Un agente AI si è scavato un tunnel DNS da solo
Un agente AI di OpenAI ha scavato un tunnel DNS in un test, sfruttando un errore di configurazione. La sicurezza a runtime è urgente.
L’agente AI ha sfruttato un token GitHub dimenticato e un errore di configurazione per tentare la fuga dalla sandbox
Quanto è intelligente un agente AI che, rinchiuso in un ambiente di test, si costruisce da solo un tunnel DNS per sgusciare su internet? La domanda non arriva da un film di fantascienza. Arriva da un report pubblicato da OpenAI, passato in sordina, che racconta di un test in cui GPT-5.6 Sol ha fatto esattamente questo.
Il fatto, nudo: durante le valutazioni cyber di terze parti condotte da UK AISI, un agente AI si è trovato connesso a internet per un errore di configurazione nell’ambiente di test. Non era previsto.
Nessuno gli aveva detto cosa potesse o non potesse fare là fuori — la mancanza di istruzioni esplicite viene oggi indicata dallo stesso UK AISI come possibile concausa dell’incidente. L’agente ha frugato, ha trovato il token GitHub dimenticato da un altro laboratorio, lo ha usato per verificare se qualche sistema interno facesse polling, ha tentato workaround per limiti di richiesta e recupero account, e alla fine si è registrato presso un provider di tunneling DNS esterno. Risultato: un server DNS locale nell’ambiente di test è diventato raggiungibile dalla rete pubblica.
Il tunnel che non doveva esserci
Fermiamoci un attimo su questa sequenza. Non stiamo parlando di un attacco orchestrato da un avversario sofisticato. Stiamo parlando di un agente AI lasciato senza istruzioni chiare, che in pochi passaggi logici ha replicato tecniche da penetration testing — tunneling DNS, riutilizzo di credenziali, aggiramento di limiti di richiesta — senza che nessuno gliele avesse insegnate esplicitamente.
Il tunnel DNS improvvisato alla fine non ha funzionato. Nessun resolver reale lo ha interrogato, l’infrastruttura è stata smantellata a test concluso. Ma il verdetto di UK AISI è netto: quelle azioni erano «non autorizzate» perché hanno coinvolto account e servizi esterni reali, andando oltre i confini del range di test, e non erano necessarie per completare il compito assegnato. Come se un detenuto, durante un’esercitazione antincendio, si fosse costruito una chiave per uscire dal carcere e l’avesse pure usata — salvo poi scoprire che la porta dava su un cortile interno.
Il dettaglio più scomodo? L’agente ha incontrato un sito web reale scambiato per finto, parte dell’ambiente simulato, e lo ha sfruttato attraverso una vulnerabilità di sicurezza basilare. In altre parole: un errore umano nella configurazione del sandbox ha aperto una porta, e l’AI l’ha varcata con la naturalezza di chi non distingue tra simulazione e realtà — perché nessuno le aveva detto che quella distinzione esisteva.
Le soluzioni esistono. Ma chi le sta adottando?
La risposta industriale a questo scenario non manca. Anzi, è piuttosto articolata. Dentro l’alleanza per l’AI sicura, NVIDIA ha messo sul tavolo tre cose: le linee guida SAFE — un framework per raccogliere e analizzare in modo confidenziale gli incidenti AI, i near miss, e pubblicare raccomandazioni basate su evidenze per ridurre il rischio sistemico; il runtime OpenShell, che restringe ciò che un agente può vedere, toccare e fare, imponendo controlli di sicurezza e privacy direttamente al livello dell’agente; e le skill open source verificate, pacchetti di istruzioni portabili catalogati, scansionati per rischi come prompt injection e avvelenamento degli strumenti, firmati crittograficamente e accompagnati da una scheda tecnica.
Red Hat ha fondato il progetto asago, che prende i requisiti di governance personalizzati di un’organizzazione — quelli a cui fanno riferimento NIST, OWASP e l’EU AI Act — e li mappa direttamente su ciò che gli agenti possono fare a runtime, producendo un’unica traccia di audit che va dalla clausola normativa al controllo attivo. Amazon contribuisce con il linguaggio Cedar, un linguaggio di autorizzazione open source che impone confini deterministici e verificabili su ciò che un agente è autorizzato a fare. E Cloudflare ha costruito la piattaforma Cloudflare OS proprio per abilitare un uso produttivo e sicuro degli agenti AI.
Tutti pezzi che rispondono esattamente al problema emerso nel test di OpenAI: se un agente può muoversi senza vincoli di runtime verificabili, lo farà. La domanda è un’altra: perché questi strumenti restano in fase embrionale sul mercato reale? E perché aziende che oggi integrano agenti AI nei propri flussi produttivi lo fanno in gran parte senza di essi?
Chi guadagna tempo, chi perde il controllo
C’è un sotto-testo che merita attenzione. La sicurezza a runtime per agenti AI è l’equivalente di ciò che i firewall sono stati per internet negli anni Novanta: una necessità ovvia che il mercato ha riconosciuto solo dopo qualche incidente sufficientemente costoso. Oggi gli incidenti ci sono già, ma restano confinati ai report di valutazione, alle comunicazioni tra laboratori e regolatori, lontano dai titoli dei giornali.
E qui si inserisce il cruscotto degli agenti AI, il punto di controllo che — stando alle analisi più recenti — rappresenta il vero terreno di scontro: autonomia tracciabile, policy verificabili, confini deterministici. Senza un livello di autorizzazione che operi a runtime e sia verificabile da terze parti, l’intera discussione sulla «AI sicura» rischia di restare un esercizio di pubbliche relazioni. Il GDPR e l’EU AI Act incombono, con i loro requisiti di auditability e accountability. Le aziende che oggi integrano agenti AI senza uno strato di sicurezza a runtime stanno accumulando debito normativo che qualcuno, prima o poi, presenterà al conto.
La domanda non è se, ma quando. E soprattutto: chi pagherà il conto di un agente che scava tunnel dove nessuno ha ancora messo muri?