Google ha cancellato 837 siti in un aggiornamento
Google ha rimosso 837 siti con l'aggiornamento spam di agosto 2026, sollevando dubbi sulla trasparenza e l'impatto sugli editori.
L’aggiornamento spam di agosto 2026 è partito senza dettagli operativi, mentre i precedenti interventi hanno lasciato settori interi del web
Ottocentotrentasette siti. Spariti da Google in pochi giorni, non per un attacco hacker né per un errore tecnico, ma per un aggiornamento “core” che, secondo l’azienda, doveva semplicemente migliorare la qualità dei risultati di ricerca. Lo scorso 18 agosto è arrivata la notizia di un nuovo capitolo di questa storia: la dashboard ufficiale sullo stato di Google Search ha registrato un aggiornamento spam di agosto 2026, etichettato semplicemente come “Information”. Due parole, nessun dettaglio operativo, nessuna lista di criteri verificabili. La macchina che decide chi esiste su internet e chi no si è rimessa in moto, e come sempre lo ha fatto senza spiegare granché.
La notifica che non spiega nulla
Google ripete da anni la stessa formula rassicurante: i suoi aggiornamenti core sono “ampi e di natura generale” e, come recita la documentazione ufficiale sugli aggiornamenti core, “non mirano a siti o pagine web specifici”. È una frase pensata per placare gli animi di chi vive di posizionamento organico, ma che lascia aperta una domanda scomoda: se nessun sito è un bersaglio dichiarato, chi decide concretamente quali contenuti verranno declassati o cancellati dai risultati? La risposta, per ora, resta chiusa dentro gli algoritmi di Mountain View. Nessun regolatore — né la Commissione Europea in chiave antitrust, né alcuna autorità di protezione dati — ha mai ottenuto una trasparenza reale su come questi sistemi di ranking selezionino le vittime. E mentre l’azienda parla di “cambiamenti generali”, i siti che si vedono azzerare il traffico dall’oggi al domani non ricevono altro che silenzio.
Numeri che raccontano un’altra storia
Per capire cosa può nascondersi dietro un’etichetta neutra come “August 2026 spam update” bisogna guardare indietro, ai precedenti. Gli aggiornamenti core degli ultimi anni non sono stati eventi rapidi e chirurgici: quello di giugno 2025 è durato 16 giorni e 18 ore, un’eternità per chi vede il proprio traffico oscillare quotidianamente senza sapere quando si stabilizzerà. Peggio ancora era andata con l’aggiornamento core di marzo 2024, rimasto attivo per 45 giorni, e ancora prima con il problema di ranking segnalato il 5 ottobre 2023, durato 26 giorni, e con l’aggiornamento sui contenuti utili di dicembre 2022, protratto per 38 giorni. Numeri che raccontano tutt’altro rispetto alla narrazione di “piccoli aggiustamenti”: settimane, a volte mesi, in cui interi settori del web restano appesi a un algoritmo che nessuno fuori da Google può realmente auditare.
Google stessa, quando ha lanciato l’aggiornamento di marzo 2024, ha ammesso qualcosa di più insolito del solito: in un annuncio ufficiale sul blog per sviluppatori, l’azienda ha definito quell’intervento “un aggiornamento più complesso dei nostri soliti aggiornamenti core, che coinvolge modifiche a più sistemi core”. Tradotto: non un singolo interruttore, ma un intreccio di meccanismi che si sovrappongono, difficile da isolare anche per chi ci lavora dentro. Ed è proprio in quel marzo 2024 che la comunità SEO ha misurato l’effetto reale sul campo: un’analisi indipendente su 49.345 siti, diffusa dalla community su Twitter, ha rilevato che 837 siti erano stati completamente deindicizzati già nelle prime fasi del rollout. Non declassati, non penalizzati: spariti, come se non fossero mai esistiti agli occhi del motore di ricerca più usato al mondo. Se un aggiornamento “core”, genericamente definito, è stato capace di cancellare 837 siti in poche settimane, resta da capire cosa possa produrre un aggiornamento che porta scritto nel nome la parola “spam” — e che quindi, per definizione, si propone di essere ancora più aggressivo nel colpire.
Il conto lo pagano gli editori
Dietro ogni cifra di deindicizzazione ci sono redazioni, freelance, piccole testate che campano di pubblicità legata al traffico organico. E qui la storia smette di essere astratta. I dati raccolti tra i membri della Digital Content Next, l’associazione che riunisce editori come Vox, Condé Nast e il New York Times, mostrano che la maggioranza dei siti associati ha registrato perdite di traffico da Google Search comprese tra l’1% e il 25%, secondo quanto riportato da Digiday. Non è un dettaglio marginale: per una testata che vive di inserzioni legate alle visite, un quarto del traffico in meno può significare tagli al personale, chiusura di sezioni, o peggio. Google continua a presentare questi interventi come miglioramenti per gli utenti, ma il conto lo pagano quasi sempre gli stessi soggetti: chi produce contenuti originali e non ha la scala per assorbire un crollo improvviso di visibilità. È l’ironia amara di un sistema che dice di voler premiare la qualità e intanto falcidia proprio chi quella qualità la produce ogni giorno, senza fornire strumenti reali di verifica o ricorso attraverso la Search Console.
Quanto traffico può perdere un editore prima di dover chiudere i battenti? Nessuno lo sa con certezza, perché nessuno — a parte Google — ha visibilità completa su come i sistemi di ranking si stiano comportando in questo momento, mentre l’aggiornamento spam di agosto 2026 procede nel suo rollout. La prossima volta che l’azienda deciderà di premere il pulsante “aggiorna”, la domanda da porsi non sarà se qualcuno sparirà dai risultati di ricerca. Sarà chi, e chi controllerà che quella sparizione non sia diventata, di fatto, un’arma contro chi i contenuti li scrive davvero.