Alphabet non riesce a stare dietro alla domanda di AI

Alphabet non riesce a stare dietro alla domanda di AI

Alphabet ha riportato utili record ma ammette di non riuscire a soddisfare la domanda di AI, con offerta vincolata nonostante investimenti massicci.

La domanda di calcolo AI supera la capacità fisica di costruire data center e chip

Ventidue miliardi di token API al minuto. Una crescita dell’82% nel cloud. Centododici miliardi di dollari di utile netto in un solo trimestre. Sono i numeri diffusi ieri da Alphabet nella relazione sugli utili del secondo trimestre 2026, e a prima vista raccontano una storia semplice: l’azienda di Mountain View sta vincendo la partita dell’intelligenza artificiale, punto e basta. Ma dietro la facciata patinata dei comunicati stampa si nasconde una domanda che nessuno, tra gli analisti in call con il management, ha avuto il coraggio di porre fino in fondo: se la domanda è davvero così forte, perché Google non riesce a soddisfarla?

Il trionfo che nasconde una fame insaziabile

I ricavi consolidati di Alphabet sono cresciuti del 24% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, arrivando a 119,8 miliardi di dollari. Google Cloud, da solo, ha messo a segno un balzo dell’82% a 24,8 miliardi. L’utile netto disponibile per gli azionisti comuni è schizzato del 298%, a quota 112,107 miliardi di dollari, con un utile per azione di 9,11 dollari. Sono cifre che, lette isolatamente, sembrano confermare il racconto ormai familiare dei big tech: l’intelligenza artificiale genera valore, e chi ha investito prima ne raccoglie i frutti. A completare il quadro, quasi il 90% delle aziende Fortune 100 utilizza oggi Gemini Enterprise, e i modelli Gemini processano complessivamente 22 miliardi di token API al minuto, un volume che testimonia un’adozione capillare del prodotto.

Eppure, in mezzo a questo trionfalismo numerico, un dettaglio stona. Google stessa ammette di trovarsi, come riportato dalla cronaca in diretta di CNBC sulla call con gli analisti, in “un ambiente ancora vincolato dall’offerta”. Tradotto: la domanda di calcolo AI supera quello che l’azienda riesce fisicamente a costruire. Non è un dettaglio da poco. Se un’azienda con le risorse di Alphabet, capace di generare oltre cento miliardi di utile netto in tre mesi, non riesce a tenere il passo della propria stessa domanda, che cosa dice questo della sostenibilità dell’intera corsa all’AI? È il primo indizio che qualcosa, in questo quadro perfetto, non torna.

La nube che divora miliardi

Dal trionfo si passa alla trincea: dietro i numeri patinati di Alphabet c’è una battaglia per il mercato cloud che non conosce respiro, e che si misura non solo in ricavi ma in velocità di crescita. Secondo un’analisi comparativa pubblicata da CRN sui risultati trimestrali dei tre grandi hyperscaler, Google Cloud ha registrato nel secondo trimestre 2026 il tasso di crescita più rapido tra i big three, appunto quell’82% che fa impallidire i concorrenti. Non è un exploit isolato: già nel primo trimestre dell’anno, Google Cloud era cresciuta del 63%, raggiungendo 20 miliardi di dollari di fatturato, un ritmo più che doppio rispetto sia ad AWS sia a Microsoft Intelligent Cloud, entrambe ferme al 28%. Nel giro di un trimestre, quell’accelerazione si è ulteriormente ampliata, portando Google a “superare di gran lunga la concorrenza degli hyperscaler”, per usare le parole della stessa analisi.

Ma la crescita percentuale non deve trarre in inganno: è un indicatore di slancio, non di leadership. AWS, secondo lo stesso rapporto, detiene ancora il 28% del mercato globale dei servizi di infrastruttura cloud, restando saldamente al comando in termini di quota assoluta. Google Cloud corre più veloce, ma parte da una base più piccola: recuperare terreno su un mercato dominato da Amazon richiede non solo crescita percentuale, ma soprattutto capacità produttiva, cioè data center, chip, energia. Ed è qui che il cerchio si chiude sul paradosso di apertura: la stessa azienda che vanta un’accelerazione “significativa” nel cloud ammette, nella stessa tornata di comunicazioni, di non riuscire a costruire abbastanza infrastruttura per assecondare la domanda. Una crescita dell’82% ottenuta in un contesto di scarsità d’offerta non è necessariamente un segnale di salute: potrebbe essere il sintomo di un collo di bottiglia strutturale che nessun trimestre di utili record riesce a nascondere del tutto.

La domanda che nessuno si pone apertamente, nelle sale operative di Wall Street come nei comunicati aziendali, è quanto di questa spesa colossale sia realmente produttiva e quanto sia soltanto il prezzo d’ingresso in una guerra tra hyperscaler che, per definizione, non può avere vincitori definitivi finché tutti continuano ad alzare la posta.

Follia o lungimiranza?

E allora, di fronte a una guidance di spesa in conto capitale che Google ha portato, secondo quanto riportato da CNBC, a un intervallo compreso tra 195 e 205 miliardi di dollari per l’intero anno, motivata dalla “forte domanda AI”, viene naturale chiedersi se l’azienda stia costruendo il futuro o scavando una fossa fatta di cemento, silicio e debito implicito. Duecento miliardi di dollari sono una cifra che supera il PIL di interi paesi, destinata quasi interamente a data center, chip e infrastrutture il cui ritorno economico resta, nella migliore delle ipotesi, incerto nel breve periodo. Nessuno, né in Alphabet né tra gli analisti che seguono il titolo, ha fornito una proiezione chiara su quando questa spesa smisurata si tradurrà in profitti proporzionati, al netto dell’attuale boom degli utili trainato più dalla pubblicità e dai servizi esistenti che dal cloud in sé.

La risposta non c’è. Ed è proprio questo il cuore del problema: un’azienda che macina utili record continua ad aumentare una spesa che, per sua stessa ammissione, non basta a colmare il divario tra domanda e offerta. Nel 2026, tra Alphabet, AWS e Microsoft, chi spende di più sembra vincere la corsa alla quota di mercato e all’attenzione degli investitori. Ma se tutti, sistematicamente, continuano ad alzare l’asticella della spesa in infrastruttura senza che nessuno riesca davvero a saziare la domanda, viene da chiedersi chi, alla fine, sarà costretto a pagare il conto di questa rincorsa.

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