Google affronta la resa dei conti: class action degli utenti per abuso di posizione dominante

Google affronta la resa dei conti: class action degli utenti per abuso di posizione dominante

La decisione della giudice Lin apre la strada a un’azione legale dei consumatori contro Google, accusata di monopolio e di danneggiare la concorrenza digitale

Ci siamo svegliati in un 2026 che assomiglia sempre più a una resa dei conti per la Silicon Valley, o almeno, questa è l’illusione che ci piace coltivare.

Ieri, mentre la maggior parte degli utenti continuava a digitare le proprie ansie nella barra di ricerca più famosa del mondo senza porsi troppe domande, un tribunale della California ha aperto una crepa potenzialmente devastante nella fortezza di Mountain View.

Non stiamo parlando delle solite scaramucce tra regolatori europei e avvocati americani in giacca e cravatta, ma di qualcosa che tocca direttamente il portafoglio e, forse, la nostra (scarsa) libertà di scelta digitale.

La notizia, passata quasi in sordina tra un annuncio di AI generativa e l’altro, è che i consumatori americani hanno ottenuto il via libera per portare Google alla sbarra. Non il governo, non le aziende rivali che piangono miseria, ma gli utenti.

La tesi è semplice quanto inquietante: paghiamo prezzi più alti e otteniamo servizi peggiori (leggasi: meno privacy) perché Google ha comprato il diritto di essere l’unica opzione visibile. E se pensate che questo non vi riguardi perché “Google è gratis”, forse è il caso di rivedere il concetto di merce nell’economia digitale.

La decisione di ieri non è un fulmine a ciel sereno, ma la naturale conseguenza di un verdetto che l’anno scorso ha fatto tremare le fondamenta del web.

Ricordate l’agosto 2024?

Fu il momento in cui, nero su bianco, un giudice federale stabilì che Google non è solo un motore di ricerca molto efficiente, ma un monopolista che ha agito illegalmente per schiacciare la concorrenza.

Il prezzo del “default”

Il cuore del problema, quello che le Big Tech chiamano “ecosistema” e noi dovremmo chiamare “recinto dorato”, risiede negli accordi di default. Per anni, Google ha versato miliardi di dollari nelle casse di Apple, Samsung e altri produttori di dispositivi.

Non per beneficenza, e nemmeno per “migliorare l’esperienza utente”, come recitano i comunicati stampa patinati. Quei soldi servivano a garantire che, accendendo un iPhone o un Galaxy, l’unica porta d’accesso al web fosse quella colorata con le quattro tinte di Google.

Ora, la giudice Rita Lin ha stabilito che la class action dei consumatori può procedere, respingendo il tentativo di Google di archiviare le accuse secondo cui questi accordi esclusivi avrebbero bloccato i rivali e ridotto la qualità del servizio.

La logica è stringente: se un concorrente non può emergere perché il mercato è bloccato a monte da contratti miliardari, l’utente finale si ritrova con un prodotto che non ha bisogno di migliorare, non ha bisogno di tutelare la privacy e può permettersi di riempire le pagine di risultati con pubblicità sempre più invasive.

È affascinante notare come la narrazione aziendale si scontri con la realtà giudiziaria. Mentre i PR ci parlano di “scelta dell’utente”, i giudici vedono un sistema progettato per eliminare la scelta prima ancora che l’utente sappia di averne una.

Se l’innovazione fosse davvero il motore di tutto, perché spendere oltre 20 miliardi l’anno per essere l’opzione predefinita?

La risposta, cinica ma realistica, è che la pigrizia dell’utente è l’asset più prezioso del ventunesimo secolo.

Ma c’è un dettaglio che rende questa causa dei consumatori particolarmente velenosa per Mountain View: si basa sulle fondamenta gettate dal Dipartimento di Giustizia.

La difesa e la “palla di cristallo”

Per capire la gravità della situazione odierna, bisogna riavvolgere il nastro alle sentenze del giudice Amit Mehta. Nonostante abbia evitato l’opzione nucleare — lo smembramento dell’azienda e la vendita forzata di Chrome o Android — Mehta ha imposto rimedi che, sulla carta, dovrebbero riaprire il mercato. Ha ordinato la fine dei contratti di esclusiva e ha imposto a Google di condividere i dati del suo indice di ricerca con i rivali.

