Google non approva gli annunci immagine da giorni

Google non approva gli annunci immagine da giorni

Google conferma ritardi nell'approvazione degli annunci immagine per Demand Gen, lasciando gli inserzionisti in attesa per giorni senza soluzioni rapide.

I ritardi nell’approvazione colpiscono soprattutto le piccole imprese senza budget per tamponare

Partiamo da un dato scomodo. Google ha costruito la narrativa intorno a Demand Gen — il formato pubblicitario che ha sostituito le campagne Discovery — sulla promessa di velocità, automazione e portata massima. Secondo le nuove funzionalità AI di Google per la domanda, le campagne Demand Gen raggiungono oltre 3 miliardi di utenti mensili tra YouTube, Gmail e Discover. Una scala impressionante. Eppure, oggi, chi vuole mostrare un semplice annuncio immagine su quella stessa piattaforma rischia di aspettare non ore, ma giorni interi prima che il materiale venga approvato. Il prodotto nato per accelerare la pubblicità visiva si è trasformato in una sala d’attesa senza numero.

Il paradosso della velocità

Ginny Marvin, Ads Liaison di Google, ha confermato pubblicamente i ritardi nell’approvazione degli annunci immagine per Demand Gen. Non si tratta di rallentamenti marginali: alcuni annunci restano in coda per diversi giorni, non ore. «I nostri team stanno lavorando attivamente per risolvere il problema e apprezziamo la vostra pazienza», ha dichiarato Marvin. Una risposta che, nella sua forma istituzionale e vaga, dice tutto e non dice niente. Nessuna tempistica, nessuna causa dichiarata, nessuna misura compensativa. Solo pazienza richiesta. Ma come si è arrivati a questo punto?

Una transizione travagliata

Per capirlo, bisogna tornare all’agosto 2023, quando Google ha annunciato la fine delle campagne Discovery e la loro migrazione forzata verso il nuovo tipo di campagna Demand Gen. Una transizione unilaterale: gli inserzionisti non hanno scelto di spostarsi, sono stati spostati. Già all’epoca, secondo l’analisi della transizione a Demand Gen da parte di Search Engine Journal, era chiaro che il passaggio avrebbe richiesto un adattamento significativo in termini di creatività, targeting e ottimizzazione. Google ha venduto il cambiamento come un potenziamento. La realtà, quasi tre anni dopo, racconta una storia diversa.

Demand Gen non è un prodotto maturo che ha semplicemente cambiato nome. È una piattaforma che porta con sé le tensioni di una transizione accelerata: nuovi meccanismi di revisione degli annunci, nuove pipeline automatizzate, e — evidentemente — nuovi punti di rottura. Il fatto che i ritardi riguardino specificamente gli annunci immagine suggerisce un problema sistemico nei processi di moderazione automatica, proprio là dove l’automazione dovrebbe essere il punto di forza del prodotto. E mentre gli inserzionisti aspettano, Google non offre soluzioni rapide.

Il costo dell’attesa

La mancanza di una tempistica di risoluzione aggrava la situazione in modo sostanziale. Un ritardo di una settimana o più non è solo un fastidio operativo: secondo quanto riportato da l’analisi dei ritardi nelle revisioni di Demand Gen condotta da Search Engine Land, un blocco prolungato può compromettere il ritmo delle campagne e ridurne l’efficacia, soprattutto per quelle che dipendono dall’ottimizzazione rapida. E in pubblicità digitale, il tempo non è un fattore secondario: è spesso la variabile che determina il ritorno sull’investimento.

Chi paga il prezzo di questi ritardi? Gli inserzionisti, ovviamente. Ma non in modo uguale. Le grandi agenzie e i grandi brand hanno team dedicati che possono tamponare i rallentamenti, riorganizzare i piani media, spostare budget su altri canali. Le piccole e medie imprese — che Google ha sempre dichiarato di voler supportare con strumenti accessibili e automatizzati — non hanno questa flessibilità. Una campagna bloccata per giorni durante un lancio di prodotto o una promozione stagionale può significare semplicemente denaro perso, senza possibilità di recupero.

C’è poi una questione di fiducia più ampia. Google occupa una posizione dominante nel mercato della pubblicità digitale — una posizione già sotto la lente delle autorità antitrust europee e statunitensi. Quando un operatore con quella quota di mercato costringe i propri clienti a migrare su una nuova piattaforma e poi quella piattaforma mostra difetti sistemici senza che vengano fornite spiegazioni trasparenti né scadenze di risoluzione, il problema smette di essere tecnico e diventa strutturale. Non è una questione di bug.
È una questione di accountability.

Con 3 miliardi di utenti in gioco e un mercato pubblicitario che si misura in decine di miliardi di dollari, quanto può permettersi Google di far aspettare i suoi clienti? E soprattutto: quanto ancora gli inserzionisti saranno disposti ad attendere prima di iniziare a fare domande più scomode — non solo sulle tempistiche di approvazione, ma sull’intera architettura di un sistema in cui le regole del gioco vengono cambiate unilateralmente, senza preavviso e senza rimedio?

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