla volta, non un’azienda alla volta: un’operazione coordinata su tre fronti diversi, a dimostrazione che Bruxelles non sta cercando un capro espiatorio ma sta testando la tenuta dell’intera architettura normativa del Digital Markets Act su tutti i grandi gatekeeper insieme. Il fatto che le tre indagini siano partite nello stesso istante racconta qualcosa di più della semplice coincidenza burocratica: rivela un impianto regolatorio che ha deciso di muoversi in blocco, probabilmente per evitare che le aziende potessero confrontare le proprie strategie di difesa o guadagnare tempo aspettando l’esito altrui. È una scelta che ha una sua logica giuridica, ma che solleva anche interrogativi pratici: cosa succede se Apple, Meta e Google adottano soluzioni di compliance diverse, magari in contraddizione tra loro, per rispondere alle stesse identiche regole? E soprattutto: chi paga il conto di questa fase di assestamento, se non — ancora una volta — l’utente finale, stretto tra prodotti degradati per legge e aziende che si difendono dicendo di essere costrette a peggiorarli?

Il DMA nasce con un obiettivo dichiaratamente pro-concorrenziale: impedire che poche piattaforme controllino l’accesso a mercati digitali interi. È un obiettivo legittimo, forse persino necessario in un settore dove pochissime aziende concentrano un potere enorme sui dati e sulla distribuzione digitale. Ma la tensione che la vicenda Google mette a nudo — tra concorrenza leale e qualità del prodotto — resta irrisolta, e non è chiaro se la Commissione abbia davvero uno strumento per misurarla, o se si limiti a contare i milioni di euro delle sanzioni come unico indicatore di successo. Allora: è davvero questa la strada per un mercato più equo, o stiamo costruendo, multa dopo multa, un Internet peggiore per tutti, dove la conformità normativa conta più della qualità del servizio?

Quando la cura fa più male della malattia, forse è il momento di chiedersi se la diagnosi fosse quella giusta. La battaglia regolatoria tra Bruxelles e Google, dopo 12 miliardi di euro e otto anni di ricorsi, non ha ancora prodotto una risposta. Ha prodotto solo, per ora, altre multe.

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