Microsoft ha già venduto il futuro dell'AI

Microsoft ha già venduto il futuro dell’AI

Microsoft vanta una crescita AI del 123%, ma il backlog di 627 miliardi di dollari solleva dubbi sulla sostenibilità. Google Cloud e AWS accelerano, la corsa è aperta.

L’obbligazione residua commerciale è salita a 627 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto all’anno precedente

Sono passati più di tre mesi da quando Microsoft ha diffuso i risultati del terzo trimestre dell’anno fiscale 2026, eppure una domanda continua a non trovare risposta convincente: perché un’azienda che dichiara una crescita del 123% nel proprio business AI ha bisogno di presentarsi al mercato con 627 miliardi di dollari di ricavi futuri già messi nero su bianco nei contratti? Secondo il comunicato ufficiale sui risultati trimestrali di Microsoft, il fatturato del trimestre chiuso il 31 marzo 2026 è stato di 82,9 miliardi di dollari, in aumento del 18% rispetto all’anno precedente. Numeri solidi, certo. Ma è il dettaglio nascosto tra le righe delle slide per gli investitori a raccontare la storia più interessante — e più scomoda.

Il paradosso del backlog: crescita reale o promessa?

Partiamo dal dato che Microsoft ama ripetere: il business AI ha superato un tasso di ricavi annuali di 37 miliardi di dollari, con un balzo del 123% su base anno, come ha rivendicato Satya Nadella. Ad Azure va persino meglio in termini percentuali: 40% di crescita (39% a valuta costante), mentre l’intero Microsoft Cloud ha toccato i 54,5 miliardi di dollari, in crescita del 29%. Numeri da titolo, indubbiamente. Ma il dato che dovrebbe far drizzare le orecchie a chi legge i bilanci con occhio critico è un altro: l’obbligazione di performance residua commerciale — in sostanza, il valore dei contratti già firmati ma non ancora fatturati — è salita del 99% arrivando a 627 miliardi di dollari.

Non è un dettaglio contabile qualunque. Significa che quasi la metà della narrazione di crescita di Microsoft riguarda soldi che l’azienda non ha ancora incassato, ma che ha già convinto qualcuno a promettere. È la differenza tra un conto in banca e un assegno postdatato: entrambi valgono, ma solo uno è già liquidità. Il salto è tanto più vertiginoso se si guarda indietro: già a gennaio 2025 Microsoft rivendicava un tasso di ricavi AI di 13 miliardi di dollari, in crescita del 175% anno su anno. In poco più di un anno quella cifra è quasi triplicata. La domanda è se questa accelerazione rifletta una domanda reale già consumata, oppure se sia in buona parte il frutto di contratti pluriennali firmati oggi per servizi che verranno erogati — e fatturati — negli anni a venire. Ma chi è davvero avanti nella corsa all’intelligenza artificiale? Per capirlo, i numeri di Microsoft vanno letti accanto a quelli dei suoi due rivali più diretti.

La concorrenza non dorme: Google Cloud e AWS

Dall’obbligazione residua di Microsoft al backlog di Google Cloud il passo è breve, e il confronto cambia parecchio la prospettiva. Nella lettera agli azionisti relativa ai risultati del quarto trimestre 2025, diffusa a inizio febbraio 2026, Alphabet ha rivendicato per Google Cloud una crescita dei ricavi del 48%, con un tasso di esecuzione annuale che ha superato i 70 miliardi di dollari. E il backlog — l’equivalente dell’obbligazione residua di Microsoft — è cresciuto del 55% da un trimestre all’altro, arrivando a 240 miliardi di dollari, spinto dalla domanda di prodotti AI. È una cifra molto più piccola dei 627 miliardi di Microsoft, ma cresce a un ritmo che nessuno può ignorare, e soprattutto arriva da una base di ricavi correnti già superiore in valore assoluto al presunto business AI di Redmond.

Poi c’è Amazon, che gioca una partita diversa ma altrettanto rilevante. Ad aprile 2026 il CEO Andy Jassy ha rivendicato per AWS un tasso di ricavi annuali legato all’AI superiore a 15 miliardi di dollari, un valore che secondo le sue parole è quasi 260 volte più grande rispetto ai primi tre anni dell’onda AI. È una cifra in termini assoluti più contenuta rispetto a quella dichiarata da Microsoft, ma la crescita percentuale rivendicata — quasi 260 volte — segnala un’accelerazione che parte da una base bassa e che potrebbe presto rimettere in discussione le gerarchie attuali. Nessuno dei tre colossi cloud pubblica dati comparabili con la stessa metodologia: Microsoft parla di run-rate e backlog contrattuale, Google di run-rate e backlog, Amazon di moltiplicatori rispetto al passato. È un dettaglio che dovrebbe insospettire chiunque provi a stilare classifiche nette: i numeri vengono scelti, non solo misurati. E qui si apre un problema di sostanza che riguarda anche i regolatori — antitrust in testa — sempre più attenti a capire quanto della potenza di calcolo AI sia concentrata nelle mani di tre o quattro aziende, e quanto i contratti pluriennali blindino i clienti in ecosistemi difficili da lasciare. La domanda che resta è se una crescita trainata dagli impegni pluriennali sia sostenibile quando la concorrenza, come dimostrano questi numeri, sta accelerando sullo stesso terreno.

La domanda irrisolta: quanto vale davvero la promessa?

Se il backlog è una promessa, allora la vera notizia non è che Microsoft cresce: è che ha già venduto il suo futuro prima di guadagnarlo. I 627 miliardi di dollari di obbligazioni residue non sono ricavi, sono impegni — e gli impegni, nei contratti enterprise pluriennali, possono essere rinegoziati, posticipati, in casi estremi disdetti. La metrica che davvero conta, allora, non è il tasso di crescita percentuale sbandierato nei comunicati stampa, ma la velocità con cui quella montagna di promesse si trasformerà in fatturato effettivo, trimestre dopo trimestre. Finché quella conversione non sarà misurabile con la stessa trasparenza con cui viene misurato il backlog, resterà lecito chiedersi: un’azienda con 627 miliardi di dollari di impegni ha già vinto la corsa all’AI, o ha semplicemente rimandato il verdetto?

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