Google punisce chi usa i suoi stessi strumenti

Google punisce chi usa i suoi stessi strumenti

Google sanziona gli inserzionisti per back button hijacking causato da Final URL Expansion, strumento fornito da Google stesso.

Google sanziona il back button hijacking generato dai suoi stessi strumenti pubblicitari

Quando un inserzionista utilizza Google Ads e attiva la Final URL Expansion, il sistema può generare automaticamente reindirizzamenti che alterano la cronologia del browser. Google ha definito questa pratica back button hijacking e l’ha classificata come violazione della spam policy. Il paradosso? Quegli stessi strumenti sono forniti da Google stesso, eppure le sanzioni dal 15 giugno colpiranno indiscriminatamente: Google punisce chi ha usato i suoi stessi strumenti. Benvenuti nel lato oscuro dell’automazione forzata.

L’infrastruttura AI da 185 miliardi e il costo nascosto per gli inserzionisti

Nel maggio 2026 Alphabet ha annunciato che la spesa AI Alphabet 185 miliardi per infrastrutture sarà più del doppio rispetto al 2025: il consuntivo 2025 era stato di 91,4 miliardi, mentre per il 2026 si prevede tra 175 e 185 miliardi. Questa corsa all’AI si traduce in aggiornamenti al cuore del ranking: a febbraio 2026 un core update ha migliorato la capacità dei sistemi di separare contenuti AI di bassa qualità da quelli assistiti, portando alla rimozione di URL dall’indice. A marzo un secondo update ha rafforzato il valore comparativo nel ranking: non conta più quanto una pagina è buona in sé, ma quanto è migliore dei concorrenti sullo stesso argomento. Google ha iniziato a fare pulizia, colpendo i contenuti AI di bassa qualità privi di originalità e profondità. Chi produceva landing page con Gemini senza revisione umana ora vede l’URL deindicizzato.

AI Max e Final URL Expansion: lo strumento che genera violazioni

Mentre Google investe miliardi per rendere l’AI più intelligente, obbliga gli inserzionisti a utilizzare strumenti automatici come AI Max e Final URL Expansion. La migrazione ad AI Max è automatica per chi usa Dynamic Search Ads, asset creati automaticamente o corrispondenza generica: controllo degli utenti e sicurezza AI obbligatoria significa che l’inserzionista perde la scelta. Le campagne Dynamic Search Ads migreranno ad AI Max senza possibilità di rifiuto.

La Final URL Expansion, a sua volta, penalizza anche per negligenza: se il sistema espande l’URL verso pagine che causano back button hijacking, la sanzione arriva comunque. Google vanta che Gemini ha ottenuto un blocco delle truffe pubblicitarie impressionante (oltre il 99% dei violazioni intercettate prima della pubblicazione), ma la stessa tecnologia può generare reindirizzamenti automatici che alterano la cronologia. Per mitigare la perdita di controllo, Google ha anche aperto i modelli di misurazione, come Meridian, in open source: un gesto di trasparenza, ma che secondo gli analisti nasconde una trappola per chi non sa interpretare i dati.

Automazione delle offerte: quando il controllo diventa una promessa

Al Google Marketing Live 2026, Google ha presentato journey-aware bidding e demand-led pacing. Il primo ottimizza le offerte basandosi sull’intero percorso dell’utente, il secondo adatta la spesa giornaliera alla domanda, restando entro i limiti mensili. Google ha dichiarato che gli inserzionisti che usano il Google tag gateway vedono un aumento medio del 14% nelle conversioni, ma dietro c’è meno trasparenza. Il sistema demand-led pacing promette di ridurre gli aggiustamenti manuali del budget: Google cita una automazione delle offerte e controllo con una riduzione media del 66% degli aggiustamenti, rispetto ai budget giornalieri. Un anno fa era stato lanciato Smart Bidding Exploration, definito il più grande aggiornamento delle offerte in oltre un decennio. A confronto, Microsoft ha riportato che gli inserzionisti che usano Performance Max sulla propria piattaforma registrano un aumento dell’8% nelle conversioni incrementali: un dato che mostra come l’automazione sia un tema trasversale, ma su Google il costo (in termini di sanzioni e perdita di controllo) è più alto.

Il vero costo dell’innovazione di Google non è nei 185 miliardi spesi per l’AI, ma nel modo in cui questi strumenti vengono imposti a chi li paga: l’inserzionista. Tra core update che deindicizzano contenuti generati con gli stessi modelli che Google vende, e sanzioni per back button hijacking causato da funzionalità che Google attiva per default, il bilancio è semplice: la macchina pubblicitaria di Mountain View si autoalimenta, ma sono i clienti a rimetterci.

🍪 Impostazioni Cookie