Google ha sbagliato una risposta su dieci
Gli AI Overviews di Google presentano errori significativi, con tassi fino al 15%, mentre il traffico organico verso i siti web subisce cali fino al 95%.
Il tasso di errore sfiora il 15% in alcuni casi, mentre il traffico verso i siti web crolla fino al
Immagina di cercare su Google “come sostituire la batteria di un iPhone 15” e di ricevere in cima alla pagina una risposta chiara, step-by-step, generata dall’intelligenza artificiale. Segui le istruzioni, salti un passaggio perché l’AI Overview ti assicura che non serve, e ti ritrovi con un telefono mezza saldatura e un vetro rotto. La colpa? Un’allucinazione digitale di Google, una di quelle che secondo gli errori dell’IA come materiale di studio potrebbero essere più frequenti di quanto pensiamo.
Google sta spingendo da mesi la sua Search Generative Experience (SGE), l’integrazione dell’IA generativa nei risultati, promettendo un futuro in cui troviamo tutto subito, senza dover cliccare su dieci link. Ma c’è un paradosso: più l’IA cerca di essere utile, più rischia di minare la fiducia che abbiamo in lei e di prosciugare il traffico verso i siti web che, in fondo, sono la sua linfa vitale.
Un assistente troppo sicuro di sé
Ned Adriance, portavoce di Google, ha respinto le critiche sull’accuratezza degli AI Overviews definendo “con gravi lacune” uno studio che li analizza, sostenendo che Google sbaglia una risposta su dieci. Peccato che proprio il New York Times, e altre analisi indipendenti, raccontino una storia diversa: in alcuni contesti, il tasso di errore di quelle risposte in cima alla pagina potrebbe sfiorare il 15%. Google, dal canto suo, continua a ripetere che gli errori dell’IA come materiale di studio sono inevitabili in una fase di rodaggio e che il benchmark ufficiale parla di un 91% di accuratezza. Il problema è che quando quell’errore cade sulla tua ricerca, la statistica non ti consola.
La risposta perfetta che svuota i siti
Mentre discutiamo di accuratezza, c’è un altro effetto collaterale, forse più silenzioso ma devastante per chi crea contenuti online. Con l’introduzione di Google ha cambiato le regole della ricerca, il traffico organico verso molti siti è crollato. Uno studio su 23 siti web ha registrato cali aggregati tra il 18% e il 64%, un dato allarmante che conferma come Google ha cambiato le regole della ricerca. Alcuni editori più piccoli o specializzati hanno visto sfumare fino al 95% del loro traffico, un segnale chiaro di come Google ha cambiato le regole della ricerca. In pratica, se l’IA di Google ti dà la risposta direttamente nella pagina dei risultati, a te utente va benissimo, ma il sito web che ha prodotto quell’informazione non riceve più la tua visita. E senza quel traffico, molti siti non possono sopravvivere. È un circolo vizioso: meno siti di qualità, meno dati freschi per addestrare l’IA, risposte peggiori per tutti.
Pulizie di casa mentre la fondazione trema
In questa corsa all’accuratezza e alla qualità dell’esperienza utente, Google sta anche cercando di ripulire il web dalle pratiche più ingannevoli. Proprio il 13 aprile 2026 ha annunciato una nuova politica anti-spam contro il “back button hijacking”, quella fastidiosa tecnica che impedisce al tasto “indietro” del browser di funzionare come dovrebbe. Nell’annuncio ufficiale, Google spiega che “Malicious practices create a mismatch between user expectations and the actual outcome, leading to a negative and deceptive user experience”. È una mossa giusta, che protegge l’utente finale. Ma fa sorridere pensare che, mentre si combattono queste micro-aggressioni digitali, l’IA stessa possa generare macro-errori che fuorviano l’utente su scale ben più ampie.
Quello che stiamo vivendo è un periodo di transizione tumultuosa. Google deve bilanciare l’innovazione con l’affidabilità, la velocità con la precisione. Noi utenti, dal canto nostro, dobbiamo imparare a fidarci ma anche a verificare, a goderci la comodità delle risposte immediate senza dimenticare che dietro a quelle righe di testo c’è una macchina che ancora sbaglia. Il futuro della ricerca passerà probabilmente da un mix: AI Overviews per le domande semplici e i riassunti, e il click approfondito per tutto il resto.
La speranza è che la rete resista a questo tsunami di cambiamento, e che Google trovi il modo di premiare, non di affamare, le fonti che la rendono intelligente. Tenete d’occhio quei riquadri in alto nei risultati: più diventano accurati, più diventeranno il nostro primo porto di chiamata. E più il loro potere crescerà, più sarà vitale che qualcuno controlli che non stiano inventando la realtà.