Google contro SerpApi: la fine dell’ipocrisia del web aperto?
La battaglia legale tra Google e SerpApi svela le ipocrisie del web aperto e il controllo dei dati nell’era dell’intelligenza artificiale.
C’è un’ironia di fondo, quasi dolorosa per quanto è acuta, nel vedere il gigante che ha costruito il proprio impero indicizzando l’intero scibile umano lamentarsi che qualcuno sta… indicizzando i suoi dati.
Se avete seguito le cronache giudiziarie della Silicon Valley dell’ultimo mese, saprete che il “Grande Fratello” di Mountain View ha deciso di chiudere i cancelli del suo giardino recintato, e lo ha fatto con un rumore assordante.
Siamo a fine gennaio 2026, e la causa depositata da Google contro SerpApi lo scorso dicembre presso la Corte Distrettuale della California del Nord non è una semplice scaramuccia legale tra aziende: è la fine ufficiale dell’ipocrisia del “web aperto”.
Google accusa SerpApi — un servizio utilizzato da sviluppatori e aziende per estrarre dati dai risultati di ricerca — di essere un “parassita”.
La terminologia non è casuale.
In un ecosistema dove i dati sono il nuovo petrolio (o forse il nuovo uranio, visti i rischi), chi estrae senza chiedere permesso viene trattato come un ladro.
Ma qui sorge la prima domanda scomoda: se estrarre dati pubblici è illegale, cosa ha fatto Google negli ultimi trent’anni?
La narrazione ufficiale è che SerpApi violi il Digital Millennium Copyright Act (DMCA) aggirando le protezioni tecnologiche note come “SearchGuard”. In pratica, Google dice di aver messo un lucchetto alla porta e che questi “hacker” lo stanno forzando.
Nella sua denuncia formale, Google ha descritto l’attività come una minaccia esistenziale, sottolineando che SerpApi effettuava centinaia di milioni di query automatizzate ogni giorno, sovraccaricando i sistemi e minando gli investimenti fatti nei contenuti in licenza.
Sembra un argomento ragionevole, finché non si gratta la superficie.
Il paradosso del “grande Scraper”
Ricordate il caso Google Books? Nel 2015, Google vinse una battaglia storica sostenendo che scansionare milioni di libri protetti da copyright per creare un indice ricercabile fosse “fair use”.
All’epoca, Google era il paladino dell’accesso all’informazione. Oggi, che l’informazione serve per addestrare le intelligenze artificiali concorrenti, la musica è cambiata.
Il vero problema non è il sovraccarico dei server. Google gestisce miliardi di ricerche al giorno; qualche milione in più da parte di bot non fa crollare l’infrastruttura di Mountain View.
Il problema è il controllo.
SerpApi vende l’accesso a ciò che Google vuole tenere per sé: la struttura dei risultati di ricerca, i dati locali, le recensioni, i prezzi. Questi sono i dati grezzi che alimentano strumenti SEO, app di monitoraggio prezzi e, soprattutto, i nuovi modelli di intelligenza artificiale che minacciano il predominio di Google Search.
Se blocchi SerpApi, non stai solo proteggendo il tuo copyright; stai affamando i tuoi concorrenti.
Stai rendendo più difficile per una startup capire come funziona l’algoritmo di Google o per un’app di viaggi aggregare i prezzi dei voli senza pagare il “pizzo” alle API ufficiali di Big G (che, guarda caso, costano molto di più e offrono molto meno).
È una mossa di business brillante, travestita da crociata per la sicurezza.
Ma c’è un altro attore in questa commedia degli orrori digitali, ed è qui che la trama si infittisce.
La trappola e la scusa della sicurezza
Non è solo Google a muoversi. L’intero settore sta alzando le barricate. La causa contro SerpApi si inserisce in un contesto più ampio dove anche piattaforme come Reddit hanno iniziato a sparare a vista contro i bot.
La situazione si è complicata quando Reddit ha accusato SerpApi e altri attori di aver ignorato i blocchi digitali per alimentare modelli di intelligenza artificiale concorrenti, arrivando persino a creare “post trappola” visibili solo ai crawler di Google per dimostrare il furto di dati.
Notate la sottigliezza?
Reddit lascia passare Google (perché Google paga Reddit 60 milioni di dollari l’anno per i dati), ma blocca gli altri. Google, a sua volta, blocca chi cerca di prendere quei dati dalla sua vetrina.
È un sistema feudale.
I dati degli utenti — i nostri post, le nostre recensioni, le nostre foto — sono diventati merce di scambio tra giganti, mentre i piccoli attori vengono tagliati fuori con l’accusa di “aggiramento delle misure di sicurezza”.
L’accusa di violazione del DMCA è particolarmente insidiosa. Il DMCA era nato per impedire la pirateria di film e musica, non per impedire l’accesso a dati fattuali pubblici come il prezzo di un paio di scarpe o l’indirizzo di una pizzeria.
Usando questa legge, Google sta cercando di creare un precedente pericolosissimo: l’idea che l’accesso automatizzato a dati pubblici sia un crimine se non piace al padrone della piattaforma.
Ecco cosa ne pensa la controparte, in una dichiarazione che suona come un ultimo appello prima dell’esecuzione:
Questa azione legale minaccia l’accesso ai dati pubblici e il funzionamento del web aperto. La posizione di Google, se accolta, consentirebbe a un’unica azienda di decidere chi può accedere alle informazioni pubbliche su Internet e a quali condizioni.
— Team di SerpApi, Comunicato Ufficiale
Dal canto suo, l’azienda texana sostiene che questa azione legale minaccia l’accesso ai dati pubblici e il funzionamento del web aperto, trasformando Internet da una biblioteca pubblica a un club privato.
Chi controlla i controllori?
Se Google vince, le conseguenze per la privacy e la trasparenza saranno devastanti, anche se non sembra intuitivo. Potreste pensare: “Bene, meno bot che girano per la rete a rubare dati”.
Ma attenzione a cosa desiderate.
Senza servizi come SerpApi, diventa quasi impossibile per ricercatori indipendenti, giornalisti e regolatori monitorare cosa fa Google. Come facciamo a sapere se Google sta manipolando i risultati elettorali in un paese specifico? Come facciamo a verificare se sta favorendo i propri prodotti nello shopping a discapito dei concorrenti?
Oggi, questi audit si fanno spesso usando strumenti che si appoggiano a tecniche di scraping per simulare migliaia di ricerche da posizioni diverse.
Se l’unico modo per vedere cosa succede dentro la “scatola nera” di Google è chiedere permesso a Google tramite le loro API ufficiali (che possono essere limitate, censurate o spente a piacimento), abbiamo perso ogni capacità di sorveglianza esterna.
Stiamo consegnando le chiavi della verità digitale all’azienda che ha il maggior interesse a nasconderla.
La battaglia legale si giocherà sui tecnicismi dei “fake browser” e della rotazione degli indirizzi IP, ma la posta in gioco è la struttura stessa di Internet.
Stiamo passando da un modello permissionless (posso leggere ciò che pubblichi) a un modello permission-based (posso leggere solo se mi autorizzi e se paghi). E in questo nuovo mondo, la privacy degli utenti non è tutelata perché i dati non vengono raccolti; è “tutelata” solo perché viene raccolta esclusivamente da un monopolista che non vuole condividerla con nessuno.
Siamo sicuri di voler applaudire mentre Google chiude l’ultima porta sul retro?