Microsoft elogia Google AI Mode: complimento sincero o mossa strategica?
Il capo di Microsoft Search elogia Google AI Mode, ma sottolinea un approccio diverso. La battaglia si sposta sulla convergenza tra ricerca tradizionale e generativa.
Il capo della ricerca Microsoft elogia AI Mode di Google, ma dietro i complimenti si celano strategie opposte per il
Perché il capo della ricerca di Microsoft si mette a lodare pubblicamente il prodotto di punta del suo concorrente più diretto? Forse perché la battaglia, quella vera, si è già spostata altrove. Lo scorso 16 luglio Jordi Ribas, a capo della divisione Search di Microsoft, ha pubblicato un post su LinkedIn in cui, rispondendo alle domande che gli arrivano “ultimamente” sul confronto tra Copilot Search e Google AI Mode, ha scritto senza troppi giri di parole che si tratta di “entrambi eccellenti prodotti di ricerca AI”, aggiungendo però che Microsoft “sta adottando un approccio diverso per alcuni segmenti di query”. Un complimento, sì. Ma anche una frase costruita con la precisione di chi sa esattamente cosa vuole far notare e cosa no.
Due rivali che si applaudono?
Ribas non si è limitato all’elogio generico. Ha portato un esempio concreto, quasi da laboratorio di confronto prodotti: per le domande di follow-up su fotografie dei Butchart Gardens e sulle previsioni meteo della zona, ha spiegato che Copilot Search “fornisce schede di risposta più ricche, anche se senza descrizioni generative”. Tradotto: Bing vince sulla forma della risposta, ma rinuncia al tono discorsivo che invece caratterizza l’esperienza di Google. È il tipo di dettaglio che un dirigente sceglie di rendere pubblico solo se gli conviene, e infatti il confronto casca a pennello proprio mentre online circolano paragoni diretti tra i due prodotti. Tra i commenti al post, un utente, Mandar Sole MS, MBA, ha fatto notare che nel frattempo Google DeepMind ha già integrato Gemini 2.5 Pro in AI Mode: un aggiornamento che rialza l’asticella tecnica proprio mentre Microsoft distribuisce carinerie sui social. Applausi reciproci, dunque, ma applausi che arrivano da due palchi diversi, in un momento in cui nessuno dei due sembra disposto a mollare terreno davvero.
La ricetta Microsoft contro l’alchimia Google
Dai sorrisi pubblici ai laboratori segreti, le due aziende raccontano ricette opposte per lo stesso piatto. Microsoft ha presentato Copilot Search in Bing lo scorso 4 aprile, definendolo un prodotto che “unisce senza soluzione di continuità il meglio della ricerca tradizionale e di quella generativa”. La parola chiave è “blend”, mescolanza: non sostituzione. Microsoft non vuole cancellare la ricerca classica, vuole affiancarle un livello generativo che si attivi solo quando serve. Non a caso, secondo quanto riportato da Search Engine Roundtable, il lancio di Copilot Search risale proprio ai primi giorni di aprile, e da allora l’azienda ha continuato a promuoverlo attraverso creator e contenuti divulgativi, come se il prodotto avesse bisogno di essere spiegato più che imposto. A rafforzare l’idea che Microsoft veda l’AI come opzione e non come default, c’è anche un’estensione in anteprima rilasciata su Bing che permette di attivare o disattivare con un solo clic le funzionalità simili a chat basate su AI. Un interruttore, letteralmente: chi vuole la vecchia ricerca può restarci, chi vuole il resto lo attiva quando gli pare.
Google gioca una partita diversa, e lo dice chiaramente. Come ha scritto The Verge lo scorso maggio, AI Mode “finora è una scheda in Search. Ma sta anche iniziando a superare la ricerca tradizionale”. Non un interruttore da azionare a piacimento, ma una direzione di marcia. Google stesso, in una nota ufficiale, ha definito AI Mode “la nostra ricerca AI più potente, con ragionamento più avanzato e multimodalità, e la capacità di andare più a fondo attraverso domande di follow-up e link utili al web”. Non un’opzione accessoria, insomma, ma il futuro dichiarato del prodotto. Mentre Microsoft costruisce interruttori per rassicurare chi diffida dell’AI, Google costruisce un motore che ambisce a diventare l’unico motore. Due filosofie agli antipodi, mascherate da un dialogo cortese su LinkedIn. Cosa succede quando questi due modelli si scontrano davvero sul campo, magari quando gli utenti smetteranno di notare la differenza tra “scheda” e “prodotto principale”?
Convergenza o collisione?
Ribas, nel suo post, ha chiuso con una previsione quasi filosofica: “in ogni caso la convergenza tra ricerca tradizionale e generativa nei prossimi anni sarà affascinante, e speriamo che veniate con noi per questo viaggio”. Suona bene, suona rassicurante, suona come l’invito di chi non ha paura del futuro. Ma la domanda che resta sospesa è se questa convergenza sia davvero all’orizzonte o se sia solo la narrazione più comoda da offrire mentre, nei fatti, le due aziende corrono in direzioni divergenti: una che integra modelli sempre più potenti come Gemini 2.5 Pro dentro un’esperienza che vuole diventare predefinita, l’altra che preferisce dare all’utente il controllo di spegnere l’AI quando non la vuole.
Nessuna delle due strategie è neutra. Un motore che tende a sostituire la ricerca classica solleva questioni non banali su trasparenza delle fonti, tracciabilità delle risposte e responsabilità editoriale, temi che prima o poi attireranno l’attenzione dei regolatori, dall’antitrust alle autorità sulla protezione dei dati, abituate da anni a scrutinare il dominio di Google nella ricerca. Un motore che invece resta opzionale, come quello di Microsoft, rischia semplicemente di restare marginale se gli utenti, come sembra, si abituano sempre più a chiedere e ottenere risposte dirette senza passare da un elenco di link. Ribas può permettersi di applaudire il rivale perché, in fondo, sa che la partita non si gioca oggi sulla qualità della singola risposta a una domanda sui Butchart Gardens. Si gioca su chi deciderà, tra qualche anno, come e da chi arriveranno le risposte che diamo per scontate.