Google ha perso il controllo di un dettaglio

Google ha perso il controllo di un dettaglio

Google Gemini ha raggiunto il 25,2% del mercato AI, superando ChatGPT in calo al 45,3%. La strategia Personal Intelligence integra Gmail, Photos e YouTube, mentre Apple Siri è in ritardo.

Il nuovo assistente promette di conoscere la tua vita digitale, ma solleva dubbi su privacy e controllo dei dati.

Un numero solo basta a raccontare quanto sia cambiato il mondo degli assistenti AI in dodici mesi. Secondo i dati di Apptopia sulle chatbot di nuova generazione, nel gennaio 2026 ChatGPT deteneva il 45,3% del mercato, in caduta libera dal 69,1% di gennaio 2025. Nello stesso periodo, Google Gemini è passato dal 14,7% al 25,2%. Non è un aggiustamento marginale: è un riassestamento che ridisegna i rapporti di forza nell’intelligenza artificiale di consumo. E non è un caso che sia avvenuto proprio mentre Google lanciava Personal Intelligence, lo strumento che promette di trasformare Gemini nell’assistente che conosce davvero la tua vita digitale.

Il sorpasso che nessuno si aspettava

I numeri sono lì, e fanno un certo effetto. OpenAI ha costruito ChatGPT come il sinonimo stesso di “chatbot AI”, ma in un anno ha perso quasi un quarto del mercato. Google, nel frattempo, ha fatto quello che sa fare meglio: usare la sua infrastruttura capillare per aggredire uno spazio che sembrava già occupato. Gemini non è solo una chatbot — o almeno, Google non vuole che venga percepita così. È un assistente che abita dentro Gmail, Google Photos, YouTube, Search. Tutti insieme, con un solo tocco.

In questo contesto, il confronto con Apple diventa inevitabile. A febbraio, secondo quanto riportato da MacRumors sulle funzionalità rinviate di Siri, Apple avrebbe «incontrato problemi» nei test della versione più avanzata e personalizzata di Siri prevista per iOS 26.4. Non solo: le nuove funzionalità verranno distribuite su diverse versioni future di iOS, e non arriveranno tutte con l’aggiornamento primaverile. Google, insomma, non si trova davanti un avversario in forma. Si trova davanti un avversario in ritardo.

La strategia della connessione

Personal Intelligence è stata annunciata a gennaio 2026, e la promessa è semplice quanto ambiziosa. Come spiega il blog ufficiale di Gemini, il servizio «collega in modo sicuro le informazioni da app come Gmail e Google Photos per rendere Gemini straordinariamente utile» — connettendo Gmail, Photos, YouTube e Search con un singolo tocco. L’idea è che un assistente che sa cosa hai ricevuto per email, cosa hai fotografato, cosa hai cercato, possa darti risposte che un assistente generico non potrà mai darti.

Il punto di forza, almeno sulla carta, è la semplicità del setup e il controllo lasciato all’utente. Secondo l’annuncio ufficiale di Google su Personal Intelligence, «Personal Intelligence è stato progettato con trasparenza, scelta e controllo al centro. Puoi scegliere se e quando connettere app come Gmail e Google Photos, e puoi attivare o disattivare queste connessioni in qualsiasi momento.» Vale però notare che il servizio è disponibile solo per account personali Google, e non per utenti Workspace aziendali, enterprise o educativi. Una scelta tecnica, certo — ma anche un segnale su quale segmento Google stia cercando di conquistare: gli utenti privati, quelli con meno protezioni contrattuali e meno avvocati a disposizione.

Il paradosso del controllo

Qui si apre la parte più interessante, e anche la più scomoda. Google insiste sul fatto che Personal Intelligence è costruita «con la privacy al centro». Le linee guida sulla privacy di Google per Gmail con Gemini specificano che «Google non addestra i suoi modelli di intelligenza artificiale fondamentali, incluso Gemini, sulle email personali degli utenti», e che «qualsiasi accesso concesso a Gemini in Gmail è limitato a compiti isolati — come riassumere un’email lunga — e niente di più.»

Fin qui, tutto rassicurante. Ma poi arriva la nota in piccolo, quella che di solito si legge solo se si è giornalisti o avvocati specializzati in privacy: Gemini e AI Mode «si addestrano su informazioni limitate, come prompt specifici in Gemini o AI Mode e le risposte del modello, per migliorare la funzionalità nel tempo.» Il confine tra “non mi addestro sulle tue email” e “mi addestro su quello che mi dici mentre leggi le tue email” è molto più sottile di quanto Google voglia far sembrare. È la classica distinzione che fa comodo a chi la enuncia, e che il lettore medio non ha strumenti per valutare.

Questo è precisamente il tipo di ambiguità che i regolatori europei hanno imparato a guardare con sospetto. Il GDPR impone che il consenso sia specifico, informato e inequivocabile — non nascosto in una documentazione tecnica che pochi leggono. La domanda che un’autorità garante dovrebbe porsi è: quando un utente accende la connessione a Gmail con un singolo tocco, ha davvero capito cosa sta autorizzando? E i profili creati da questi «prompt specifici» rientrano nel perimetro dei dati personali? La risposta probabile è sì, il che apre scenari di verifica che Google dovrà prima o poi affrontare, soprattutto in Europa.

C’è poi la questione antitrust, che rimane sullo sfondo ma non va ignorata. Google non è un’azienda qualsiasi che lancia un assistente AI: è il motore di ricerca dominante, il provider di posta elettronica più usato al mondo, la piattaforma fotografica di riferimento per miliardi di utenti. Costruire un assistente AI che si alimenta di tutti questi dati — anche se in modo «limitato» — non è la stessa cosa che farlo per un’azienda che parte da zero. È un vantaggio strutturale che nessun concorrente potrà replicare facilmente, e che le autorità antitrust stanno già esaminando in altri contesti legati a Google.

Mentre Google avanza con Personal Intelligence, la domanda resta aperta: possiamo davvero fidarci di un assistente che collega ogni aspetto della nostra vita digitale, gestito dalla stessa azienda che vende pubblicità basata su ciò che sappiamo, cerchiamo e fotografiamo? Dare controllo agli utenti è una cosa nobile. Ma il controllo reale non si misura dalla presenza di un interruttore on/off — si misura da quanto sia comprensibile ciò che quell’interruttore attiva davvero.

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