Google ha iniziato a rimuovere molti URL dall’indice

Google ha iniziato a rimuovere molti URL dall’indice

Google ha iniziato a rimuovere molti URL dall'indice, con i core update del 2026 che penalizzano i contenuti AI di bassa qualità.

I core update di febbraio e marzo 2026 hanno rafforzato la distinzione tra contenuti AI di qualità e spazzatura

Ieri John Mueller ha risposto con una scrollata di spalle digitale alla domanda che da settimane circola tra i SEO e i webmaster di tutto il mondo. Pedro Dias aveva chiesto pubblicamente: “Is everyone noticing Google de-indexing URLs randomly at a higher rate since the beginning of April?”. La risposta di Mueller, pubblicata su Bluesky e riportata da Search Engine Roundtable sull’aumento delle deindicizzazioni, è stata lapidaria: “Some sites go up, some sites go down — I don’t see anything exceptional there.” Fluttuazioni normali, niente di cui preoccuparsi. Peccato che i dati raccontino una storia con una traiettoria precisa, non caotica.

Il paradosso di Mueller

Il problema con la risposta di Mueller non è che sia falsa — tecnicamente, le fluttuazioni nell’indicizzazione esistono da sempre. Il problema è che si applica male al contesto. Alex Gramm, un altro osservatore del settore, ha segnalato di aver notato il fenomeno fin dal dicembre 2025: non un picco isolato, ma un trend in costante sviluppo. E già dalla fine di maggio 2025, diversi publisher avevano segnalato che Google stava indicizzando un numero inferiore di pagine. Una “fluttuazione normale” che dura mesi e segue un’unica direzione non è una fluttuazione: è un aggiustamento. La domanda vera non è se i numeri cambiano — cambiamo da sempre — ma perché cambiano in modo così direzionale e persistente.

La risposta ufficiale di Google serve a non creare panico, ed è comprensibile dal punto di vista delle relazioni pubbliche. Ma chi gestisce un sito su larga scala e vede URL sparire dall’indice settimana dopo settimana ha bisogno di capire il meccanismo, non di essere rassicurato. Ed è proprio guardando ai core update degli ultimi mesi che il quadro diventa molto più nitido.

Sotto il cofano: i core update che hanno cambiato le regole

Per capire cosa sta succedendo davvero, bisogna guardare ai due aggiornamenti principali che Google ha rilasciato nei primi mesi del 2026. A febbraio, il core update ha introdotto un cambio significativo nella valutazione dei contenuti generati con l’intelligenza artificiale. Secondo l’analisi di PikasSEO, l’aggiornamento core di Google di febbraio 2026 prende di mira esplicitamente i “low-quality AI-generated content lacking originality, depth or genuine value”. Non è un filtro generico anti-AI: è una distinzione molto più fine.

Lo stesso aggiornamento ha migliorato la capacità dei sistemi di Google di separare due categorie che fino a poco tempo fa venivano trattate in modo simile: da un lato i contenuti AI grezzi — non editati, generici, prodotti in massa — e dall’altro i contenuti AI-assistiti di qualità alta, cioè quelli guidati da un esperto, revisionati in profondità, capaci di aggiungere valore unico. I sistemi di Google, stando a questa analisi, sono diventati “significantly better at differentiating” tra queste due categorie. In termini tecnici, si tratta probabilmente di un classificatore che opera su segnali testuali profondi — coerenza argomentativa, densità informativa, originalità delle strutture sintattiche — piuttosto che su semplici pattern superficiali come la presenza di frasi formulaiche tipiche degli LLM.

A marzo, un secondo aggiornamento core ha rafforzato il principio del valore comparativo: il ranking non dipende più solo da quanto è buona una pagina in senso assoluto, ma da quanto è migliore rispetto alle pagine concorrenti sullo stesso argomento. Questo significa che anche un contenuto AI mediocre che un anno fa passava inosservato ora viene confrontato dinamicamente con contenuti scritti meglio — e può perdere posizione o addirittura essere rimosso dall’indice se il segnale di qualità è troppo basso rispetto ai competitor. La deindicizzazione, in questa ottica, diventa la conseguenza estrema di un punteggio di qualità comparativa che scende sotto una soglia minima. Non un errore, non un glitch: una decisione algoritmica deliberata.

Cosa cambia per chi costruisce

Cosa significa tutto questo per chi gestisce un sito web? Significa che la strategia di pubblicare contenuti AI in volume — sperando che almeno una parte si posizioni — è diventata non solo inefficace ma attivamente controproducente. Google non si limita a ignorare quei contenuti: li usa come segnale negativo per valutare l’intera autorità del dominio. Un sito che ospita centinaia di articoli AI generici paga ora un costo di reputazione che pesa anche sui contenuti di qualità che pubblica.

La distinzione operativa che emerge dai due core update è invece molto precisa: l’AI come strumento di accelerazione del lavoro editoriale umano è accettabile e non viene penalizzata. L’AI come sostituto del lavoro editoriale — zero revisione, zero profondità, zero contributo originale — viene identificata e rimossa. Per chi costruisce contenuti, la domanda da porsi non è “ho usato l’AI?” ma “questo contenuto aggiunge qualcosa che non esiste già altrove, scritto meglio?”

Per chi costruisce sul web, il messaggio di Google è chiaro: la qualità non è negoziabile. Se il tuo sito è stato colpito, non cercare un bug; guarda invece la qualità del tuo contenuto. L’algoritmo ha imparato a distinguere tra AI assistita e AI spazzatura: tocca a te fare lo stesso.

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