Perplexity vuole 24 gigabyte di VRAM per restare offline
Perplexity lancia Portable Computer su Windows: servono 24GB di VRAM Nvidia per l'inferenza locale, ma restano dubbi su privacy e controllo.
L’agente funziona in locale solo con schede Nvidia di fascia alta, mentre Microsoft prepara una piattaforma di policy aziendali
24 gigabyte di VRAM. Dal 14 settembre è questo il prezzo d’ingresso per tenere l’intelligenza artificiale fuori dal cloud. L’annuncio di Portable Computer per Windows, pubblicato la scorsa settimana, non lascia margini: l’inferenza on-device richiede una GPU NVIDIA GeForce RTX o RTX PRO con almeno 24GB di memoria. Non è una demo da fiera. È un agente, disponibile per gli abbonati Pro e Max, individuali ed enterprise. Ma la domanda scomoda arriva subito:
chi possiede una scheda del genere, ha davvero bisogno di Perplexity?
Il biglietto da 24GB
Per capire l’annuncio serve un passo indietro. Perplexity aveva già introdotto Portable Computer lo scorso agosto, per NVIDIA DGX Spark, la macchina compatta pensata per l’AI locale. La prima release su Linux aveva il supporto Windows annunciato come imminente. Ora quella promessa si concretizza nell’app esistente, senza installer separati né nuovi prodotti da scaricare. Ma si concretizza con un vincolo preciso.
Il vincolo sono quei 24 gigabyte. L’inferenza on-device non funziona con schede video qualunque: serve una GeForce RTX o una RTX PRO di fascia alta. Portable Computer può dialogare con oltre 15 modelli frontier per il ragionamento avanzato, certo. Ma il punto non è quanti modelli, è dove girano. Qui la promessa di risparmio inizia a scricchiolare. Se l’ingresso richiede già un acquisto hardware di fascia alta, cosa resta del risparmio sui token? La domanda non è retorica.
La promessa del cloud che non fattura
Il requisito hardware non è solo tecnico: è il rovescio di una promessa commerciale. Secondo NVIDIA, le informazioni sensibili restano sul dispositivo e il lavoro completato localmente non consuma crediti Perplexity Computer. Niente token, niente fatturazione, niente dati che partono. È una narrazione potente: l’agente che lavora gratis, purché il ferro sia tuo.
Il meccanismo, stando a quanto ricostruito da VentureBeat, è più sottile. Ogni attività inizia sul dispositivo per impostazione predefinita. Il sistema chiede il permesso prima di inviare qualsiasi singolo passaggio a un modello frontier più potente nel cloud. È il dettaglio che merita attenzione: l’agente locale non è una fortezza, è un traghettatore. Decide da solo quando il lavoro supera le sue capacità e propone — chiede — il salto nel cloud. La decisione finale è dell’utente, almeno in teoria. Ma se il dispositivo è tuo, chi decide davvero quali passaggi devono andare nel cloud? E chi controlla il criterio con cui l’agente formula la richiesta?
C’è poi una questione che Perplexity non affronta. Un agente che mantiene modello, file e lavoro sulla macchina è una risposta elegante alle pressioni del GDPR e dei regolatori europei: meno dati in transito, meno responsabilità. Ma la privacy qui passa da un corridoio obbligato. Il corridoio si chiama Nvidia. Non è una scelta aperta: è un contratto di fatto. Il portatile è tuo, la scheda è tua, ma la piattaforma che decide cosa può girare è di qualcun altro. Perché proprio ora, poi? Perché spingere Windows quando Linux era già disponibile? Forse perché il mercato dei PC con GPU Nvidia di fascia alta è molto più vasto di quello dei DGX Spark. O forse perché qualcun altro stava per muoversi.
Microsoft ha già la risposta (in un container)
Quel qualcun altro ha un nome. Alla Build di giugno, Microsoft ha introdotto l’SDK Microsoft Execution Containers (MXC): un livello di esecuzione policy-driven che consente agli sviluppatori di dichiarare a quali risorse un agente può accedere — file, rete — con confini di contenimento applicati a runtime. Non è una richiesta di permesso all’utente, passo dopo passo. È un perimetro. Le regole vengono scritte prima, e il sistema le impone.
L’integrazione di Agent 365 con MXC, arrivata in anteprima a luglio, completa il disegno: Defender, Entra, Intune e Purview. Quattro protezioni che il team IT può usare per vincolare e mettere in sicurezza gli agenti locali. In sintesi: mentre Perplexity chiede il permesso all’utente per ogni singolo passaggio nel cloud, Microsoft costruisce una gabbia di policy aziendali. L’ironia è netta. La privacy di Perplexity passa da una scheda video. La sicurezza di Microsoft passa da regole scritte da qualcun altro — e applicate senza chiedere nulla.
Resta una domanda, ed è quella con cui dovremmo chiudere: l’agente locale è davvero tuo? O è solo un altro terreno di conquista, conteso tra chi vende hardware e chi vende policy? La risposta non c’è ancora. Ma il fatto che due giganti si stiano posizionando sull’agente “locale” la dice lunga su dove vogliono portarci.