Microsoft ha mollato l’esclusiva con OpenAI
Microsoft ha reso non esclusiva la licenza con OpenAI, nonostante ricavi AI da 37 miliardi, puntando sul cloud.
La licenza non esclusiva sui modelli OpenAI apre la strada a nuovi equilibri nel mercato cloud
Partiamo dai numeri, perché sono difficili da ignorare. Nel terzo trimestre fiscale 2026, stando ai risultati Q3 FY2026, Microsoft ha registrato un fatturato di 82,9 miliardi di dollari — in crescita del 18% rispetto all’anno precedente — con un utile netto GAAP di 31,8 miliardi, su del 23%. Il suo business AI ha superato un tasso di ricavi annuali di 37 miliardi di dollari, in aumento del 123% su base annua. I ricavi cloud complessivi hanno toccato 54,5 miliardi, +29%. Azure da solo è cresciuto del 40%. Sono numeri che raccontano un’azienda che non sta scommettendo sull’AI: ci sta già guadagnando, e in modo massiccio. E allora perché, proprio ora, Microsoft ha deciso di rinunciare all’esclusiva con OpenAI?
Il 27 aprile — tre giorni fa — Microsoft e OpenAI hanno annunciato la ristrutturazione della loro partnership. Secondo l’annuncio della nuova fase, la licenza di Microsoft sui modelli di OpenAI diventa non esclusiva. E non è tutto: Microsoft non pagherà più una quota di compartecipazione alle entrate a OpenAI. Due mosse che, insieme, segnano una discontinuità netta rispetto all’alleanza esclusiva che aveva definito il settore negli ultimi anni. Se l’AI vale 37 miliardi all’anno per Microsoft, come si spiega che proprio adesso allenta la presa sul partner che — almeno nella narrativa pubblica — ha reso tutto questo possibile?
Chi guadagna davvero?
Ma i numeri raccontano un’altra storia: l’AI di Microsoft non è solo OpenAI. E probabilmente non lo è mai stata davvero, almeno non nei termini in cui ce l’hanno venduta. La crescita di Azure al 40% — un punto percentuale in più rispetto al già robusto 39% del trimestre precedente, documentato nei risultati del Q2 FY2026 — non dipende da quale modello linguistico gira sopra. Dipende da chi firma i contratti cloud. E qui arriva il dato che cambia la prospettiva dell’intera storia: le obbligazioni di performance residua commerciali di Microsoft sono aumentate del 99%, raggiungendo 627 miliardi di dollari. Tradotto: le aziende di tutto il mondo hanno già firmato contratti pluriennali con Microsoft per servizi che non hanno ancora ricevuto. È una montagna di ricavi futuri già garantiti, indipendentemente da ciò che accade nel mercato dei modelli AI.
In questo contesto, l’esclusiva con OpenAI era un vantaggio competitivo che costava — letteralmente, sotto forma di revenue share — e che ora forse non serve più. Microsoft ha integrato abbastanza AI nei suoi prodotti, ha costruito abbastanza infrastruttura, ha firmato abbastanza contratti da potersi permettere di non dipendere da un singolo fornitore di modelli. Non è una ritirata: è una promozione. Da cliente privilegiato di OpenAI a piattaforma su cui chiunque — inclusa OpenAI, inclusi i suoi concorrenti — dovrà appoggiarsi. Nel frattempo, anche i rivali stanno correndo. AWS ha registrato una crescita dei ricavi del 28% su base annua nel primo trimestre 2026, con 37,59 miliardi di dollari, secondo il report utili di Amazon. Google Cloud ha toccato 20,02 miliardi, battendo le stime di quasi due miliardi, e il CEO Sundar Pichai ha dichiarato agli analisti che «le soluzioni AI aziendali sono diventate il principale motore di crescita per il cloud per la prima volta nel Q1», come riporta il report utili di Alphabet. Azure però cresce più in fretta di tutti. La vera partita non è nei modelli linguistici, ma nei contratti cloud pluriennali. E qui Microsoft ha un vantaggio che nessuno tocca.
Il nodo normativo
E qui si annida la tensione vera. La partnership esclusiva tra Microsoft e OpenAI era finita sotto la lente dei regolatori europei e americani: troppo concentrazione, troppo potere in mano a due soggetti privati sulla tecnologia che avrebbe condizionato il resto del mercato. La mossa di rendere la licenza non esclusiva risolve elegantemente quel problema — almeno sulla carta. Ma se il vero strumento di controllo non è più l’accesso ai modelli, bensì l’infrastruttura cloud su cui girano quei modelli, la questione antitrust non scompare: si sposta. Seicento ventisette miliardi di obbligazioni future non sono un numero qualsiasi. Sono la misura del lock-in. Quando i regolatori si accorgeranno che il vero potere non è nei modelli, ma nei contratti cloud da centinaia di miliardi?
Il futuro dell’AI non si decide nei laboratori di ricerca, né negli accordi di partnership che vengono annunciati e poi ristrutturati. Si decide nei data center e nei contratti blindati che le aziende firmano per i prossimi cinque, dieci anni. Microsoft lo sa benissimo — e i suoi numeri lo dimostrano. La domanda è: chi controllerà quell’infrastruttura? E chi avrà il potere — o la volontà — di regolarla?