Meta non ha più scuse sui minori
La Commissione europea ha riscontrato che Meta viola il DSA non impedendo ai minori di 13 anni di accedere a Instagram e Facebook.
Meta rischia una multa fino a 12 miliardi di euro per la mancata protezione dei minori su Instagram e Facebook
A tredici anni si può aprire un account su Instagram scrivendo semplicemente una data di nascita sbagliata. Nessuna verifica, nessun controllo, nessun ostacolo reale. Eppure Meta ha dichiarato un fatturato di 201 miliardi di dollari per il 2025. La domanda è semplice e scomoda insieme: se hai le risorse per costruire uno dei sistemi pubblicitari più sofisticati del pianeta — capace di sapere cosa stai per comprare prima ancora che tu lo sappia — come mai non riesci a capire se chi si iscrive ha davvero tredici anni? Oggi la Commissione europea ha dato una risposta implicita a questa domanda: secondo il riscontro preliminare della Commissione europea, Meta viola il Digital Services Act per non aver impedito ai minori di 13 anni di accedere a Instagram e Facebook.
Il paradosso dell’età
Il meccanismo è tanto elementare quanto rivelatore. Al momento della creazione di un account, un bambino di undici anni può inserire una data di nascita qualsiasi — purché risulti plausibile — e accedere a tutti i contenuti della piattaforma senza che Meta muova un dito per verificare la veridicità di quanto dichiarato. La Commissione lo ha scritto nero su bianco: i minori sotto i 13 anni possono inserire una data di nascita falsa che li renda almeno tredicenni, senza che siano previsti controlli efficaci sulla correttezza di quanto auto-dichiarato. Non si tratta di un bug, di una svista tecnica, di una falla imprevista. Si tratta di un sistema che non è mai stato progettato per funzionare davvero come filtro.
Eppure Meta, da anni, comunica al pubblico e ai regolatori di fare tutto il possibile per tutelare i più giovani. La distanza tra la narrazione e la realtà non potrebbe essere più evidente. Se il problema è così evidente, così facile da descrivere in un documento istituzionale, perché Meta non lo ha risolto in tutti questi anni? La risposta, probabilmente, non è tecnica.
Un sistema progettato per fallire
Già a maggio 2024, la Commissione aveva avviato il procedimento formale contro Meta per possibile violazione del DSA in materia di protezione dei minori. All’epoca, l’indagine della Commissione aveva già messo nel mirino la struttura stessa delle piattaforme: il design, le funzionalità addictive, i meccanismi che tengono gli utenti incollati agli schermi. Oggi quella procedura arriva a un punto di svolta con un riscontro preliminare che non lascia molti margini di interpretazione.
La questione non è solo tecnica, è di incentivi. Una data di nascita è un campo obbligatorio che dà l’impressione di un controllo. Ma se quel controllo non viene mai verificato, allora la data di nascita serve a Meta come copertura legale, non come filtro reale. Il ragionamento è perverso ma lineare: più utenti significa più dati, più dati significa pubblicità più precisa, pubblicità più precisa significa fatturato. Un bambino di undici anni che crede di avere tredici anni agli occhi di Instagram è comunque un utente che genera engagement, che clicca, che guarda, che rimane. Il design della piattaforma non ha mai avuto un reale interesse a escluderlo.
E mentre Meta giocava al ribasso, Bruxelles alzava la posta. Le sanzioni previste dal DSA in caso di violazione confermata possono arrivare fino al 6% del fatturato annuo globale: stando a quanto riportato dal rapporto del Guardian, se il riscontro preliminare venisse confermato, Meta rischierebbe una multa che su un fatturato di 201 miliardi di dollari potrebbe superare i 12 miliardi. È una cifra che fa un certo effetto, ma vale la pena ricordare che le grandi sanzioni europee nel settore tech hanno spesso una storia lunga tra annuncio, ricorso e pagamento effettivo. La deterrenza, per ora, resta più teorica che pratica.
L’arma segreta di Bruxelles
Ma la Commissione ha qualcosa di più concreto da mettere sul tavolo. A metà aprile, l’app europea di verifica dell’età è stata dichiarata tecnicamente pronta e sarà presto disponibile per i cittadini europei. La posizione di Bruxelles è esplicita: le piattaforme online possono appoggiarsi a questo strumento, quindi non ci sono più scuse. È una mossa interessante, perché sposta l’onere della prova — se lo strumento esiste ed è accessibile, non adottarlo diventa una scelta deliberata, non una limitazione tecnica.
Non è la prima volta che un grande nome finisce nel mirino. A febbraio 2026, la Commissione aveva già riscontrato preliminarmente che la violazione del DSA da parte di TikTok riguardava il suo design addictivo. Il pattern si ripete: piattaforme che costruiscono il loro successo su meccanismi di coinvolgimento intensivo, regolatori che arrivano dopo, sanzioni che forse arriveranno dopo ancora.
Resta una domanda che nessun documento istituzionale può risolvere: basterà la tecnologia a cambiare una cultura aziendale che ha costruito il suo successo sull’ignorare l’età? Uno strumento di verifica funziona se chi lo deve adottare ha davvero interesse ad adottarlo. Le piattaforme sono pronte a prendere sul serio l’età dei propri utenti, o continueranno a chiudere un occhio finché le multe non faranno più male del business?