Indian Startup News: quando le news finanziarie diventano profilazione
L’ascesa di Indian Startup News mostra come l’informazione finanziaria sia stata influenzata dall’economia dell’attenzione, privilegiando la velocità di fruizione a scapito della profondità di analisi
Siamo nel dicembre del 2025 e il modo in cui consumiamo notizie finanziarie è cambiato radicalmente, e non necessariamente in meglio.
Se c’è un caso studio perfetto per comprendere come l’informazione critica sia stata cannibalizzata dall’economia dell’attenzione, questo è rappresentato dall’ascesa di piattaforme come Indian Startup News (ISN).
In un ecosistema globale dove la “news” è diventata un contenuto da consumare tra un video di gattini e l’altro, la traiettoria di questo account racconta molto più di quanto dicano i suoi grafici colorati: racconta di come abbiamo barattato la profondità di analisi con la velocità di scorrimento, regalando nel frattempo una quantità spaventosa di dati comportamentali alle piattaforme che ospitano questi “giornali” moderni.
Tutto sembra innocuo, quasi celebrativo. Siamo di fronte a un aggregatore che ha saputo cavalcare l’onda perfetta della digitalizzazione indiana post-2016. Ma se grattiamo sotto la superficie patinata delle infografiche virali, emergono le solite, inquietanti dinamiche del capitalismo di sorveglianza.
Non è un caso che il lancio dell’account Instagram Indian Startup News da parte del fondatore Abhishek Chatterjee sia avvenuto proprio nel 2020, in piena pandemia, quando il mondo si è fermato e gli occhi di tutti si sono incollati agli schermi degli smartphone.
In quel momento, l’informazione è diventata definitivamente intrattenimento, e i round di investimento sono stati trasformati in punteggi di un videogioco a cui tutti volevano partecipare, spettatori inclusi.
Tuttavia, c’è un dettaglio che sfugge spesso a chi mette “like” compulsivamente a queste notizie.
Il prezzo di questa informazione apparentemente gratuita.
La fabbrica dell’hype e i dati invisibili
Il successo di Indian Startup News, che ha raggiunto i 10.000 follower proprio mentre l’India registrava un record di 38 miliardi di dollari di finanziamenti nel 2021, non è solo una storia di buona curatela di contenuti.

È la storia di come Meta (la società madre di Instagram) abbia inglobato il settore finanziario nel suo gigantesco meccanismo di profilazione. Quando un utente interagisce con un post sui “nuovi unicorni” o sui round di serie A, non sta solo informandosi; sta segnalando al sistema algoritmico la propria affinità con il capitale di rischio, l’imprenditoria o la tecnologia.
Perché questo è problematico?
Perché trasforma l’interesse professionale in un target pubblicitario ad alto valore. In un contesto europeo, il GDPR porrebbe dei paletti rigidi su come questi dati vengono inferiti e utilizzati per influenzare il comportamento economico.
Ma su piattaforme globali, e in mercati emergenti dove le normative come il Digital Personal Data Protection Act indiano stanno ancora trovando la loro piena applicazione pratica, il confine è labile. L’utente crede di leggere una notizia, ma in realtà sta alimentando un database che verrà utilizzato per vendergli corsi, servizi B2B o software SaaS.
L’account ISN, con la sua rapida ascesa parallela all’esplosione di oltre 100 unicorni entro il 2022, ha funto da amplificatore perfetto. Ha reso “sexy” il venture capital, semplificando dinamiche economiche complesse in Reels di 30 secondi.
Ma la semplificazione è nemica della privacy e della verità: per rendere una notizia virale su Instagram, devi eliminare le sfumature. E sono proprio nelle sfumature – nei termini di servizio, nelle clausole di governance dei dati, nei conflitti di interesse – che si nascondono i rischi reali.
E poi, come sempre accade in questi cicli di euforia tecnologica, la bolla ha iniziato a sgonfiarsi, rivelando cosa c’era dietro la facciata.
