Amazon Ads ha superato i 17 miliardi di ricavi in un trimestre

Amazon Ads ha superato i 17 miliardi di ricavi in un trimestre

Amazon Ads ha generato 17,2 miliardi di dollari nel primo trimestre 2026, trainata dall'assistente AI Rufus e da Creative Agent.

Amazon Ads raggiunge 17,2 miliardi in un trimestre con l’aiuto dell’assistente AI Rufus

Immagina di vendere tè artigianale online. Un cliente su Amazon digita “tè alla menta”, e prima ancora di scorrere i risultati, l’assistente AI Rufus suggerisce il tuo brand in una conversazione naturale. Il cliente fa una domanda, tu (come brand) rispondi tramite un prompt sponsorizzato, e quasi il 20% di chi interagisce con quel tipo di contenuto continua a parlare del tuo prodotto. Non è fantascienza: è quello che Amazon Ads sta costruendo adesso, e i numeri del primo trimestre 2026 mostrano che la macchina gira a piena velocità.

Il potere di Rufus: quando l’AI incontra lo shopping

Rufus non è un motore di ricerca. È più simile a un commesso digitale che conosce tutto il catalogo di Amazon e, soprattutto, conosce te — la tua cronologia di acquisti, le tue preferenze, i tuoi comportamenti di navigazione. Quando un brand acquista un “brand prompt” in Rufus, non sta comprando uno spazio su una pagina: sta entrando in una conversazione. Ed è lì che la differenza si sente. Quasi un acquirente su cinque che interagisce con quel prompt non si ferma al primo messaggio, ma continua a esplorare quel brand. Per un piccolo venditore, questo significa qualcosa di concreto: non più urlare nel vuoto sperando che qualcuno senta, ma rispondere a chi ha già alzato la mano.

Accanto a Rufus c’è Creative Agent, che Amazon ha appena espanso — nei giorni scorsi — in Canada, Francia, Germania, India, Italia, Spagna e Regno Unito. Si tratta di uno strumento AI che pianifica ed esegue l’intero processo creativo di un annuncio pubblicitario. Tradotto: se prima serviva un’agenzia creativa per produrre immagini, testi e varianti di un banner, oggi un algoritmo può farlo in autonomia, su scala. Il punto non è che sia “bello” o “brutto” quanto un creativo umano — il punto è che lo fa in pochi secondi e per chiunque abbia un account pubblicitario su Amazon. Privacy e trasparenza restano domande aperte: chi controlla che queste creatività non siano ingannevoli? Per ora, la risposta è: Amazon stessa. Un conflitto di interessi che vale la pena tenere d’occhio.

Numeri da capogiro e partnership strategiche

Dietro l’esempio del tè c’è un motore che gira a pieno regime. Secondo i risultati del primo trimestre 2026, Amazon Ads ha generato 17,2 miliardi di dollari di fatturato in un solo trimestre, con una crescita del 22% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Per dare un senso alla scala: stiamo parlando di una divisione pubblicitaria che ha già superato i 70 miliardi di dollari di fatturato annuo ricorrente. Già nel 2025, stando a le entrate pubblicitarie globali riportate da Statista, Amazon aveva incassato circa 65,64 miliardi di dollari in pubblicità a livello mondiale. La traiettoria è chiarissima.

Ma i numeri da soli non bastano a spiegare la strategia. La vera mossa è quella delle partnership. Già a settembre 2025, l’accordo Amazon DSP-Netflix aveva aperto agli inserzionisti l’accesso diretto all’inventario pubblicitario premium di Netflix in 11 paesi, tra cui Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. In pratica: se sei un brand e vuoi raggiungere chi guarda Stranger Things, puoi farlo attraverso Amazon DSP, usando i dati di acquisto e navigazione che solo Amazon possiede. È una combinazione che nessun altro player può replicare facilmente — non Google, non Meta.

Poi, a marzo 2026, durante gli IAB NewFronts, è arrivata un’altra mossa: la partnership Comcast-Amazon Ads. Comcast Advertising ha annunciato che darà ai suoi clienti locali e alle piccole e medie imprese l’accesso a Prime Video per la prima volta. Significa che un ristorante di Chicago o un negozio di abbigliamento a Napoli — attraverso la rete di Comcast — potrà comprare spazi pubblicitari su Prime Video. Fino a ieri, quell’inventario era riservato ai grandi inserzionisti. Ora no. La democratizzazione della pubblicità televisiva premium è in corso, e Amazon sta tenendo le chiavi.

E adesso? Il futuro è (ancora) di Amazon

Dopo aver visto questi numeri, il quadro è difficile da ignorare. Il report Forrester Wave 2026 evidenzia che il cosiddetto “grafico autenticato” di Amazon — cioè la sua capacità di identificare deterministicamente gli utenti attraverso account verificati — raggiunge circa il 90% delle famiglie negli Stati Uniti. Novanta per cento. Non è un campione statistico, non è un’inferenza algoritmica: sono persone reali, con nome, cognome e storico di acquisti. Per un inserzionista, questo è oro. Per un utente preoccupato per la privacy, è una domanda che merita risposta.

Le stime di eMarketer proiettano che la quota di Amazon nella spesa pubblicitaria digitale globale salirà al 9,0% nel 2026, rispetto all’8,0% del 2024. Non sembra un balzo enorme, ma nel mercato della pubblicità digitale — dove ogni punto percentuale vale miliardi — è un segnale molto chiaro. Amazon non sta inseguendo Google o Meta: sta costruendo qualcosa di diverso, che parte dallo shopping e arriva alla TV, passando per l’AI conversazionale.

Chi può competere? Tecnicamente, chiunque abbia i dati, la distribuzione e la capacità di creare contenuti su cui fare pubblicità. Ma avere tutte e tre le cose insieme — come Amazon con Prime Video, il marketplace e Rufus — è estremamente raro. Il prossimo sfidante credibile dovrebbe replicare anni di dati transazionali e una piattaforma streaming da decine di milioni di abbonati. Nel frattempo, per il nostro piccolo produttore di tè artigianale, la notizia è tutto sommato buona: gli strumenti che un tempo erano accessibili solo ai grandi brand si stanno avvicinando. Il prezzo da pagare, in termini di dati ceduti e dipendenza da un’unica piattaforma, è una conversazione che il settore deve ancora affrontare seriamente.

🍪 Impostazioni Cookie