Qui entra in gioco l’ironia della sorte.

Google, che ha costruito il suo impero sull’indicizzazione dei dati altrui, ora grida allo scandalo se deve condividere i propri. Google ha prontamente presentato appello sostenendo che tali misure danneggerebbero l’innovazione, dipingendo uno scenario apocalittico in cui la privacy degli utenti sarebbe a rischio se i dati di ricerca venissero condivisi con terze parti.

È curioso come la privacy diventi una preoccupazione prioritaria solo quando minaccia il loro modello di business, mentre viene regolarmente sacrificata sull’altare del Real-Time Bidding pubblicitario.

Il giudice Mehta, nel definire i rimedi, ha sottolineato la difficoltà di prevedere il futuro tecnologico, specialmente con l’avvento dell’IA, ma ha mantenuto un punto fermo sulla natura delle azioni passate.

A differenza del caso tipico in cui il compito della corte è risolvere una disputa basata su fatti storici, qui alla corte viene chiesto di guardare in una palla di cristallo e scrutare il futuro.

— Amit P. Mehta, Giudice Distrettuale degli Stati Uniti

Questa incertezza sul futuro è esattamente lo spazio in cui i legali di Google stanno manovrando. Sostengono che le sanzioni sono obsolete prima ancora di essere applicate, superate dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Ma l’IA non cancella il passato, né annulla il vantaggio competitivo accumulato illegalmente in due decenni di dominio incontrastato sui dati comportamentali di miliardi di persone.

Chi paga davvero il conto?

La vera domanda che dovremmo porci, al di là delle schermaglie legali, è chi sta pagando il prezzo di questo monopolio. La causa dei consumatori appena approvata dalla giudice Lin suggerisce che il danno non è solo astratto.

Se Google non ha concorrenza, gli inserzionisti pagano di più per gli annunci. Se gli inserzionisti pagano di più, i prezzi dei beni al consumo salgono.

È una tassa occulta che paghiamo ogni volta che acquistiamo qualcosa, un’imposta sulla mancanza di concorrenza digitale.

Inoltre, c’è il costo incalcolabile della privacy. Senza una vera pressione competitiva, Google non ha alcun incentivo a smettere di tracciarci. Perché dovrebbe offrire un motore di ricerca che non ci spia, se tanto useremo comunque il loro perché è preinstallato sul telefono?

Un mercato sano avrebbe visto nascere alternative focalizzate sulla protezione dei dati, costringendo il gigante ad adattarsi. Invece, il giudice Amit Mehta aveva già etichettato Google come monopolista proprio perché ha usato il suo potere per soffocare queste possibilità sul nascere.

La sentenza del 2024 è stata chiara e brutale nella sua semplicità:

Dopo aver attentamente considerato e soppesato le testimonianze e le prove, la corte giunge alla seguente conclusione: Google è un monopolista, e ha agito come tale per mantenere il suo monopolio.

— Amit P. Mehta, Giudice Distrettuale degli Stati Uniti

Ora, con i consumatori che entrano nell’arena legale chiedendo danni, lo scenario cambia. Non si tratta più solo di multe che l’azienda può assorbire come “costo operativo” o di modifiche tecniche che i loro ingegneri possono aggirare con un aggiornamento dell’algoritmo.

Si tratta di un attacco diretto al modello di profitto basato sull’inerzia dell’utente.

Resta da vedere se questa ondata di cause legali riuscirà davvero a scalfire il monolite o se, come spesso accade, tutto si risolverà con un patteggiamento miliardario che lascerà le cose esattamente come stanno, permettendo al business dei dati di continuare a macinare profitti indisturbato.

Dopotutto, in un mondo dove i nostri dati sono il nuovo petrolio, chi controlla i pozzi non ha intenzione di cedere le chiavi solo perché un giudice ha detto che non è giusto.

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