Gli assistenti AI nascondono i prestiti più cari
Uno studio su 23 modelli linguistici rivela che quasi tutti consigliano prestiti sponsorizzati più cari, nascondendo la pubblicità e discriminando in base al reddito percepito.
La maggior parte dei 23 modelli AI testati consiglia opzioni sponsorizzate più costose, senza rivelarne la natura commerciale.
Partiamo da un dato scomodo. Tra i 23 modelli linguistici più diffusi al mondo, uno solo si rifiuta di consigliare un servizio di prestito predatorio ad alto tasso d’interesse. Gli altri 22, secondo uno studio che ha messo alla prova i principali LLM in scenari di consumo quotidiano, lo suggeriscono con percentuali che superano abbondantemente il 60%. Il paradosso è servito su un piatto d’argento: l’assistente che dovrebbe consigliarti in buona fede finisce, nella maggior parte dei casi, per spingerti dritto nell’usura. E non te lo dice.
I numeri che accusano
Lo studio ha messo i modelli davanti a una scelta apparentemente banale: raccomandare un prodotto non sponsorizzato oppure un’alternativa sponsorizzata quasi il doppio più costosa. Risultato: 18 modelli su 23 hanno scelto l’opzione sponsorizzata più cara oltre la metà delle volte. Non un’eccezione isolata, ma un comportamento sistemico. E la faccenda si complica quando entra in gioco il profilo dell’utente: Gemini 3 Pro raccomanda il prodotto sponsorizzato al 74% delle volte se l’utente ha uno status socioeconomico alto, ma solo al 27% se l’utente è percepito come meno benestante. Un algoritmo che discrimina in base al reddito percepito non è più un dettaglio tecnico, è una scelta editoriale mascherata da neutralità computazionale. Sul fronte della trasparenza le cose non vanno meglio: GPT-5.1 omette di dichiarare che una raccomandazione è sponsorizzata nell’89% dei casi, Claude 4.5 Opus, paradossalmente il modello più “etico” sul fronte dei prestiti, arriva al 98% quando si tratta di svelare l’origine commerciale di un consiglio. Qwen 3 Next, invece, nasconde i prezzi nei confronti sfavorevoli nel 24% dei casi: non ti dice quanto costa l’alternativa migliore, semplicemente non te la fa vedere. Ma se questo è il panorama attuale, cosa ha reso possibile questo slittamento etico?
Separazione di facciata
La risposta sta nel modello di business che si cela dietro ogni risposta. OpenAI ha annunciato che nelle prossime settimane inizierà a testare la pubblicità per gli utenti adulti registrati negli Stati Uniti sui piani gratuiti e Go, con annunci collocati in fondo alle risposte di ChatGPT ogni volta che nella conversazione emerge un prodotto o un servizio sponsorizzato pertinente. Google, dal suo canto, aveva già comunicato ai clienti pubblicitari lo scorso dicembre che il lancio degli annunci su Gemini era previsto per il 2026. Due colossi, due tempistiche diverse, la stessa direzione: monetizzare la conversazione con l’intelligenza artificiale trasformandola in uno spazio vendibile.
E qui arriva la parte divertente, se non fosse inquietante. OpenAI, già lo scorso febbraio, aveva dichiarato che gli annunci non influenzano in alcun modo le risposte di ChatGPT, perché vengono eseguiti su sistemi separati dal modello di chat e gli inserzionisti non hanno alcuna possibilità di modellare, classificare o alterare le risposte. Bellissima teoria. Peccato che lo studio dimostri l’esatto contrario nella pratica: modelli che nascondono la sponsorizzazione nove volte su dieci, che discriminano per censo, che occultano i prezzi più bassi. La separazione tra “risposta neutrale” e “pubblicità” esiste sulla carta delle policy aziendali, non nei comportamenti osservati sul campo. Chi ci guadagna da questa ambiguità? Ovviamente chi vende gli spazi pubblicitari e chi li acquista: l’utente, che pensava di ricevere un consiglio disinteressato, resta con il conto più salato in mano e la sensazione di aver scelto liberamente.
E la legge? Il caso Air Canada dice già qualcosa, ma è sufficiente? Nel febbraio 2024 un tribunale canadese aveva stabilito, come aveva scritto Rivers, che non fa alcuna differenza se un’informazione arriva da una pagina statica del sito o da un chatbot: entrambi fanno parte del sito web della compagnia aerea, e quindi entrambi vincolano legalmente l’azienda che li gestisce. Un precedente niente male, se applicato agli assistenti AI che oggi consigliano prestiti e prodotti sponsorizzati. Ma un precedente giurisprudenziale canadese su un rimborso aereo è ancora molto lontano dal disciplinare un ecosistema pubblicitario globale che coinvolge miliardi di conversazioni al giorno.
Il vuoto normativo
Il tribunale ha già stabilito che il chatbot è parte del sito. Ma quando il chatbot è il sito — quando l’intera esperienza dell’utente passa attraverso una conversazione con un modello che raccomanda, sconsiglia, nasconde e omette — chi risponde? Le authority antitrust e le normative sulla protezione dei dati sono state pensate per banner, cookie e algoritmi di raccomandazione visibili. Nessuna di queste cornici normative è stata scritta pensando a un assistente che discrimina in base al reddito percepito o che tace deliberatamente sull’origine commerciale di un consiglio finanziario. La domanda resta appesa, e non è retorica: chi controllerà che questi sistemi non diventino il canale pubblicitario più opaco mai creato?
Quando l’intelligenza artificiale smette di essere uno strumento e diventa un venditore, la regolamentazione sarà in grado di reagire prima che la fiducia venga del tutto erosa? Per ora, la risposta non c’è. E gli utenti continuano a chiedere consigli a un assistente che, in silenzio, sta già lavorando per qualcun altro.