Il 95% dei prodotti è sparito dalla ricerca Google

Il 95% dei prodotti è sparito dalla ricerca Google

Google AI Mode riduce del 95% i prodotti visibili rispetto alla ricerca standard, selezionando cataloghi quasi completamente diversi.

L’analisi di Productrise mostra una sovrapposizione quasi nulla tra i due sistemi di ricerca

Un numero, prima di tutto: 95%. È la percentuale in meno di inserzioni di prodotto che Google AI Mode restituisce rispetto alla ricerca standard, secondo un’analisi pubblicata da Productrise lo scorso mese. Non è un errore di misurazione né un effetto collaterale di un rollout incompleto: è la prima fotografia quantitativa di quanto la nuova interfaccia di ricerca di Google stia comprimendo lo spazio visibile per chi vende cose online. E il dato, preso da solo, basta a far tremare qualche fondamento di chi ha costruito un business sopra la SERP di Google così come la conosciamo da vent’anni.

Il crollo silenzioso dei prodotti

I numeri, guardati uno per uno, raccontano una restrizione sistematica, non casuale. Nella ricerca standard i prodotti compaiono nell’88% delle query analizzate; in AI Mode solo nel 23%. Quando i prodotti effettivamente compaiono, la differenza di densità è altrettanto netta: circa 22,5 prodotti per pagina di risultati nella ricerca classica, contro appena 4,3 per risposta in AI Mode. Ma il dettaglio più significativo, quello che rivela la vera portata del cambiamento, è un altro: secondo l’analisi di Productrise, solo lo 0,8% dei prodotti visibili nella ricerca standard compare anche in AI Mode, per la stessa query, lo stesso giorno. In pratica, i due sistemi non stanno semplicemente mostrando “meno” dello stesso catalogo: stanno selezionando cataloghi quasi completamente diversi.

È qui che il dato smette di essere una curiosità statistica e diventa un problema architetturale. Se la sovrapposizione tra le due superfici è vicina allo zero, significa che ottimizzare per la SERP tradizionale — con tutto l’apparato di SEO, feed di prodotto, schema markup, Google Shopping Ads — non garantisce alcuna visibilità nel layer che sta crescendo più in fretta. Ma perché Google selezioni in modo così radicale, e cosa ci sia sotto il cofano di questa scelta, richiede di guardare a come AI Mode è stato progettato.

Sotto il cofano: Gemini, interfacce e il progressivo nascondimento della SERP classica

AI Mode non è un motore di ricerca con un layer di riassunto sopra: è, per costruzione, un sistema conversazionale. È stato costruito su Gemini 2.0 e progettato per gestire domande più difficili e articolate in più parti, quelle che nella query classica avrebbero richiesto tre o quattro ricerche successive. Questo cambia radicalmente il modo in cui il sistema seleziona i risultati: non restituisce un elenco ranked di link e schede prodotto ottimizzate per il click, ma sintetizza una risposta, e in quella sintesi il numero di “slot” disponibili per un prodotto è intrinsecamente limitato. Non è un algoritmo di ranking con più risultati tagliati a metà: è una generazione di linguaggio che decide, caso per caso, se e quanti prodotti citare dentro una risposta discorsiva. Il punto tecnico più interessante, però, non riguarda solo l’algoritmo ma l’interfaccia. Google non si limita a offrire AI Mode come opzione: lo spinge attivamente. Il prompt che invita a passare ad AI Mode si posiziona in fondo all’Overview generato dall’AI, e nel farlo arriva a coprire la parte alta dei risultati organici. È un dettaglio di UI design che vale la pena notare: non è neutro nascondere fisicamente il primo risultato organico dietro un invito a cambiare modalità di ricerca. È un nudge, nel senso tecnico del termine, che sposta il traffico da un layer (quello con annunci Shopping consolidati, feed strutturati, meccanismi d’asta pubblicitaria maturi) verso un altro layer ancora largamente sperimentale.

Google, dal canto suo, sta già muovendo le prime pedine commerciali su questo nuovo terreno. Lo scorso febbraio l’azienda ha annunciato di star espandendo il proprio ruolo nell’ecommerce attraverso AI Mode, introducendo nuovi formati pubblicitari, un sistema di checkout gestito da agenti e strumenti creativi automatizzati per i merchant. Tra le novità in test c’è un formato sponsorizzato pensato specificamente per evidenziare i retailer che offrono determinati prodotti all’interno delle risposte generate — un tentativo, ancora acerbo, di reintrodurre un layer pubblicitario dentro un’interfaccia che per costruzione ne ha ridotto drasticamente la superficie. Tutto questo mentre AI Mode non è affatto un esperimento di nicchia: ha superato il miliardo di utenti mensili e, secondo quanto riportato, il suo utilizzo raddoppia ogni trimestre. Il nuovo layer commerciale, insomma, non è un’ipotesi futura da monitorare con calma: è già qui, cresce a ritmi esponenziali, ed è strutturalmente diverso da quello su cui gran parte dell’advertising search è stato costruito finora.

Costruire su un campo minato

Le implicazioni per chi vive di traffico organico o a pagamento sono profonde, e non è un’esagerazione retorica. Google controlla ancora circa l’80% del volume globale di query di ricerca su tutti i tipi di dispositivo: non è un player che si può ignorare o bypassare facilmente. Ma dentro quell’80%, la superficie che conta — quella dove effettivamente compaiono i prodotti — si sta ridisegnando con una sovrapposizione quasi nulla rispetto al passato. Costruire strategie SEO e SEA basate esclusivamente sulla SERP classica significa, sempre più, ottimizzare per una porzione di traffico che si sta silenziosamente rimpicciolendo, mentre il segmento in crescita esponenziale — AI Mode — gioca con regole di visibilità completamente diverse e ancora poco documentate pubblicamente. Il quadro si complica ulteriormente se si guarda al resto del panorama: secondo alcune analisi di settore, Google AI Mode e ChatGPT sono già considerate le due piattaforme più grandi di scoperta shopping basata su intelligenza artificiale, e lo stesso crollo del 95% nei prodotti mostrati rispetto alla ricerca standard viene citato anche in comparazioni indipendenti sugli AI shopping agent. Non è quindi un fenomeno isolato di un singolo prodotto Google, ma un pattern che sembra caratterizzare l’intera nuova generazione di interfacce di ricerca conversazionale: meno slot, meno prodotti, meno prevedibilità su chi verrà mostrato e perché.

AI Mode non è una semplice evoluzione estetica della casella di ricerca: sta riscrivendo il contratto implicito che per due decenni ha legato Google all’ecommerce, quello per cui un buon posizionamento organico o un’asta pubblicitaria vinta si traducevano in visibilità garantita. Chi costruisce il proprio stack di visibilità pensando ancora solo in termini di SERP tradizionale rischia di scoprire, tra qualche trimestre, di essere già parte di quel 95% che semplicemente non si vede più.

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