Google abbandona i practice problems: un danno per i creatori di contenuti?

Google abbandona i practice problems: un danno per i creatori di contenuti?

La rimozione dei “practice problems” di Google solleva interrogativi sulle reali intenzioni dietro la semplificazione, aprendo scenari inquietanti per i creatori di contenuti online

C’è una certa ironia nel fatto che Google abbia scelto proprio l’inizio di gennaio per completare le sue “grandi pulizie”.

Mentre la maggior parte di noi è ancora impegnata a smaltire i panettoni e a compilare liste di buoni propositi destinati a fallire, a Mountain View hanno deciso di liberarsi di qualcosa che, evidentemente, non serviva più ai loro scopi: i practice problems, ovvero quei problemi di matematica e quiz educativi che apparivano direttamente nei risultati di ricerca.

Per l’utente medio, potrebbe sembrare una nota a piè di pagina tecnica, roba da smanettoni della SEO. Ma se si gratta appena sotto la superficie di questo annuncio apparentemente innocuo, emerge il solito schema predatorio che caratterizza il rapporto tra le Big Tech e i creatori di contenuti.

Non è solo una questione di pixel in meno sullo schermo; è l’ennesimo capitolo di una storia in cui le regole vengono cambiate unilateralmente, e quasi mai a favore di chi i contenuti li produce.

La narrativa ufficiale parla di “semplificazione”, una parola che nel vocabolario della Silicon Valley spesso funge da eufemismo per “taglio dei costi” o “strategia per trattenere l’utente nel nostro recinto”.

La mossa non arriva a ciel sereno, ma si inserisce in un trend che definire preoccupante è riduttivo.

Il grande ripulisti (e chi paga il conto)

Per capire la gravità della situazione, bisogna guardare indietro. Negli ultimi anni, Google ha spinto incessantemente webmaster e piattaforme educative a implementare i cosiddetti “dati strutturati” (in gergo tecnico, il markup di Schema.org).

La promessa era allettante: “Formattate i vostri dati come diciamo noi, fateci capire esattamente che questa è un’equazione di secondo grado o un quiz di chimica, e noi vi premieremo con uno spazio visibile e interattivo nei risultati di ricerca”.

Un classico do ut des.

Le aziende EdTech hanno investito risorse, tempo e denaro per adeguare i loro siti a questi standard, sperando in quel traffico qualificato che Mountain View prometteva.

Ora, però, il vento è cambiato.

Come parte di una strategia più ampia, Google ha ufficializzato la rimozione del supporto per i dati strutturati relativi ai problemi di pratica a partire da questo mese, gennaio 2026. Questo significa addio ai rich snippet interattivi, addio ai report dedicati nella Search Console e addio a quel vantaggio visivo per cui molti avevano lavorato.

Non è un caso isolato. Solo pochi mesi fa, nel settembre 2025, avevamo assistito alla rimozione di altre funzionalità come le informazioni sui corsi, le stime degli stipendi e le schede dei veicoli. È un’erosione lenta ma costante.

Google sta smantellando pezzo per pezzo quel patto implicito con gli editori: voi ci strutturate il web, noi vi diamo visibilità.

La domanda che nessuno sembra voler fare ad alta voce è: perché ora?

Se questi strumenti erano così utili per l’utente, perché eliminarli?

La risposta potrebbe non piacere a chi crede ancora nella favola del “motore di ricerca benevolo”.

Meno traffico per voi, più dati per l’ia

La giustificazione ufficiale di Google ruota attorno al fatto che queste funzionalità fossero “poco utilizzate”.

Un’affermazione comoda, difficile da verificare per chi non ha accesso ai server di Mountain View. Ma c’è una lettura più cinica – e probabilmente più realistica – che riguarda l’economia dell’attenzione e l’addestramento delle intelligenze artificiali.

Quando un sito implementa i dati strutturati, sta essenzialmente “imboccando” l’algoritmo di Google, fornendo informazioni pre-digerite e perfettamente classificate. Per anni, questo è servito a popolare i risultati di ricerca tradizionali.

Ma oggi, nell’era dell’IA generativa e dei modelli LLM (Large Language Models), questi dati hanno un valore diverso.

Servono ad addestrare le macchine.

Google ha ormai incamerato terabyte di problemi matematici, quiz e soluzioni strutturate grazie al lavoro gratuito dei webmaster. Ora che il modello ha “imparato”, la carota della visibilità può essere ritirata.

C’è poi un aspetto legato alla privacy e al controllo dei dati che, come al solito, viene ignorato. Quando Google rimuove queste funzionalità specifiche, riduce la granularità dei dati che restituisce ai proprietari dei siti tramite la Search Console. Meno report significa meno trasparenza su come Google sta usando i nostri contenuti.

Se il mio sito di matematica non riceve più clic perché Google non mostra più il quiz, ma l’IA di Google è comunque in grado di rispondere alla domanda dell’utente perché ha scansionato il mio markup (che Google consiglia furbescamente di non rimuovere), chi ci guadagna?

L’utente ottiene la risposta senza lasciare Google. Google monetizza l’attenzione dell’utente. Il creatore del contenuto, che ha fornito la materia prima e la struttura logica, resta a bocca asciutta: zero traffico, zero possibilità di monetizzare, zero dati di prima parte sui visitatori.

È il trionfo del “zero-click search”, il peggior incubo per chiunque viva di contenuti online.

E tutto questo avviene in una zona grigia normativa dove il GDPR fatica ad arrivare: se l’interazione avviene sulla SERP (la pagina dei risultati) o dentro un box generato dall’IA, il consenso dell’utente a chi appartiene?

L’illusione del controllo e il costo dell’obbedienza

L’aspetto più grottesco della vicenda è la raccomandazione tecnica che accompagna l’annuncio. Google ci tiene a precisare che non è necessario rimuovere il codice dai siti e che la sua presenza non causerà penalizzazioni.

Un modo gentile per dire: “Continuate pure a lavorare gratis per noi”.

Lasciare i dati strutturati aiuta comunque i crawler di Google a “capire” meglio la pagina. In altre parole, vogliono continuare a sfruttare l’ordine semantico che voi avete creato, senza però dovervi pagare il dazio della visibilità speciale.

È la classica asimmetria informativa delle Big Tech. Loro vedono tutto, noi vediamo solo quello che decidono di mostrarci. La rimozione dei report dalla Search Console e del supporto nel Rich Results Test è un atto di accecamento deliberato verso i webmaster. Senza strumenti di diagnosi, diventa impossibile capire se e come i propri contenuti vengono interpretati.

Ci viene chiesto un atto di fede cieca verso un’entità che ha dimostrato più volte di cambiare idea in base ai propri trimestrali.

Dobbiamo anche chiederci se questa “semplificazione” non sia in realtà una preparazione del terreno per qualcosa di più invasivo. Eliminare formati specifici riduce la complessità di gestione per Google, ma appiattisce anche la diversità del web. Se tutto diventa testo semplice dato in pasto a un’IA, si perde la ricchezza del contesto che i singoli siti potevano offrire.

E in un mondo dove la distinzione tra contenuto organico e risposta sintetica si fa sempre più labile, la sparizione di questi formati visivi segna un ulteriore passo verso l’omologazione.

Restiamo con un pugno di mosche e una domanda che dovrebbe togliere il sonno a molti editori e sviluppatori.

Se oggi Google decide che i vostri dati strutturati non meritano più una ricompensa visiva, quanto tempo passerà prima che decida che il vostro intero sito è superfluo, perché la sua IA ha già “imparato” tutto quello che c’era da sapere?

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