Yandex games: la grande purga dei videogiochi web e la dittatura del funnel di conversione
Yandex Games epura 29.000 titoli: la “grande purga” algoritmica ridefinisce il web gaming, spianando la strada a un futuro dominato dalla monetizzazione e dal tracciamento dei dati
Se pensavate che il 2025 sarebbe stato l’anno della democratizzazione definitiva dello sviluppo di videogiochi, probabilmente vi siete persi i necrologi digitali che scorrevano silenziosi mentre eravate distratti dall’ultimo visore AR.
C’è un dato che, più di ogni altro, racconta la brutale trasformazione in corso nel web.
Per la prima volta, su una delle piattaforme in più rapida ascesa globale, il numero dei morti ha superato quello dei vivi.
Stiamo parlando di Yandex Games, un colosso che opera nel settore del web gaming — quei giochi che partono direttamente nel browser senza scaricare nulla, il sogno di ogni data broker — che ha chiuso l’anno con un bilancio che definirei “chirurgico”.
Hanno pubblicato 24.000 nuovi titoli, certo. Ma ne hanno rimossi 29.000.
Avete letto bene: il saldo è negativo.
Siamo di fronte a una “grande purga” algoritmica che viene venduta, come da copione, sotto l’etichetta rassicurante della “qualità”.
Ma quando un’azienda tech inizia a parlare di “standard qualitativi”, il mio consiglio è di controllarvi le tasche e, soprattutto, i cookie.
La narrazione ufficiale è impeccabile, quasi commovente nella sua logica aziendale. Ci dicono che il mercato è maturo, che gli utenti sono stanchi della spazzatura iper-causale e che servono esperienze più profonde.
Ma analizzando i numeri e le dichiarazioni dei dirigenti, emerge una realtà ben diversa: la piattaforma non sta semplicemente “pulendo” il catalogo, sta ottimizzando la sua catena di montaggio per l’estrazione di valore.
La dittatura del funnel di conversione
Non è un segreto che il modello di business basato sulla pura quantità — sparare nel mucchio sperando che qualcosa diventi virale — sia ormai obsoleto.
Le Big Tech hanno capito che gestire migliaia di app “zombie” costa: costa in termini di server, costa in termini di moderazione e, soprattutto, diluisce l’attenzione dell’utente, che è la vera valuta di scambio.
Nikita Bokarev, Head of Business Development di Yandex Games, non usa mezzi termini per descrivere questo cambio di paradigma. In una recente dichiarazione, ha chiarito che l’era del “più siamo meglio è” è finita, lasciando spazio a una selezione darwiniana dove sopravvive solo chi monetizza.
Sulla nostra piattaforma ci sono 6.000 account sviluppatori e 20.000 giochi. Ma questi numeri potrebbero non dire molto perché Nikita Bokarev conferma che il tempo in cui la quantità era un fattore significativo è ormai un lontano ricordo.
— Nikita Bokarev, Head of Business Development presso Yandex Games
Cosa significa questo tradotto dal “corporatese”?
Significa che se il tuo gioco non spinge l’utente a guardare abbastanza pubblicità o, meglio ancora, a effettuare acquisti in-app (IAP), sei fuori.
Il web gaming si sta spostando dai giochi hyper-casual (veloci, usa e getta) ai mid-core (più complessi, che richiedono impegno e spesa). Non è un caso che Yandex vanti una crescita del 75% nei ricavi degli sviluppatori dagli acquisti in-game.
È lì che sono i soldi veri.
E per ottenerli, bisogna eliminare il “rumore” di fondo, ovvero quei 29.000 giochi che probabilmente divertivano qualcuno, ma non abbastanza da giustificare il loro costo in byte sui server o il rischio di annoiare una “balena” (un utente alto-spendente).
Ma c’è un livello più profondo e inquietante in questa pulizia, che riguarda chi comanda davvero su internet.
