Google ha deciso chi può usare le FAQ

Google ha deciso chi può usare le FAQ

Google ha annunciato che i rich results FAQ saranno visibili solo per siti governativi e sanitari, mentre gli HowTo scompaiono su mobile.

La decisione limita i rich results a siti governativi e sanitari, escludendo editori e blogger indipendenti

Google ha deciso che su cellulare non si impara più a fare nulla. O meglio: si può ancora imparare, ma senza l’aiuto visivo dei risultati arricchiti che per anni hanno reso le ricerche più utili e immediate. E se vuoi fare una domanda — nel senso di trovare una risposta strutturata direttamente nei risultati di ricerca — devi sperare che la risposta arrivi da un sito governativo o sanitario. Altrimenti, niente. Già nell’agosto del 2023, secondo il blog ufficiale di Google Search Central, l’azienda ha annunciato due modifiche che, presentate come un miglioramento dell’esperienza utente, di fatto ridisegnano in modo radicale chi ha diritto a essere visibile — e chi no.

Il paradosso della restrizione

L’annuncio è arrivato l’8 agosto 2023 ed è diventato operativo nel giro di una settimana, con un rollout globale che Google ha descritto come imminente. Il contenuto è semplice da riassumere, ma difficile da digerire: i rich results di tipo FAQ — quei blocchi espansi con domande e risposte che compaiono direttamente nella SERP — saranno mostrati solo per siti governativi e sanitari “autorevoli e conosciuti”. I rich results di tipo HowTo, invece, sopravvivono ma solo su desktop: gli utenti mobile, che rappresentano la stragrande maggioranza di chi naviga oggi, non li vedranno più.

Il paradosso è evidente. Google si è costruita la sua reputazione sul promettere accesso democratico all’informazione. L’idea che chiunque potesse ottimizzare i propri contenuti e ottenere visibilità in base alla qualità era il patto implicito con il web aperto. Questa mossa lo rompe, almeno in parte. Ridurre la visibilità dei rich results non equivale a migliorare l’esperienza: equivale a spostare il potere verso un gruppo ristretto di soggetti, selezionati secondo criteri che l’azienda non ha dettagliato in modo trasparente.

Chi ci guadagna?

La risposta superficiale è: i siti governativi e le organizzazioni sanitarie. Loro e solo loro potranno continuare a mostrare le FAQ arricchite nei risultati di ricerca su tutti i dispositivi. Un blogger che spiega come compilare la dichiarazione dei redditi, una testata indipendente che risponde alle domande più comuni sulla salute mentale, un portale di consumatori che chiarisce i diritti degli acquirenti: tutti fuori. Non perché i loro contenuti siano necessariamente peggiori, ma perché non appartengono alla categoria che Google ha deciso di privilegiare.

Sul versante HowTo, il taglio mobile è ancora più significativo di quanto sembri. Se la stragrande maggioranza degli utenti usa il telefono per cercare “come si fa” qualcosa — una ricetta, una riparazione, un tutorial — eliminarli dal mobile significa ridurre drasticamente la portata di quei contenuti. Chi ha investito anni a strutturare dati con il markup HowTo si ritrova con uno strumento che funziona solo su desktop, cioè su una fetta decrescente del traffico. Il messaggio implicito è: quel lavoro non è più prioritario per noi. La definizione di “autorevole”, poi, resta opaca. Google parla di siti governativi e sanitari “well-known” — ben noti — senza specificare chi valuta questa notorietà, con quali criteri, e soprattutto con quale possibilità di appello per chi viene escluso.

La domanda che resta

Questa non è solo una decisione tecnica. È una decisione politica, nel senso più letterale del termine: stabilisce chi ha potere di parola nello spazio pubblico digitale. Google, un’azienda privata senza mandato democratico, ha deciso che alcune categorie di soggetti meritano una visibilità strutturata che ad altri è preclusa. E lo ha fatto in modo unilaterale, con un annuncio sul proprio blog e un rollout completato nel giro di sette giorni.

Le implicazioni per gli editori sono concrete. Chi aveva integrato il markup FAQPage per aumentare il click-through rate dei propri articoli si trova ora a gestire un vantaggio competitivo azzerato. Non perché i contenuti siano cambiati, ma perché le regole del gioco sono cambiate dall’alto. È il tipo di mossa che, in un contesto di crescente attenzione antitrust verso le big tech — sia in Europa che negli Stati Uniti — solleva domande legittime: una piattaforma che controlla l’accesso all’informazione per miliardi di persone può legittimamente decidere, senza supervisione esterna, quali fonti amplificare e quali silenziare?

C’è anche un tema di trasparenza che le autorità di regolamentazione dovrebbero trovare interessante. Il GDPR e le norme europee sul mercato digitale — a partire dal Digital Markets Act — presuppongono che le piattaforme dominanti operino con criteri chiari e non discriminatori. Una distinzione tra siti “autorevoli” e tutti gli altri, basata su criteri non pubblici e non impugnabili, è esattamente il tipo di opacità che i regolatori dichiarano di voler combattere. Eppure, per ora, nessuno ha bussato alla porta di Mountain View per chiedere spiegazioni.

Resta quindi una domanda, senza risposta per il momento: stiamo costruendo un web più utile, o stiamo solo costruendo un web più controllato — dove l’utilità coincide, per coincidenza, con gli interessi di chi ha già il potere?

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