Google chiede ai lettori di scegliere le fonti, ma il traffico cala
Google introduce il pulsante Preferred Sources per contrastare il calo del traffico organico, ma i dati mostrano una diminuzione per i grandi editori come il New York Times.
Il nuovo strumento arriva mentre la quota di traffico organico verso alcune grandi testate continua a diminuire
Mentre la quota di traffico organico verso alcune grandi testate continua a scendere, Google annuncia oggi un nuovo pulsante interattivo “Preferred Sources” che gli editori possono incorporare nelle loro pagine. La risposta al crollo dell’attenzione è chiedere ai lettori di scegliere la fonte che già faticano a trovare nei risultati di ricerca. Il paradosso è servito.
L’annuncio arriva con una cifra: finora, spiega Google, le persone hanno selezionato più di 600.000 fonti uniche tramite il pulsante. Non viene però detto quanti utenti abbiano mai visto quel pulsante, né quanto traffico aggiuntivo abbia generato. È un numero assoluto presentato come prova di adozione, ma un numero assoluto senza denominatore è una metrica da comunicato stampa.
La retorica della scelta
Il nuovo pulsante non è un gesto isolato. Nei prossimi giorni, nell’app Google, si potrà dire al feed Discover quali argomenti o link mostrare più o meno spesso, scrivendo le proprie preferenze. E nell’app Google News su Android gli utenti possono ora curare i briefing audio quotidiani scegliendo argomenti specifici, con attribuzione chiara della fonte e link agli articoli completi. Sembra un’apertura: l’utente ha il controllo, l’editore ha un canale diretto. Ma è un controllo concesso dentro un recinto.
La funzione non nasce oggi. Ad agosto 2025 Google aveva lanciato la funzione Preferred Sources negli Stati Uniti e in India per le Top Stories nella Ricerca. A settembre 2025, il feed Discover aveva già ricevuto un pulsante Segui per editori e creatori. In un rilevamento precedente, la società parlava di 345.000 fonti uniche selezionate e di una probabilità doppia di clic su una Fonte Preferita. Rispetto a quel dato, le 600.000 fonti di oggi segnano un aumento di circa 255.000 unità. Se sia molto o poco, Google non lo dice.
Ma quanto valgono queste preferenze se il traffico complessivo continua a calare? I dati raccontano un’altra storia.
Numeri scomodi: adozione vs. erosione
La promessa è che scegliere una fonte preferita la renda più visibile. C’è però un dato che Google non mette in evidenza. Secondo i dati Similarweb citati dal Wall Street Journal, la quota di traffico da ricerca organica verso il sito del New York Times è scesa al 36,5% nell’aprile 2025, rispetto al 44% di tre anni prima. Un calo di 7,5 punti percentuali, pari a una riduzione relativa di circa il 17 per cento.
Nel frattempo, la funzione Preferred Sources è disponibile a livello globale per le Top Stories in tutte le lingue in cui esiste la Ricerca Google. L’offerta di scelta si allarga mentre il rubinetto del traffico si restringe.
I due dati vanno letti insieme. Da una parte Google chiede agli editori di adottare un pulsante. Dall’altra, per il New York Times, la quota di traffico organico in arrivo dalla ricerca era già scesa di 7,5 punti percentuali in tre anni ad aprile 2025. Il raddoppio della probabilità di clic su una Fonte Preferita dice poco se il volume complessivo si riduce: raddoppiare una probabilità su una base più piccola non restituisce i lettori persi. E se 600.000 fonti uniche selezionate sembrano un successo, il dato non offre alcun confronto con i milioni di editori e creatori che dipendono dalla ricerca.
Se gli editori dipendono da un pulsante per sopravvivere, che spazio resta per la concorrenza? Apple News ha già una risposta diversa.
Il fronte Apple: privacy come arma
Apple News usa esclusivamente l’intelligenza on-device per raccomandare storie e, scrive l’azienda, non accede alle informazioni dell’utente senza permesso. Nessun pulsante da incorporare, nessuna richiesta di visibilità: il lettore non dice a Apple quale fonte preferisce, l’algoritmo locale sceglie per lui. È una scommessa diversa. Google offre un’apparenza di scelta; Apple promette privacy senza accesso ai dati. Resta una domanda: gli editori preferiranno la scelta apparente o la privacy silenziosa?
Nel dubbio, un punto merita attenzione. La personalizzazione di Google non sposta il potere decisionale dall’azienda al lettore: lo distribuisce su un nuovo livello di preferenze, che Google continua a mediare, pesare e mostrare nei suoi spazi. L’editore che incorpora il pulsante non recupera un canale autonomo, ma accetta di essere preferito all’interno di un sistema che decide, in ultima istanza, cosa è rilevante. È un passo verso l’autonomia editoriale o una dipendenza più fine? Forse è solo il modo più elegante per far dimenticare che il traffico, intanto, continua a scendere.