Corea del sud: quando la crisi delle startup si paga con i dati personali

Corea del sud: quando la crisi delle startup si paga con i dati personali

Così, mentre il numero delle startup aumenta, i ricavi crollano e la Corea del Sud rischia di svendere la privacy dei suoi cittadini per sostenere un modello di crescita insostenibile

Se c’è una cosa che la storia recente del capitalismo di sorveglianza ci ha insegnato, è che quando i numeri del business “tradizionale” scricchiolano, i dati degli utenti diventano la vera merce di scambio.

Guardando ai dati che arrivano dalla Corea del Sud, uno dei laboratori tecnologici più avanzati (e inquietanti) del mondo, la sensazione di déjà-vu è fortissima.

Siamo nel 2026, e mentre l’Europa arranca tra regolamenti che le Big Tech cercano costantemente di aggirare, Seul ci offre uno spaccato perfetto di cosa succede quando un’economia viene “dopata” a suon di startup, anche quando il mercato reale sembra suggerire di tirare il freno a mano.

I numeri ufficiali, appena rilasciati, dipingono un quadro trionfale solo per chi si ferma alla superficie dei comunicati stampa.

Ci dicono che la “nazione delle startup” è viva e vegeta, ma basta grattare via la vernice luccicante dell’innovazione per trovare un sottobosco di precarietà economica e, quasi certamente, una fame insaziabile di dati personali per compensare i bilanci in rosso.

La bolla della quantità (e il crollo dei ricavi)

Partiamo dai fatti crudi, quelli che solitamente vengono relegati nelle note a piè di pagina mentre i titoli celebrano la “resilienza”.

Alla fine del 2023, la Corea del Sud ha registrato un record storico: il numero di startup ha raggiunto la cifra monstre di 4,9 milioni, segnando il terzo anno consecutivo di crescita.

A prima vista, sembrerebbe il paradiso dell’imprenditoria. Quasi il 60% delle PMI del paese sono startup.

Un esercito di quasi cinque milioni di aziende in un paese che conta circa 51 milioni di abitanti. Fate voi i calcoli: la densità è tale da far sospettare che “fondare una startup” sia diventato il nuovo sinonimo di “cercare di sbarcare il lunario”.

Tuttavia, c’è un “ma” grosso come una casa.

La crescita sta rallentando drasticamente. Se nel 2022 il settore correva con un incremento del 6,2%, nel 2023 l’aumento si è fermato a un misero 1,5%. Il motore si sta ingolfando.

E qui arriva il dato che dovrebbe far scattare l’allarme rosso per chiunque si occupi di privacy e modelli di business sostenibili: mentre il numero delle aziende aumentava, i ricavi totali sono crollati del 4,3%.

Abbiamo quindi più aziende che si spartiscono una torta più piccola. In un ecosistema sano, questo porterebbe a fusioni o chiusure.

Nel mondo delle startup tecnologiche, invece, quando il prodotto non vende abbastanza, il prodotto diventi tu.

È legittimo chiedersi: come sopravvivono queste aziende con fatturati in calo?

La risposta, spesso, risiede nella monetizzazione aggressiva delle informazioni. Se non puoi vendere il servizio, vendi la profilazione dei tuoi utenti a terze parti, in un ciclo che trasforma la crisi economica in un incubo per la privacy.

E mentre il mercato lancia segnali di fumo inequivocabili, la risposta del governo non è quella di rafforzare le tutele o frenare la speculazione, ma di aprire i rubinetti del denaro pubblico, creando un circolo vizioso in cui la sopravvivenza dipende dai sussidi statali.

Il governo come venture capitalist (con i vostri soldi)

L’intervento statale nell’economia non è certo una novità, ma le proporzioni e le modalità annunciate dal Ministero delle PMI e delle Startup (MSS) sudcoreano per il 2026 hanno il sapore di un accanimento terapeutico.

Di fronte a un calo evidente della redditività e a un rallentamento della crescita, la strategia è iniettare liquidità come se non ci fosse un domani.

Non si tratta di spiccioli, ma di una manovra da 3.500 miliardi di won (circa 2,4 miliardi di euro) destinati a supportare questo ecosistema traballante.

