Google lancia Gemini Enterprise for Legal

Google lancia Gemini Enterprise for Legal

Google Cloud lancia Gemini Enterprise for Legal, una piattaforma IA per studi legali con connettori per iManage, Docusign e altri. Freshfields tra i primi clienti.

La soluzione si integra con gli strumenti già usati dagli studi, mentre Microsoft e Thomson Reuters accelerano le proprie mosse

Immagina un associato in uno studio come Freshfields: apre il portatile, accede a iManage e chiede a Gemini di analizzare una serie di contratti. Non è fantascienza: da ieri questa scena è una realtà. Google Cloud ha lanciato Gemini Enterprise for Legal, una soluzione di intelligenza artificiale agentica pensata per il settore legale, e i primi a usarla sono i team legali di Cleary, Weil, Williams & Connolly e della stessa Freshfields.

Disponibile inizialmente in anteprima per il settore legale, non è un chatbot generico con un cappello da avvocato. È una piattaforma “enterprise-grade” e “purpose-built” — costruita per i flussi di lavoro, le fonti e le esigenze di chi vive di codici, precedenti e contratti.

Non si limita a leggere testi. La soluzione include connettori per piattaforme come Courtroom5, Docusign, Everlaw, iManage, NetDocuments, RelativityOne e Thomson Reuters. In pratica, Gemini non vive in una bolla: si aggancia agli strumenti che gli studi legali usano già ogni giorno. Il punto è tutto qui. L’IA generica non basta: come spiega Google nel suo blog, l’intelligenza dei modelli fondativi è necessaria, ma per il lavoro legale non è lontanamente sufficiente.

Thomas Kurian, CEO di Google Cloud, lo ha detto senza giri di parole: con l’AI agentica i professionisti possono fare ricerca sulla giurisprudenza storica, costruire argomentazioni complesse e automatizzare attività ripetitive — un valore enorme per i clienti. Ma ogni passaggio di questi flussi di lavoro deve essere accurato, verificato e ancorato a fonti legali autorevoli. È una questione di fiducia. E nel diritto la fiducia non è un optional.

Freshfields merita un’attenzione in più: lo studio è tra i clienti di lancio ma non parte da zero, perché collaborava già con Google Cloud sull’innovazione legale basata sull’AI. Insomma, la relazione è seria. Eppure questa scena quotidiana è solo la punta dell’iceberg: dietro c’è una partita competitiva già in corso da mesi.

La gara è cominciata mesi fa

Quella che sembra una novità assoluta è in realtà l’ultima mossa di una partita in corso da tempo. Lo scorso luglio, il dipartimento legale di Microsoft — un’unità di circa 2.000 persone tra avvocati e professionisti della conformità — utilizzerà la piattaforma Harvey per le sue operazioni legali. Harvey, da parte sua, aveva già integrato la sua intelligenza legale direttamente in Microsoft 365 Copilot.

Non un giocatore qualsiasi, Harvey. Lo scorso marzo ha raccolto 200 milioni di dollari a una valutazione di 11 miliardi. E stando a un comunicato, i suoi prodotti sono usati da oltre 100.000 avvocati in 1.300 organizzazioni. Numeri da unicorno, non da startup di nicchia.

E Thomson Reuters? Nei giorni scorsi ha lanciato un modello linguistico proprietario chiamato Thomson 1.0, addestrato sui suoi contenuti di ricerca legale e costruito per il lavoro professionale. Il messaggio è chiaro: chi possiede le fonti del diritto vuole anche il modello che le trasforma in risposte.

Il dettaglio più sorprendente, però, è un altro. Nella lista dei connettori di Gemini Enterprise for Legal c’è anche Harvey — sì, proprio la piattaforma che Microsoft ha scelto per il suo dipartimento legale. Nel software legale nessuno può permettersi di vivere isolato: i rivali devono anche collaborare, perché gli studi legali usano strumenti diversi e non vogliono scegliere un vincitore a priori.

Per gli studi legali questo scenario è un’opportunità e una pressione allo stesso tempo. Possono scegliere tra più fornitori e spuntare condizioni migliori, ma devono anche decidere in fretta: ogni mese di ritardo nell’adozione è un mese in cui i concorrenti — quelli che già usano l’IA per revisionare contratti o preparare memorie — guadagnano terreno. La domanda non è più se l’IA entrerà negli studi legali. È già entrata, da mesi. È se chi paga la parcella si fiderà.

Il vero test non è la tecnologia

Mentre i fornitori si sfidano, il banco di prova è un altro: la fiducia di chi paga la parcella. I clienti — spiega Jonathon Soler — si aspettano sempre più che i loro avvocati usino l’IA e sfruttino le sue efficienze. La pressione non viene dai reparti IT degli studi legali. Viene dal basso, dal mercato, da chi riceve la fattura.

Google ha messo un piede nella porta, con una soluzione che promette accuratezza, governance e integrazione con gli strumenti esistenti. Non resta che osservare se la promessa reggerà nei corridoi dei tribunali e nelle sale riunioni dei clienti.

Il mercato legale è a un bivio: chi saprà coniugare potenza dell’IA, governance e fiducia dei clienti guiderà la prossima fase. Per ora, la partita è appena cominciata.

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