Google ha indicizzato le chat che Anthropic aveva nascosto
Google ha indicizzato le chat che Anthropic aveva nascosto nonostante il disallow. La nuova guida anti-spam estende le regole a piattaforme AI e contenuti generati.
C’è qualcosa che non torna nell’ultimo ritocco alle regole di Google. La scorsa settimana l’azienda ha aggiornato la guida di Google Search Central sulla prevenzione degli abusi. Il nuovo testo avverte che anche le piattaforme di hosting e gli strumenti che permettono di pubblicare pagine condivise, contenuti generati o web app sono esposti agli spammer. Detto così sembra un consiglio di buon senso. Il problema è che alcune di quelle pagine condivise, in particolare le conversazioni con i chatbot, sono finite sotto gli occhi di tutti proprio perché Google le ha indicizzate.
Le chat che nessuno doveva trovare
I casi sono due, e sono noti. Il primo riguarda OpenAI. Come ha ricostruito un articolo di PCMag sulle chat di Claude, Google aveva indicizzato le conversazioni di ChatGPT che gli utenti avevano condiviso con la funzione di link pubblico. Erano finite nei risultati di ricerca, e la polemica era stata tale che OpenAI ha eliminato l’opzione che permetteva alle chat di comparire su Google Search. In sostanza, ha dovuto rinunciare a una funzione per rimediare a una scelta di indicizzazione fatta da altri.
Il secondo caso è ancora più imbarazzante, e non per Anthropic. Secondo la stessa ricostruzione, l’azienda che sviluppa Claude si era affidata a un disallow nel file robots.txt, cioè lo strumento che da decenni serve a dire ai motori di ricerca «qui non entrare». Google ha indicizzato quelle pagine lo stesso. Se nemmeno l’istruzione più classica del web è bastata a tenere fuori dai risultati le conversazioni degli utenti, viene da chiedersi cosa pretenda adesso Google da chi pubblica contenuti generati dalle persone o dalle macchine.
Dal box dei commenti alle web app: il perimetro si allarga
La guida aggiornata nasce da un vecchio problema. Gli spammer, si legge nel documento, sfruttano spesso i moduli di commento aperti e gli altri spazi in cui gli utenti possono inserire contenuti. Per anni il bersaglio erano forum, blog e sezioni commenti. La novità è che ora il testo include in modo esplicito strumenti e piattaforme che consentono di pubblicare pagine condivise, contenuti generati o web app. Nel campo di applicazione entrano quindi i servizi per costruire app e gli strumenti di intelligenza artificiale, non più soltanto i forum tradizionali.
Tra i primi a segnalarlo c’è stata la consulente SEO Lily Ray, che in un post pubblicato su X ha sintetizzato il cambiamento senza troppi giri di parole. Google, ha scritto, ha aggiornato le sue politiche anti-spam «(di nuovo!)» per avvertire i siti che permettono agli utenti di pubblicare «pagine condivisibili, output generati o strumenti interattivi» che tutto questo potrebbe essere trattato come spam. È un salto di prospettiva. Chi costruisce un servizio di AI che genera pagine pubbliche non è più soltanto un fornitore di tecnologia: diventa il gestore di uno spazio di cui risponde, anche davanti al motore di ricerca.
Poi si arriva ai rimedi, ed è qui che il quadro si fa curioso. Google suggerisce di valutare l’aggiunta del meta tag robots noindex ai post dei nuovi utenti che non hanno ancora una reputazione sulla piattaforma, per togliere agli spammer l’incentivo a pubblicare. Ricorda che la moderazione dei commenti è una funzione integrata nella maggior parte dei CMS. E indica, per sistemi come WordPress, plugin come Akismet. Strumenti nati per filtrare i commenti sotto un articolo di blog. Resta da capire se bastino per un servizio che produce migliaia di pagine al giorno con un modello linguistico, dove l’«utente senza reputazione» può essere chiunque apra un account. E c’è un’ironia di fondo: il noindex è una richiesta rivolta al motore di ricerca, proprio come quel disallow che nel caso di Anthropic non ha funzionato.
Il vecchio arsenale e la minaccia dell’azione manuale
L’aggiornamento non arriva dal nulla. Già nel marzo 2024 Google aveva presentato tre nuove politiche contro lo spam, dedicate all’abuso di domini scaduti, all’abuso di contenuti su larga scala e all’abuso della reputazione del sito. La nuova guida si aggiunge a quella famiglia di regole, con un dettaglio pratico che vale la pena di ricordare: la guida invita a verificare il proprio sito o sottodominio in Search Console, per ricevere un avviso via email se Google emette un’azione manuale o rileva problemi di sicurezza. In altre parole, la sanzione arriva per posta, e a decidere è Google.
Perché proprio ora? Il documento non lo dice, ma il tempismo coincide con la diffusione di strumenti che trasformano ogni conversazione o ogni prototipo in una pagina pubblica. Ed è qui che la questione smette di essere soltanto tecnica. Se un motore di ricerca indicizza ciò che una piattaforma aveva chiesto di non indicizzare, e poi minaccia di trattare quegli stessi contenuti come spam, dove finisce la responsabilità di chi pubblica e dove comincia quella di chi sceglie cosa mostrare a miliardi di persone? È una domanda a cui la guida non risponde. Prima o poi qualcuno, forse un regolatore, potrebbe volerla porre.