Meta ha approvato otto annunci falsi su quattordici
Amnesty International ha testato Facebook: otto annunci falsi su quattordici sono stati approvati, mentre i rifiuti sono stati per motivi burocratici, non per contenuto.
Il test di Amnesty ha simulato annunci con bugie sul voto in Brasile, ma i rifiuti erano per motivi amministrativi.
Otto bugie su quattordici sono passate senza un solo intoppo. È il risultato di un test condotto da Amnesty International su Facebook: quindici annunci in portoghese brasiliano, quattordici contenenti disinformazione elettorale e uno neutro, tutti rivolti alla popolazione brasiliana in età di voto. Facebook ne ha approvati otto. A poche settimane dalle elezioni del 4 ottobre 2026, la domanda non è se Meta sia complice, ma se sia ancora capace di distinguere il falso.
Il test: otto bugie su quattordici
Il dato è brutale, ma non è il più interessante. Amnesty ha progettato gli annunci per simulare l’inganno sul processo elettorale: contenuti falsi, fuorvianti, pensati per essere condivisi. Facebook ne ha approvati otto. I sette respinti, invece, non sono stati bloccati perché falsi: nessuno è stato rifiutato esplicitamente per disinformazione. La motivazione registrata era un’altra: riguardavano “Annunci su questioni sociali, elezioni o politica”. Tra i respinti c’era anche l’unico annuncio neutro, quello che non conteneva alcuna bugia. Il sistema ha filtrato la burocrazia, non le menzogne.
E così il numero più interessante non è quanti annunci sono passati, ma perché gli altri sette sono stati fermati. Non per una valutazione del contenuto, ma per una classificazione amministrativa. È la differenza tra dire “questo annuncio è falso” e dire “questo annuncio appartiene a una categoria che richiede un’etichetta”. La prima difende il voto. La seconda protegge solo la procedura.
Il paradosso del guardiano cieco
Se sette annunci sono stati bloccati, qualcuno potrebbe dire che il sistema funziona. Ma guardiamo al motivo dei rifiuti: una categoria pubblicitaria, non una valutazione del contenuto. E non è un caso isolato. Già nel gennaio 2025, Meta ha chiuso il programma di fact-checking di terze parti negli Stati Uniti, sostituendolo con le Community Notes: annotazioni che arrivano dopo la diffusione, se arrivano. Un annuncio pagato, invece, diffonde la bugia prima del voto e con la spinta dell’algoritmo. Chi ci guadagna? Non certo l’elettore brasiliano. Meta può presentare sette rifiuti come prova di moderazione, ma il criterio usato è formale: chiunque può superarlo acquistando un annuncio che eviti la categoria politica.
Secondo Global Witness, in una recente ri-esecuzione degli stessi annunci, il 40% è stato approvato, incluso uno che suggeriva che il TSE aveva truccato le macchine per il voto. La parola “truccato” non ha fatto scattare alcun allarme. Il paradosso è tutto qui: Meta può rifiutare un annuncio perché è politico, ma non perché è falso. Se il filtro non riconosce più la menzogna, cosa resta a proteggere il voto?
L’ombra dell’8 gennaio
La domanda aperta trova una risposta spaventosa nella storia recente. La diffusione di fake news sulle urne elettroniche ha preceduto il tentativo di colpo di stato dell’8 gennaio 2023 in Brasile. Non è un’astrazione: è la stessa narrativa che ha armato l’assalto alle istituzioni. E già nel 2022, secondo Global Witness, YouTube approvò tutti gli annunci di disinformazione simulata, mentre Facebook ne approvò la metà. Il problema non è nuovo, e non riguarda solo Meta: riguarda chi controlla ciò che viene pagato per diventare visibile.
Amnesty ha scritto a Meta lo scorso 21 luglio, chiedendo spiegazioni e segnalando i rischi per i diritti umani. Al momento della pubblicazione, nessuna risposta è arrivata. Il silenzio non è un dettaglio: è un messaggio. Quando una piattaforma non risponde a chi la interroga sul proprio sistema di moderazione, a chi risponderà quando il prossimo annuncio vincerà? Il guardiano non distingue più la realtà dalla menzogna. Quando il filtro lascia passare la stessa bugia che ha armato un assalto alle istituzioni, il voto non è più una scelta democratica: è una trincea aperta.