Anthropic ha convinto Goldman Sachs a fidarsi
Anthropic ha convinto Goldman Sachs a fidarsi di Claude, che ora lavora come analista senior nei servizi finanziari.
La joint venture con Blackstone e Goldman Sachs integra Claude nei processi operativi delle aziende
Meno di un anno fa, stando a l’indice economico pubblicato da Anthropic, Claude «riusciva a malapena a formattare una tabella senza errori di riferimento». Oggi, secondo la stessa fonte, quel modello «lavora al livello di un analista senior». Un salto enorme, in un tempo brevissimo. La domanda che vale la pena farsi non è tanto se sia vero — le dimostrazioni ci sono — ma cosa significhi, concretamente, per chi lavora nella finanza e per chi la regola. Perché Anthropic non sta solo migliorando un prodotto. Sta costruendo un’infrastruttura.
Il paradosso di Claude: da incubo in Excel a analista senior
Nei giorni scorsi Anthropic ha rilasciato dieci modelli di agenti pronti all’uso per le attività più onerose nei servizi finanziari: costruire pitchbook, verificare file KYC, chiudere i libri contabili a fine mese. Contestualmente, Claude funziona ora direttamente all’interno di Microsoft Excel, PowerPoint, Word e — a breve — Outlook, tramite componenti aggiuntivi per Microsoft 365. Non è un chatbot a cui fare domande. È qualcosa che lavora dentro gli strumenti che i professionisti della finanza usano ogni giorno.
Claude Opus 4.7, stando ai dati del benchmark Finance Agent raccolti da Vals AI , risulta attualmente il modello più performante con un’accuratezza del 64,37%. Un numero che impressiona, ma che nasconde anche una domanda scomoda: il restante 35% di errori, in un contesto in cui si muovono capitali reali, che peso ha? La performance è solida, oppure stiamo guardando una bolla algoritmica tenuta in piedi dall’entusiasmo del settore?
La strategia a due binari: chi ci guadagna?
Dietro l’annuncio tecnico c’è una mossa strategica ben più ambiziosa. Secondo quanto riportato da Fortune, Anthropic ha strutturato la sua offensiva su due binari distinti: uno rivolto alle grandi istituzioni, a cui vengono forniti strumenti per configurare e gestire autonomamente gli agenti di intelligenza artificiale; l’altro indirizzato al mercato medio, attraverso una nuova joint venture supportata dal private equity, con l’obiettivo di integrare Claude direttamente nelle operazioni aziendali. Insieme, queste due mosse rappresentano — sempre secondo Fortune — «la spinta più aggressiva mai tentata da qualsiasi azienda di intelligenza artificiale per conquistare i servizi finanziari end-to-end».
Il private equity in questione non è roba da poco. Nei giorni scorsi, Anthropic ha annunciato la formazione di una nuova società di servizi AI insieme a Blackstone, Hellman & Friedman e Goldman Sachs. Tre nomi che, messi uno accanto all’altro, dicono molto su chi controlla i fili di questa operazione. Non si tratta di un accordo tecnologico. Si tratta di una scommessa finanziaria su chi gestirà i processi operativi delle aziende nei prossimi anni. E già a inizio anno, Anthropic aveva lanciato Claude Cowork in modalità di ricerca, per poi aprirlo — a febbraio — alle organizzazioni che volevano collegarlo a Google Drive, Gmail, DocuSign e FactSet.
Sul fronte dei dati, Moody’s ha lanciato un’app che porta all’interno di Claude rating creditizi e informazioni proprietarie su oltre 600 milioni di aziende pubbliche e private, per utilizzi che spaziano dalla compliance all’analisi del credito allo sviluppo del business. È il tipo di integrazione che trasforma un modello linguistico in qualcosa di più vicino a un sistema nervoso finanziario. E mentre Anthropic mette a punto questa architettura, OpenAI — come riportato da Investment News — sta finalizzando una joint venture separata con fondi di private equity per espandere l’adozione dei propri strumenti, e collabora già con banche come BNY e BBVA. Due aziende che corrono verso le stesse IPO, previste entro fine anno, e che usano i contratti con Wall Street come cartellino del prezzo per i mercati pubblici. Perché proprio ora? La risposta è quasi ovvia: perché i numeri di fatturato che si portano dietro rendono la valutazione più credibile davanti agli investitori.
Il vero nodo: quanto possiamo delegare a Claude?
Abbiamo visto chi ci guadagna. Ora chiediamoci a quale prezzo. Quando un modello gestisce la chiusura dei libri contabili, la verifica KYC e la costruzione dei pitchbook per operazioni di M&A, non stiamo parlando di automazione di routine. Stiamo parlando di decisioni che hanno conseguenze legali, regolamentari e finanziarie. E le stiamo affidando a sistemi che, per stessa ammissione del settore, funzionano correttamente il 64% delle volte in condizioni di test controllato.
Il problema non è solo tecnico. È strutturale. Una strategia che punta a integrare Claude direttamente dentro le operazioni di migliaia di aziende del mercato medio — attraverso una joint venture guidata da Blackstone e Goldman Sachs — crea un livello di dipendenza da un unico fornitore che dovrebbe far suonare qualche campanello d’allarme nelle autorità antitrust europee e americane. Chi decide i termini del contratto quando Claude diventa indispensabile? Chi risponde quando l’agente sbaglia un’analisi del credito e un’azienda ottiene un prestito che non avrebbe dovuto avere? Il GDPR ha qualcosa da dire sull’uso di dati aziendali sensibili per addestrare o migliorare modelli commerciali, ma la conversazione regolatoria è ancora ferma a principi generali mentre l’integrazione avanza rapidamente nei fatti.
E mentre le banche si affidano a modelli che comprendiamo solo in parte, la domanda resta aperta: stiamo costruendo un sistema più efficiente o più fragile? Il futuro della finanza si sta decidendo in sale riunioni tra fondi di private equity e startup di intelligenza artificiale, in accordi che ridisegnano chi controlla i dati, chi elabora le decisioni e chi — alla fine — tiene in mano il rischio. Il dibattito normativo, per ora, insegue.