Google ha creato un problema che ora punisce
Google sanziona il back button hijacking generato da AI Max, creando un paradosso per gli inserzionisti tra automazione forzata e penalità.
La final url expansion genera reindirizzamenti automatici che alterano la cronologia di navigazione
Il pulsante Indietro del browser è una macchina a stati finiti: ogni nuova pagina spinge un frame nella *history stack*. Google, con la Final URL Expansion (FUE), permette all’IA di guidare le performance con AI Max, riscrivendo la destinazione finale di un annuncio in tempo reale. Il risultato è che l’utente, dopo un click su un annuncio Shopping o Travel, finisce su una landing page diversa da quella prevista. Il tasto Indietro, invece di tornare ai risultati di ricerca, riporta a una pagina intermedia generata dall’automazione. Non è un bug: è l’effetto collaterale di un sistema che ottimizza il match tra query e URL, ma ignora il contratto implicito del flusso di navigazione.
E ora Google lo sanziona.
Il meccanismo della Final URL Expansion
AI Max per Shopping utilizza i feed del Merchant Center per migliorare le performance con AI Max, trasformando i dati prodotto in annunci dinamici. In pratica, l’IA di Google seleziona la destinazione migliore per ogni query — una scelta che avviene a runtime, senza che l’inserzionista possa controllarla. Questo è il cuore tecnico del back button hijacking: la pagina di atterraggio non è quella cliccata dall’utente, ma quella che l’algoritmo ritiene più performante. Il browser registra la prima URL come origine, ma la history stack viene alterata dalla re-indirizzazione automatica. L’utente, premendo Indietro, si ritrova intrappolato in un loop di pagine pubblicitarie, non nei risultati di ricerca. Google, con un’analisi d’impatto pubblicata sul blog per sviluppatori, ha ammesso che Il back button hijacking è tornato al centro delle attenzioni, e che le persone si sentono manipolate e diventano progressivamente meno disposte a visitare siti non familiari, un dato qualitativo che l’azienda ha registrato con i propri strumenti di monitoraggio.
Sanzioni a raffica, colpevoli e vittime
Il 13 aprile Google ha riaperto una vecchia regola delle spam policy, classificando il back button hijacking come Google ha dichiarato guerra al back button hijacking. La nuova policy, applicata dal 15 giugno, penalizza chi manipola il pulsante indietro deliberatamente, ma anche chi lo subisce per negligenza — cioè chi usa AI Max con FUE senza verificare manualmente gli URL di destinazione. Il paradosso è evidente: Google sta forzando la migrazione verso un sistema che automatizza i pagamenti e le decisioni di targeting senza supervisione umana, mentre punisce gli effetti collaterali di quell’automazione. L’inserzionista si trova di fronte a un trade-off impossibile: se disabilita FUE per evitare sanzioni, perde il performance boost promesso da AI Max; se lo abilita, rischia che Google lo Penalità per manipolazione back button per una re-indirizzazione generata dal sistema stesso.
Il paradosso dell’automazione forzata
AI Max non è un’opzione: Google ha reso ufficiale l’addio all’umano nei pagamenti, obbligando gli inserzionisti a delegare a un sistema che estende l’automazione anche alle campagne Shopping e ai formati Travel. Quando l’IA sceglie la destinazione per ogni ricerca, non ha un modello del comportamento utente: non “sa” che la pressione del tasto Indietro ha un significato preciso. Il risultato è che la Final URL Expansion — che Google descrive come migliorare le performance con AI Max — diventa il vettore della violazione. La stessa azienda che impone l’automazione si trova a doverla Back button hijacking sotto accusa per un effetto che il suo algoritmo ha generato. E l’inserzionitore, che ha già ceduto il controllo a un sistema opaco, non ha modo di distinguere tra un’ottimizzazione lecita e un comportamento sanzionabile. La scelta architetturale di Google — affidarsi a un modello di re-indirizzazione automatica senza un meccanismo di feedback sul flusso di navigazione — ha creato un vicolo cieco in cui Utenti manipolati visitano meno siti non familiari, gli inserzionisti pagano sanzioni per comportamenti che non hanno istigato, e Google reprime con una mano quello che ha costruito con l’altra.