L’Europa ha scelto la via gentile per la trasparenza dell’IA

L’Europa ha scelto la via gentile per la trasparenza dell’IA

L'UE adotta un codice di trasparenza per l'IA generativa, ma è volontario. Le aziende potrebbero firmare per evitare oneri di prova.

Il codice volontario si basa su un meccanismo di pressione reputazionale e convenienza economica

Un sigillo di trasparenza (che nessuno deve mettere)

Perché l’Europa ha appena adottato un codice che dovrebbe rendere trasparente l’intelligenza artificiale generativa, ma nessuna azienda è davvero obbligata a rispettarlo? Nei giorni scorsi la Commissione europea ha pubblicato la sua opinione di valutazione sul Codice di pratica per la trasparenza dei contenuti generati dall’IA, e il giorno successivo, il 9 luglio, il Comitato per l’IA ha adottato a sua volta la propria valutazione di adeguatezza del testo. Due bolli istituzionali, ravvicinati, quasi a voler dare peso a un documento che, sulla carta, non impone assolutamente nulla: tutti i fornitori e gli implementatori di sistemi di IA generativa sono semplicemente “invitati” a firmarlo.

Il codice, uscito lo scorso 10 giugno per mano dell’Ufficio europeo per l’IA come Codice di condotta sulla trasparenza dei contenuti generati dall’IA, contiene indicazioni tecniche piuttosto dettagliate: spiega come i fornitori dovrebbero aggiungere metadati per dichiarare che un contenuto è stato generato o manipolato da un sistema di IA. È lo stesso impianto normativo nato con l’AI Act, pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 12 luglio 2024: una legge che, quella sì, è vincolante e prevede sanzioni. Ma quando si è trattato di tradurre in pratica l’obbligo di trasparenza sui contenuti sintetici, Bruxelles ha scelto la strada opposta, quella dell’adesione volontaria. Un regolatore che nel resto del pacchetto normativo si è mostrato tra i più severi al mondo, qui si affida alla buona volontà delle aziende. Ma se è volontario, cosa spinge davvero le aziende a firmare? La risposta, come spesso accade a Bruxelles, non sta nel testo del codice, ma in quello che succede dopo.

La pressione invisibile: conformarsi o spiegare

Il Codice può non essere legge, ma le autorità di controllo lo useranno come metro. Secondo l’analisi dello studio legale Bird & Bird, il Code of Practice è formalmente volontario e i suoi impegni vincolano solo chi lo firma. Ma è lo stesso studio a mettere il dito nella piaga: le autorità di vigilanza del mercato potrebbero trattarlo come il parametro di riferimento per capire cosa sia “buona conformità”. Tradotto: un’azienda che non firma, o che sceglie una propria strada tecnica alternativa, si carica dell’onere di dimostrare che la sua soluzione è almeno altrettanto efficace di quella suggerita dal codice. Non è un obbligo di legge, è un obbligo di prova. E dimostrare che un sistema alternativo di etichettatura funziona quanto quello raccomandato da Bruxelles costa tempo, avvocati, audit tecnici. Firmare, per molte aziende, sarà semplicemente più economico che discutere.

È qui che il paradosso europeo si scontra con la realtà competitiva globale. Mentre l’UE inventa questa zona grigia tra obbligo e invito, altre giurisdizioni hanno già scelto la via dura. In California il governatore Gavin Newsom ha firmato il California AI Transparency Act il 19 settembre 2024, e la legge è entrata in vigore il 1° gennaio di quest’anno: obblighi di disclosure precisi, niente inviti, niente margini di interpretazione. In Cina, dal 1° settembre 2025, sono in vigore le misure per l’etichettatura dei contenuti sintetici generati dall’IA, che impongono un doppio sistema: etichette visibili esplicite e marcatori tecnici impliciti incorporati nei metadati. Nessun invito, nessuna firma facoltativa. Due regimi normativi agli antipodi geopolitici, entrambi più rigidi di quello europeo. La domanda allora diventa: chi resterà fuori da questo club volontario, e a quale prezzo? Un’azienda che opera già in California o in Cina dovrà comunque rispettare etichettature e disclosure vincolanti in quei mercati: firmare anche il codice europeo, a quel punto, diventa quasi un atto amministrativo in più, non un vero costo aggiuntivo. Sono le aziende più piccole, quelle che operano solo nel mercato europeo e non hanno già sistemi di etichettatura pronti altrove, a dover decidere da zero se vale la pena adeguarsi a uno standard che nessuno le obbliga a seguire.

Il paradosso dell’etichetta: chi paga per la trasparenza?

E mentre le aziende valutano se firmare, l’AI Office pensa già al passo successivo: considererà di facilitare aggiornamenti formali al codice almeno ogni due anni, magari in base all’emergere di nuovi standard tecnici o sviluppi tecnologici rilevanti. Un documento volontario che si prepara comunque a evolversi come se fosse legge, con revisioni programmate e un ciclo di vita istituzionale. Chi firma ogg

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