E spoiler: non sono né gli utenti, né gli sviluppatori, e nemmeno le piattaforme stesse.
I banchieri come censori morali
Se guardiamo oltre i confini di Yandex, notiamo che il 2025 è stato l’anno in cui i processori di pagamento — Visa, Mastercard, PayPal — hanno deciso di indossare i panni dei regolatori globali dei contenuti.
Non serve una legge statale per censurare internet quando controlli i flussi di denaro. Lo abbiamo visto chiaramente in Occidente, dove piattaforme storicamente aperte e libertarie sono state messe in ginocchio.
La vicenda è emblematica: Valve ha dovuto rimuovere giochi dallo store di Steam per evitare la perdita dei metodi di pagamento, cedendo di fatto a un ricatto finanziario che imponeva la rimozione di contenuti ritenuti “a rischio” dai circuiti bancari.
Itch.io ha subito una sorte simile, cancellando decine di migliaia di titoli in preda al panico.
Yandex, pur operando in un ecosistema geografico diverso, non è immune a queste logiche globali. La rimozione preventiva di 29.000 titoli potrebbe non essere solo una questione di “qualità” del gameplay, ma una mossa difensiva per evitare di finire nel mirino di chi detiene i cordoni della borsa o dei regolatori sempre più aggressivi sulla moderazione dei contenuti.
È il trionfo della compliance sulla creatività.
Un gioco indie sperimentale, magari provocatorio o semplicemente grezzo, oggi è un rischio legale e finanziario che nessuna piattaforma vuole più correre.
Il tracciamento invisibile del browser
Mentre ci concentriamo sui giochi rimossi, dovremmo preoccuparci ancora di più di quelli che restano e di come ci arrivano.
Il modello del web gaming è il sogno bagnato del capitalismo di sorveglianza.
Non devi convincere l’utente a scaricare un file .exe o ad andare su uno store. Basta un clic su un link e il gioco parte nel browser.
Questa assenza di frizione è venduta come “accessibilità”, ma in termini di privacy è un incubo.
La piattaforma Yandex Games è nata puntando inizialmente sul pubblico CIS per poi espandersi globalmente, utilizzando tecnologie web che permettono un tracciamento granulare delle abitudini dell’utente attraverso diversi siti e sessioni.
Quando giocate nel browser, non state solo giocando; state alimentando un algoritmo di raccomandazione che deve decidere in millisecondi quale pubblicità mostrarvi per massimizzare il profitto.
La pulizia del catalogo serve anche a questo: addestrare meglio l’algoritmo.
Meno dati “spazzatura” (giochi che non generano engagement) significano profili utente più precisi. Se un gioco non trattiene l’utente per almeno 20 minuti (una metrica che Yandex sventola con orgoglio), non serve a raccogliere dati comportamentali significativi.
Via, cestinato.
Ci troviamo di fronte a un paradosso. Le normative come il GDPR in Europa dovrebbero proteggerci, ma le piattaforme rispondono centralizzando ancora di più il controllo.
Eliminano i piccoli sviluppatori indipendenti che non hanno le risorse per integrare complessi sistemi di analisi e monetizzazione conformi, lasciando spazio solo a studi semi-professionali capaci di navigare nella burocrazia dei dati.
Il risultato finale? Un internet più “pulito”, certo. Più sicuro per gli inserzionisti, più redditizio per le piattaforme e le banche, e perfettamente sterile.
I 29.000 giochi rimossi non sono solo bit cancellati; sono la prova che lo spazio per l’imperfezione, per il gratuito e per il non-monetizzabile si sta riducendo a vista d’occhio.
Resta da chiedersi: quando l’algoritmo avrà finito di ottimizzare il catalogo per il massimo profitto, ci sarà ancora spazio per qualcosa che assomigli vagamente al divertimento, o saremo solo ratti da laboratorio che premono leve per ricevere la dopamina approvata da Mastercard?