Google Ads Editor non permette più di creare Video Action
Google Ads Editor 2.13 elimina le Video Action, migrando a Demand Gen con nuovi canali Maps e TV, e introduce l'obbligo di dichiarare l'uso dell'IA.
La versione 2.13 dello strumento desktop migra le campagne attive e introduce Maps e TV tra i canali disponibili
Hai aperto Google Ads Editor per preparare una campagna video e qualcosa ti ha colto di sorpresa: l’opzione Video Action non c’è più. Al suo posto, un nuovo flusso ti guida dritto verso Demand Gen. Non è un bug, non hai sbagliato menu: è la fotografia di un aggiornamento, la versione 2.13 dello strumento desktop di Google per gestire le campagne pubblicitarie, che chiude un capitolo aperto tempo fa e ne apre subito un altro, più interessante.
La scomparsa silenziosa delle Video Action
Partiamo dal fatto concreto, quello che salta all’occhio appena apri il programma: il supporto per la creazione di nuove campagne Video Action è stato rimosso del tutto, e le campagne che erano ancora attive sono state migrate automaticamente a Demand Gen, con restrizioni di creazione che ora valgono su tutti gli account standard. Se ti sembra una mossa improvvisa, in realtà non lo è: il processo era iniziato ben più di un anno fa. Già a partire dal secondo trimestre del 2025 Google aveva annunciato che le campagne Video Action — chiamate anche campagne di conversione video — sarebbero state progressivamente aggiornate a Demand Gen. Quello che succede ora con la versione 2.13 è semplicemente il punto di arrivo di quella transizione: l’interfaccia si è finalmente allineata alla realtà, cancellando un’opzione che nei fatti era già in via di estinzione. Da segnalare che, secondo il conteggio di Search Engine Roundtable, questa non è l’unica novità del rilascio: si parla di 17 nuove funzionalità e una sola rimozione, il che dà la misura di quanto Google Ads Editor stia crescendo mentre, allo stesso tempo, si sfoltisce di ciò che non serve più. Ma cosa puoi fare ora, concretamente, per le tue campagne video?
Dai video alle mappe: nuovi spazi per farsi notare
La risposta è Demand Gen, che non si limita a sostituire Video Action: allarga parecchio il campo da gioco. La prima cosa che noterai è che ora puoi selezionare e attivare “Maps” come opzione di canale direttamente nel pannello delle impostazioni Channels per i gruppi di annunci Demand Gen. Vuol dire che il tuo annuncio può comparire mentre qualcuno sta cercando un ristorante o un negozio sulla mappa, in un momento in cui l’intenzione di chi guarda è altissima. Pensaci: non è più solo una questione di “quante persone vedono il video”, ma di “chi lo vede mentre sta decidendo dove andare fisicamente”. È un salto di prospettiva non da poco.
La seconda novità riguarda gli schermi televisivi: la versione 2.13 porta il supporto completo alla raccomandazione “Show your ads on TV screens”, che permette di far comparire gli annunci anche sui grandi schermi di casa, non solo su smartphone e desktop. In parallelo, per chi lavora con gli annunci video responsive e con quelli non skippabili, sono arrivati due campi dedicati nel pannello delle proprietà: “Business name” e “Business logo”. Sembra un dettaglio minuscolo, ma in realtà è quel genere di rifinitura che fa la differenza quando devi costruire coerenza di marca su formati diversi, senza dover rifare tutto da capo per ogni canale.
C’è poi una novità che riguarda direttamente chi lavora su Performance Max: da questa versione è supportato l’obiettivo di retention dei clienti, noto anche come obiettivo di re-engagement o CRO. In pratica, se finora Performance Max ti aiutava soprattutto a trovare clienti nuovi, adesso puoi orientare le stesse campagne a tenerti stretti quelli che hai già conquistato — che, diciamocelo, spesso costano meno da mantenere che da acquisire da zero. Messe insieme, queste novità raccontano una strategia chiara: Demand Gen non eredita solo le funzioni di Video Action, le moltiplica, aggiungendo canali (Maps, TV) e obiettivi (retention) che prima semplicemente non esistevano nello stesso contenitore. Tuttavia, questa libertà creativa in più porta con sé anche una responsabilità nuova, e riguarda un tema che sta diventando centrale in tutta la pubblicità digitale: la trasparenza sull’uso dell’intelligenza artificiale.
Se usi l’IA per creare l’annuncio, ora devi dichiararlo
Ed eccoci al punto che, personalmente, trovo il più significativo dell’intero aggiornamento. Nella stessa versione 2.13 compare un nuovo campo di conformità chiamato “User attestation”, disponibile per gli asset immagine e video, pensato per gestire gli obblighi di divulgazione sui contenuti generati con l’IA. In pratica, quando carichi un’immagine o un video nella tua campagna, puoi (e in certi casi dovrai) specificare se quel contenuto è stato creato con l’intelligenza artificiale. Le opzioni a disposizione sono tre: “Unset” (non specificato), “Label” (etichettalo come generato da IA) e “Don’t label” (non etichettarlo), e la cosa comoda è che queste impostazioni si possono applicare in blocco su tanti asset insieme, oppure direttamente nei selettori di asset mentre lavori. Chi gestisce decine o centinaia di creativi capirà subito il valore di poterlo fare in blocco piuttosto che uno alla volta. È solo l’inizio di un percorso in cui l’IA generativa sarà sempre più presente nelle nostre campagne, ma anche sempre più regolamentata e tracciata.
Google Ads Editor 2.13 non è soltanto un aggiornamento tecnico da smaltire distrattamente in un pomeriggio. È lo specchio di come la pubblicità digitale si stia muovendo su due binari paralleli: da un lato più automazione e più canali su cui essere presenti, dall’altro più trasparenza su come quei contenuti vengono effettivamente prodotti. Nei prossimi mesi vale la pena osservare come l’obbligo di dichiarare l’IA generativa evolverà e quanti altri canali finiranno dentro Demand Gen. Il vostro prossimo annuncio potrebbe comparire su Maps mentre qualcuno cerca indicazioni, o sullo schermo della TV di casa mentre si guarda una serie. Ma se a crearlo è stata un’intelligenza artificiale, ora c’è un campo apposta per dirlo — e prima o poi, probabilmente, sarà obbligatorio farlo.