Cho Kyungwon, Direttore della Politica per le Startup presso il Ministero, ha cercato di indorare la pillola parlando di “transizione” post-pandemica, ma le sue parole tradiscono una preoccupazione di fondo ben più grave.

Nel 2026, il governo e il settore privato lavoreranno insieme per renderlo un anno di crescita per le startup, andando oltre la ripresa, investendo un budget record di supporto alle startup di 3.500 miliardi di won attraverso un’iniziativa pan-governativa.

— Cho Kyungwon, Direttore della Politica per le Startup, Ministero delle PMI e delle Startup

Questa dichiarazione, rilasciata mentre il governo delinea i piani futuri in risposta ai risultati del sondaggio del 2023, solleva interrogativi inquietanti sul rapporto tra stato e imprese tecnologiche.

Quando un governo finanzia così massicciamente il settore privato, raramente lo fa a fondo perduto senza aspettarsi qualcosa in cambio. E quel “qualcosa”, nell’era digitale, è spesso l’accesso privilegiato alle infrastrutture o ai dati.

Siamo di fronte a un classico schema do ut des?

Finanziare startup che faticano a generare profitti reali le rende dipendenti dalla mammella pubblica e, di conseguenza, molto più accondiscendenti verso le richieste governative di sorveglianza o condivisione dati, aggirando di fatto le tutele che (in teoria) dovrebbero proteggere i cittadini.

È il sogno bagnato di ogni tecnocrazia: un settore privato formalmente indipendente, ma sostanzialmente sussidiato e controllato, pronto a implementare ogni nuova tecnologia di tracciamento spacciandola per “innovazione necessaria alla ripresa”.

Ma non è tutto: bisogna guardare dove stanno nascendo queste nuove aziende per capire la direzione del vento.

E il vento soffia forte verso settori ad alta intensità di dati.

L’illusione tecnologica e il prezzo della “comodità”

Analizzando la composizione di questo esercito di quasi 5 milioni di imprese, emerge un dualismo interessante.

Da un lato c’è la massa del commercio all’ingrosso e al dettaglio (il settore dominante con 450.000 nuove imprese), dall’altro c’è la crescita a doppia cifra (+12,5%) nei settori tecnologici e dell’informazione.

È qui che si annida il vero rischio.

Non stiamo parlando del negozietto di quartiere che apre una partita IVA. Stiamo parlando di imprese ad alto potenziale che sono più che triplicate negli ultimi due decenni, alimentando la nascita di “unicorni” come Toss.

Queste aziende non vendono solo servizi; costruiscono ecosistemi chiusi in cui l’utente viene monitorato 24 ore su 24. L’aumento del 12,5% nel settore tech, in un anno di crisi dei ricavi generali, suggerisce che gli investitori stanno scommettendo tutto su algoritmi, AI e piattaforme digitali.

Perché è un problema?

Perché se i ricavi scendono (-4,3% generale), ma gli investimenti tech salgono, significa che il modello di business si sta spostando sempre più dall’utente-cliente all’utente-prodotto.

Per giustificare le valutazioni miliardarie di fronte a un calo del fatturato reale, queste startup devono dimostrare di possedere l’asset più prezioso del secolo: i nostri comportamenti, le nostre preferenze, le nostre vite digitali.

Il rischio è che questo fiume di denaro pubblico del 2026 vada a finanziare proprio quelle tecnologie invasive – riconoscimento facciale, profilazione biometrica, algoritmi predittivi – che in Europa cerchiamo faticosamente di arginare con l’AI Act e il GDPR.

La Corea del Sud, nella sua corsa per non perdere il treno dell’innovazione, rischia di costruire una gabbia dorata digitale, dove ogni servizio è “smart”, ogni transazione è tracciata e la privacy è un lusso obsoleto che ostacola la crescita del PIL.

Resta quindi la domanda fondamentale, quella che nessuno nelle conferenze stampa governative sembra voler porre: se queste startup non riescono a fare soldi vendendo prodotti, e lo Stato le tiene in vita con iniezioni di liquidità record, chi sta pagando davvero il conto?

La sensazione, sgradevole e persistente, è che la valuta con cui verrà saldato il debito non saranno i won, ma la nostra libertà digitale.

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