Google si è accorta che i suoi annunci sono un problema
Google riapre una regola per punire il back button hijacking, ma ammette che i suoi annunci possono originare il problema.
Google punisce il back button hijacking ma la sua stessa piattaforma pubblicitaria potrebbe esserne la causa
Google ha appena annunciato di aver bloccato il 99% di intercettazione degli annunci che violano le policy. Un numero che rassicura, ma che solleva una domanda: come mai la stessa azienda, con i suoi strumenti pubblicitari, rischia di essere complice del fenomeno che dice di voler combattere? Il back button hijacking è tornato al centro delle attenzioni di Google, che il 13 aprile ha riaperto una vecchia regola per punirlo con sanzioni dal 15 giugno. Ma la vera notizia è un’altra.
La pratica è semplice: un sito inserisce pagine indesiderate nella cronologia del browser, impedendo all’utente di tornare indietro. Google stessa ha definito il fenomeno come qualcosa che interferisce con la navigazione e causa frustrazione. Eppure, secondo una nota interna, alcune istanze di back button hijacking possono originare proprio dalla piattaforma pubblicitaria di Google. Sì, quella stessa piattaforma che l’azienda continua a espandere con funzionalità basate sull’intelligenza artificiale.
La regola che torna dal passato
La norma contro il dirottamento del pulsante indietro esisteva già da anni, ma veniva applicata con meno rigore rispetto ad altre violazioni. Google ha annunciato la nuova applicazione della regola lo scorso 13 aprile, con sanzioni previste dal 15 giugno. Lo stesso schema era stato adottato a marzo 2024 per sanzionare l’abuso della reputazione del sito: annuncio pubblico e due mesi di preavviso. Perché proprio ora? Forse perché l’espansione delle AI pubblicitarie ha reso il confine tra ottimizzazione e manipolazione sempre più sottile.
Google ha pubblicato un’analisi dell’impatto sul blog ufficiale per sviluppatori, citando un dato qualitativo di Google: le persone si sentono manipolate e diventano progressivamente meno disposte a visitare siti non familiari. Un argomento forte, che suona come un avvertimento per gli editori.
Ma la domanda è: chi ha creato le condizioni per questa sfiducia?
Il sospetto: chi semina il vento?
L’azienda ha chiarito che i proprietari dei siti sono responsabili anche se non hanno implementato il dirottamento intenzionalmente. “Alcune istanze”, ha aggiunto, “possono originare dalle librerie incluse nel sito o dalla piattaforma pubblicitaria”. Tradotto: Google Ads può essere la causa involontaria del problema che Google stessa ora promette di punire. Un conflitto di interessi che non passa inosservato ai regolatori europei, già attenti ai meccanismi di auto-preferenza degli over-the-top. Il GDPR e le normative antitrust potrebbero presto chiedere conto di questa doppia faccia.
I truffe Google Ads continuano a sfruttare il nome di aziende reali per ingannare gli utenti. Mentre Google vanta di bloccare il 99% delle violazioni prima della pubblicazione, il restante 1% genera comunque danni reali. E quando l’attacco arriva dall’interno della piattaforma pubblicitaria, il confine tra colpa e complicità si fa labile.
Domande senza risposta
Google ha riaperto una vecchia regola per tutelare l’esperienza utente. Ma chi controllerà il controllore? La stessa azienda che vende spazi pubblicitari e che, con l’intelligenza artificiale, decide quali URL mostrare all’utente, potrebbe involontariamente alimentare il fenomeno che ora dice di combattere. La mossa arriva in un momento in cui i regolatori guardano con attenzione alle pratiche di auto-preferenza e ai sistemi di ranking opachi. Se Google vuole essere credibile, dovrà dimostrare che le sue policy si applicano anche ai suoi stessi prodotti. Altrimenti, il 99% di intercettazione rischia di essere solo un numero vuoto.
Mentre il 15 giugno si avvicina, una domanda resta: Google sta davvero proteggendo gli utenti o sta solo alzando un muro per difendersi dalle prossime inchieste antitrust?