Quando il grafico punta in basso
Il vero test per queste piattaforme “native dei social” arriva quando le notizie non sono più celebrative. Nel luglio 2022, ISN si è trovata a dover coprire la crisi di Byju’s, il gigante dell’edtech che ha visto la sua valutazione crollare dai 22 miliardi di dollari di picco.
Qui sorge la domanda critica: un account che vive di engagement può davvero fare giornalismo investigativo? O si limita a trasformare anche il fallimento in spettacolo?
La copertura dei licenziamenti e del crollo delle valutazioni durante l'”inverno dei finanziamenti” del 2023, quando gli investimenti sono scesi a soli 8 miliardi, ha dimostrato un cambio di tono necessario ma sospetto.
L’algoritmo di Instagram premia l’emozione forte: se prima l’emozione era l’euforia per i milioni raccolti, ora è lo shock per i licenziamenti di massa. Il modello di business dell’informazione social non cambia: monetizzare l’attenzione, indipendentemente dal fatto che il mercato sia toro o orso.
C’è poi un aspetto ancora più insidioso. Mentre i giornali tradizionali (con tutti i loro difetti) hanno redazioni che rispondono a codici deontologici, un account social opera in una zona grigia.
Non sappiamo quali siano i rapporti tra l’aggregatore e le startup citate. In un ecosistema dove la visibilità è tutto, il rischio che la copertura mediatica diventi “pay-to-play” è altissimo. Se una startup paga per una “collaborazione”, quel contenuto viene chiaramente etichettato come pubblicità o viene mascherato da notizia organica? In assenza di una trasparenza radicale, il dubbio rimane legittimo e preoccupante.
Questo bisogno di mantenere alta l’attenzione ha spinto verso una nuova evoluzione, che porta con sé nuovi problemi di privacy.
Il pivot verso il video e l’illusione della profondità
Nel novembre 2023, Indian Startup News si è espansa su YouTube con video interviste ai fondatori. Potrebbe sembrare un passo verso una maggiore profondità editoriale, ma a uno sguardo più attento, è anche una strategia di sopravvivenza economica e di raccolta dati più sofisticata. YouTube (di proprietà di Google) offre metriche ancora più granulari sulle abitudini di visualizzazione rispetto a Instagram.
Spostare l’audience su video lunghi permette di tracciare non solo cosa piace all’utente, ma per quanto tempo riesce a mantenere l’attenzione su determinati argomenti.
È un’analisi psicografica in piena regola.
Inoltre, le interviste ai fondatori in questo formato spesso mancano del contraddittorio tipico del giornalismo d’inchiesta. Diventano, di fatto, palcoscenici controllati dove i CEO possono recitare il loro copione senza essere interrotti da domande scomode sulla gestione dei dati degli utenti o sulla sostenibilità reale dei loro modelli di business.
Chi ci guadagna davvero da questa espansione? Sicuramente le piattaforme Big Tech che ospitano i contenuti e incamerano i dati. Guadagnano i creatori di contenuti, che diversificano i flussi di entrate pubblicitarie.
Ma il pubblico?
Il pubblico riceve una versione della realtà filtrata dagli algoritmi di raccomandazione, dove la notizia più importante non è quella più rilevante per l’economia o la società, ma quella che tiene incollati allo schermo per più minuti.
Siamo di fronte al paradosso finale dell’era dell’informazione social: abbiamo accesso a più dati che mai sulle startup e sui flussi di capitale, eppure sembriamo capire sempre meno le dinamiche reali che muovono il mercato. Ci nutriamo di vanity metrics – sia come startupper che come lettori – ignorando che, in questo grande casinò digitale, l’unico vero prodotto in vendita siamo noi e la nostra capacità di attenzione.
La domanda che dovremmo porci, scorrendo il prossimo post sulle valutazioni miliardarie, non è “quale sarà il prossimo unicorno?”, ma piuttosto:
Chi sta profilando la mia curiosità in questo preciso istante?