L’UE chiede a Google di condividere i dati di ricerca
La Commissione europea ha inviato a Google le conclusioni preliminari del DMA, chiedendo di condividere dati di ricerca con concorrenti per garantire parità di condizioni.
La Commissione europea chiede all’azienda di condividere i dati di query e click con i concorrenti per garantire una concorrenza
Pensa all’ultima volta che hai cercato un volo Roma-Barcellona o un hotel a Lisbona su Google. I risultati sembravano costruiti su misura, precisi, quasi intuitivi. Eppure, se avessi provato la stessa ricerca su DuckDuckGo o su qualsiasi altro motore alternativo, l’esperienza sarebbe stata notevolmente più approssimativa. Non perché quegli altri motori siano pigri o incompetenti, ma perché partono da una posizione di svantaggio strutturale: semplicemente non vedono quante ricerche vede Google. Ed è esattamente questo il problema che ieri, 16 aprile, le conclusioni preliminari della Commissione sul DMA hanno messo sul tavolo in modo formale e dettagliato.
La ricerca quotidiana sotto la lente
Come fa Google a mantenere questo vantaggio? La risposta è sorprendentemente semplice: scala. Google ha stretto accordi di distribuzione esclusivi che le garantiscono di vedere molte più query di ricerca rispetto a qualsiasi concorrente. È come se un’unica libreria avesse accesso a tutti i libri mai scritti, mentre le altre devono accontentarsi di quelli che riescono a trovare al mercatino dell’usato. Più ricerche vedi, meglio impari a rispondere. Più impari, migliori diventano i tuoi risultati. Più i risultati migliorano, più gli utenti ti scelgono. Un circolo virtuoso, se sei Google. Un muro invalicabile, se sei chiunque altro.
E così la domanda che molti si pongono da anni diventa inevitabile: cosa succederebbe se altri potessero accedere agli stessi dati?
La mossa dell’UE e la risposta di Google
Ed è proprio qui che entra in gioco l’Unione Europea. Ieri la Commissione europea ha inviato a Google le proprie conclusioni preliminari nell’ambito del Digital Markets Act, il regolamento pensato per riequilibrare i rapporti di forza tra i grandi operatori digitali e i loro concorrenti. Le misure sono concrete e specifiche: Google dovrebbe consentire a motori di ricerca di terze parti di accedere ai dati di ricerca — ranking, query, click e dati di visualizzazione — a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie. Non solo. Le misure riguardano anche i chatbot di intelligenza artificiale con funzionalità di ricerca, che potrebbero così ricevere gli stessi dati. Immagina un assistente AI che finalmente ti risponde con la stessa precisione di Google, perché ha accesso a un flusso paragonabile di informazioni.
Sul fronte della privacy, il DMA prevede già una tutela: qualsiasi dato di query, click e visualizzazione che costituisce dato personale deve essere anonimizzato prima di essere condiviso. Un dettaglio tecnico importante, ma che non ha convinto Google. Clare Kelly, senior Competition Counsel dell’azienda, ha dichiarato a The Register: “Centinaia di milioni di europei si fidano di Google con le loro ricerche più sensibili — incluse domande private sulla salute, la famiglia e le finanze — e la proposta della Commissione ci costringerebbe a consegnare questi dati a terze parti, con protezioni della privacy pericolosamente inefficaci.” È una dichiarazione potente, costruita attorno a parole che evocano fiducia e paura insieme. Difficile non sentirla.
Ma c’è un secondo fronte nella risposta di Google: l’azienda sostiene che le richieste della Commissione superino il mandato originale del DMA. In altre parole, non è solo una questione di privacy — è anche una disputa sull’interpretazione della norma. Nel frattempo, Google ha già implementato più di venti modifiche ai propri risultati di ricerca — compresa l’introduzione di unità dedicate per aiutare gli utenti a trovare siti di confronto in settori come voli, hotel e shopping — presentando le modifiche di conformità al DMA come prova del proprio impegno normativo. Ha persino rimosso alcune funzionalità che aiutavano i consumatori a trovare aziende, come l’unità Google Flights. Un’ironia non piccola: per conformarsi alla legge, Google ha tolto strumenti utili agli utenti. Con Google che resiste su entrambi i fronti — legale e tecnico — il vero dilemma rimane aperto: come si bilanciano concorrenza e protezione dei dati senza sacrificare né l’una né l’altra?
Chi vince e chi perde?
Mentre la tensione sale, è il momento di chiedersi chi trarrà concretamente beneficio da questa svolta. I candidati più ovvi sono i motori di ricerca alternativi. DuckDuckGo, per esempio, aveva già sollecitato la Commissione europea ad aprire indagini sulla non conformità di Google al DMA, segnalando che gli accordi di distribuzione esclusivi di Google garantiscono all’azienda un vantaggio di scala nei dati che nessun concorrente può colmare con le sole proprie forze. Se le misure proposte dalla Commissione entrassero in vigore, DuckDuckGo e altri motori potrebbero finalmente competere su un terreno meno inclinato.
Ma i benefici potenziali non si fermano ai motori di ricerca tradizionali. I chatbot AI con funzionalità di ricerca — pensa a quelli che rispondono a domande in linguaggio naturale — potrebbero accedere a dati strutturati di qualità superiore, migliorando le proprie risposte in modo significativo. Per l’utente finale, questo potrebbe tradursi in alternative credibili a Google Search, non solo su carta ma nella pratica quotidiana.
Detto questo, le preoccupazioni sulla privacy non vanno liquidate. L’anonimizzazione dei dati è una misura necessaria ma non infallibile: la storia della tecnologia è costellata di casi in cui dati “anonimi” si sono rivelati reidentificabili. E poi c’è il vantaggio di Google nei dati, costruito in anni di accordi esclusivi, che non svanirà per decreto. Così come non scompariranno facilmente le argomentazioni legali di Google sul superamento del mandato del DMA: sono già pronte, elaborate e probabilmente destinate a percorrere anni di procedimenti.
La partita è appena iniziata. Tenete d’occhio le prossime mosse di Google — una risposta formale alle conclusioni preliminari è attesa — e soprattutto se l’UE riuscirà a tradurre queste buone intenzioni in un mercato davvero più equo. Senza sacrificare, nel farlo, la privacy di quegli stessi utenti europei che dice di voler proteggere.