Google ha un buco nelle aste pubblicitarie
Google Ads non blocca l'acquisto di keyword di marchi altrui, permettendo truffe. L'AI interviene solo sul contenuto dell'annuncio.
Il sistema d’asta di Google non verifica la titolarità delle parole chiave acquistate
Il cuore del problema è un gap nell’architettura delle aste pubblicitarie di Google: un inserzionista può acquistare come keyword di marchi altrui senza che il sistema sollevi obiezioni, finché non usa il marchio nel testo dell’annuncio. Il caso Stanley Steemer lo dimostra: i truffatori hanno comprato il nome dell’azienda come parola chiave, sono comparsi nei risultati sponsorizzati e hanno intercettato clienti ignari. Google vanta cifre da capogiro sui blocchi — oltre 8,3 miliardi di annunci pubblicitari bloccati nel 2025, 24,9 milioni di account pubblicitari sospesi — ma il meccanismo che permette queste truffe è scritto nel codice delle policy stesse.
Perché l’AI blocca tutto tranne le keyword dei marchi
Il sistema di revisione basato su AI, che secondo Google supera il 99% delle violazioni intercettate prima della pubblicazione, è addestrato a riconoscere infrazioni nel contenuto dell’annuncio — testo, immagine, landing page. Ma la compravendita di keyword è gestita da un altro layer: il motore d’asta non verifica se la parola chiave è un marchio registrato altrui. Il sistema non blocca gli annunci che acquistano keyword di marchi altrui; si limita a vietare che nel testo si legga “Stanley Steemer” in modo da far credere di contattare il titolare del marchio. Per i truffatori è banalissimo: scrivono “pulizie tappeti chiama ora” e comprano la keyword del competitor. L’utente vede un annuncio sponsorizzato per il nome che ha cercato, clicca e finisce su una pagina clone o un numero premium. Il meccanismo è lo stesso che permette il typosquatting pubblicitario.
Un reclamo dopo la truffa, e intanto l’AI diventa obbligatoria
La difesa per i titolari di marchi è tutta ex post: possono presentare reclamo formale per violazione del marchio, Google esamina e, se la ritiene fondata, limita l’uso della keyword. Nessun controllo preventivo, nessun database centralizzato di marchi registrati integrato nel sistema d’asta. Nel frattempo, Google spinge l’automazione AI al centro delle campagne: ha annunciato che AI Max per campagne Search uscirà dalla beta e che da settembre 2026 l’aggiornamento automatico ad AI Max sarà applicato a tutte le campagne che usano Dynamic Search Ads, asset creati automaticamente o corrispondenza generica. L’AI diventa un layer obbligatorio di ottimizzazione, ma non interviene sul problema strutturale delle keyword di marca.
Il trade-off tra automazione e controllo nel nuovo AI Act
La scelta architetturale di Google è chiara: l’asta deve essere liquida, senza vincoli che rallentino la conversione. Bloccare a priori l’acquisto di keyword protette significherebbe integrare un controllo di proprietà intellettuale a livello di query matching, con costi computazionali e legali non banali. Invece si scarica la responsabilità sui titolari dei marchi, che devono monitorare e denunciare.
Mentre l’AI Act in vigore progressivamente in Europa chiede trasparenza e accountability sugli algoritmi, Google accelera sulla delega all’AI senza risolvere la falla più elementare. Per chi costruisce campagne pubblicitarie, la lezione tecnica è duplice: da un lato bisogna difendere il proprio brand acquistando a propria volta la keyword (difesa costosa), dall’altro il sistema di reclamo resta l’unica barriera — un loop reattivo in un’architettura che si vanta di essere predittiva.