Google rende opzionali le filigrane dell'IA: la trasparenza ora ha un interruttore

Google rende opzionali le filigrane dell’IA: la trasparenza ora ha un interruttore

Google rende facoltative le filigrane AI su Gemini e Flow, sollevando dubbi sulla trasparenza. La decisione arriva dopo l'entrata in vigore dell'AI Act europeo.

La decisione arriva giorni dopo l’entrata in vigore dell’AI Act europeo, che impone l’etichettatura solo dove la legge la richiede

Perché Google, dopo aver marchiato con SynthID oltre 100 miliardi di immagini e video generati dall’intelligenza artificiale, decide proprio adesso di consegnare agli utenti il pulsante per farle sparire? La domanda non è retorica. Lo scorso 14 agosto Josh Woodward, a capo di Gemini in Google, ha annunciato che quello che l’azienda chiama un “papercut” — un piccolo difetto d’attrito nell’esperienza utente — è stato risolto: ora si può attivare o disattivare la filigrana visibile su Gemini e Flow, con Search in arrivo a breve. Da questa scelta nasce un nodo che Google non può ignorare: la trasparenza sui contenuti generati dall’IA, quella che fino a ieri veniva presentata come un pilastro della responsabilità aziendale, diventa un’opzione da spuntare o togliere a seconda dei gusti.

L’interruttore che spegne la trasparenza

La meccanica è semplice, forse troppo. La funzione riguarda le filigrane su tutte le immagini generate con Nano Banana, i video prodotti con Omni e le canzoni create con Lyria. Google lo ha scritto chiaramente: l’opzione vale ovunque “tranne nei paesi in cui è richiesto dalla legge mantenerle”. Tradotto: dove non c’è un obbligo normativo, la scelta se etichettare un contenuto come artificiale passa dall’azienda all’utente finale, con un semplice clic. Chi genera un’immagine con l’IA potrà quindi decidere se il pubblico deve sapere che è stata generata con l’IA.

Il punto debole del ragionamento salta agli occhi subito. Se la filigrana serve a proteggere chi guarda un contenuto — a permettergli di distinguere una fotografia reale da una sintetica, una canzone scritta da un umano da una composta da Lyria — che senso ha lasciare questa decisione a chi il contenuto lo produce, cioè a chi ha tutto l’interesse a farlo passare inosservato? È come chiedere a chi vende un prodotto se preferisce mettere o no l’etichetta con gli ingredienti. Non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra una garanzia e un’opzione di marketing.

Cento miliardi di immagini e un clic

Per misurare la portata della scelta, servono i numeri del contatore SynthID. Già a maggio 2026 Google aveva reso noto di aver integrato la tecnologia nei propri modelli e prodotti di media generativi, arrivando a marchiare oltre 100 miliardi tra immagini e video e 60.000 anni di contenuti audio. Sono cifre che danno la misura di quanto SynthID sia già diventato lo standard invisibile dietro gran parte dei contenuti sintetici che circolano online, prodotti da Gemini, Flow, Nano Banana e Lyria.

Contro questa mole di materiale già etichettato, un interruttore attivabile dall’utente sembra un controsenso quasi comico: cento miliardi di contenuti marchiati con cura, e poi la possibilità di spegnere quel marchio con la stessa facilità con cui si cambia una impostazione di privacy su uno smartphone. La domanda che resta aperta è se questa mossa risponda a una richiesta reale degli utenti — magari fastidiosi loghi visibili su ogni immagine creativa — o se sia piuttosto un modo per alleggerire un vincolo che, fuori da certi confini geografici, comincia a pesare.

La legge è già qui, ma forse non basta

Perché il tempismo, in questa storia, dice più delle parole. Dal 2 agosto 2026, appena pochi giorni prima dell’annuncio di Woodward, il Codice di condotta sulla trasparenza dei contenuti generati dall’IA e l’articolo 50 dell’AI Act europeo sono entrati in vigore. Sono le norme che, in Europa, impongono l’etichettatura dei contenuti sintetici: esattamente il tipo di obbligo che Google dice di voler rispettare, escludendo dall’opzione i paesi dove la legge lo richiede.

Ma la formulazione stessa lascia la porta aperta a una domanda scomoda: se la filigrana resta obbligatoria solo dove una legge lo impone, cosa succede altrove? Negli Stati Uniti, in gran parte dell’Asia, in tutti i mercati dove l’AI Act non arriva, la trasparenza diventa negoziabile, un’opzione tra le tante nelle impostazioni di un’app. Non è chiaro chi vigilerà su questa distinzione geografica, né come verrà verificato che gli utenti nei paesi “protetti” non aggirino comunque il vincolo. Se la trasparenza è ridotta a un interruttore, la domanda vera è chi lo controllerà nei tanti angoli del mondo dove nessuna legge lo impone.

Resta da chiedersi, in fondo, se una trasparenza che può essere disattivata meriti ancora questo nome. E cosa resti di una garanzia quando il pulsante che la accende — o la spegne — è nelle mani di chi il contenuto lo genera, non di chi lo riceve.

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